Sul letto di morte mio padre ignorò la sua amata moto e chiese soltanto che Diesel gli restasse vicino

Non gli chiesi niente.

Un anno dopo, nel giorno vicino all’anniversario della morte di mio padre, sentii arrivare dei motori.

Ero nel campo.

Non sapevo che sarebbero venuti.

Prima ne sentii uno.

Poi due.

Poi molti.

La vecchia compagnia di papà apparve sulla provinciale.

Una fila lunga.

Ormai qualcuno aveva cambiato moto.

Qualcuno camminava più lentamente.

Uno aveva smesso di guidare e viaggiava dietro a un amico.

Ma erano loro.

Arrivati all’altezza del campo rallentarono.

Non si fermarono.

Non fecero una cerimonia.

Non suonarono.

Non tennero discorsi.

Passarono piano.

E ciascuno, arrivato davanti alle due pietre, alzò una mano dal manubrio.

Un saluto.

Quello semplice tra motociclisti.

La mano aperta.

Due dita.

Un cenno.

Ognuno aveva il suo modo.

Io rimasi lì.

Non riuscivo neppure a muovermi.

Uno dopo l’altro salutarono.

Franco.

E Diesel.

Quando passò l’ultimo, riconobbi Sergio, uno degli amici più vecchi di papà.

Si fermò poco più avanti.

Scese dalla moto.

Venne verso di me.

«Bella sorpresa, eh?»

Annuii.

«Il saluto era per papà?»

Sergio mi guardò come se avessi appena chiesto se il Lambrusco si beve col bicchiere o con la forchetta.

«Per tutti e due.»

Sorrise.

«Diesel ha fatto più chilometri con noi di certi iscritti.»

Poi diventò serio.

«Era dei nostri.»

L’anno successivo lo fecero di nuovo.

Stesso percorso.

Stesso rallentamento.

Stesso saluto.

Nessuno ha stabilito una regola.

Nessuno ha scritto un programma.

È diventata una tradizione da sola.

Come le tradizioni vere.

Quelle che non hanno bisogno di essere dichiarate.

Quelle che esistono perché qualcuno, un giorno, sente che non fare una certa cosa sarebbe sbagliato.

Sono passati due anni.

Io vado ancora spesso al campo.

A volte porto mio nipote.

A volte vado da solo.

La moto di papà è ancora in famiglia.

Non la uso molto.

Luca dice che un giorno vorrebbe sistemarla completamente.

Io gli ho risposto:

«Tuo nonno ti direbbe di non sistemarla troppo.»

Luca ha sorriso.

«Lo so.»

Perché certe ammaccature raccontano più della vernice nuova.

C’è ancora il piccolo sidecar.

Ogni volta che lo vedo penso a Diesel.

Al muso grigio.

Alle orecchie al vento.

A mio padre che guidava come se a settant’anni ne avesse ancora trenta.

E soprattutto penso alla sua ultima notte.

Per tutta la vita avevo creduto che, quando fosse arrivato il momento, mio padre avrebbe chiesto della moto.

Era la cosa che lo definiva agli occhi di tutti.

Franco della moto.

Franco che partiva.

Franco che aggiustava.

Franco che faceva chilometri.

Franco che non aveva paura.

Quando seppe che stava morendo volle vederla.

Questo sì.

La fece portare in quella stanza.

La guardò.

Salutò anche quella parte di sé.

Ma quando arrivarono le ultime parole, non chiese il casco.

Non chiese di accendere il motore.

Non chiese di sentire il rumore.

Chiese Diesel.

Il cane anziano.

Quello che nessuno aveva voluto.

Quello preso quasi per scherzo perché, a detta sua, avevano “gli stessi chilometri”.

Mio padre aveva passato la vita a nascondere la parte tenera dietro il ferro.

Dietro il lavoro.

Dietro il silenzio.

Dietro le battute.

E quando non gli rimase più niente da difendere, volle sul petto un essere vivente.

Non acciaio.

Un battito.

Mi capita spesso di pensare che noi uomini della generazione di mio padre siamo stati educati male in una cosa.

Ci hanno insegnato che la forza consiste nel non aver bisogno.

Non chiedere.

Non piangere.

Non dire.

Non mostrare.

Ma quella notte vidi l’uomo più duro che conoscessi chiedere apertamente conforto.

E non divenne più piccolo.

Diventò, ai miei occhi, enorme.

Vidi mio padre per intero.

Non soltanto il motociclista.

Non soltanto il padre severo.

Non soltanto l’operaio.

Non soltanto il vedovo, l’ex marito, l’amico, il nonno.

Vidi un uomo stanco che voleva sentire vicino qualcuno che lo aveva amato senza condizioni.

E vidi un cane capire quella richiesta.

Ogni tanto, al campo, leggo ancora le due pietre.

HA SCELTO DI SEGUIRTI.

IO TI ASPETTO.

Non so cosa ci sia dopo.

Non pretendo di saperlo.

Ho cinquantun anni.

Abbastanza per avere perso persone che pensavo sarebbero rimaste per sempre.

Abbastanza per sapere che la vita non dà tutte le risposte.

Ma mi piace immaginare una cosa.

Una strada lunga.

Mio padre giovane.

La barba ancora scura.

La schiena dritta.

Le mani sul manubrio.

E accanto, in quel piccolo sidecar assurdo, Diesel.

Muso fuori.

Occhi avanti.

Come sempre.

Forse è soltanto un’immagine che mi aiuta.

Mi basta.

Una volta all’anno, sulla strada provinciale che passa vicino al campo, arrivano ancora quei vecchi motociclisti.

Sono sempre meno.

Il tempo non fa sconti.

Qualcuno non guida più.

Qualcuno è morto.

Qualcuno viene accompagnato.

Ma quelli che possono arrivano.

Rallentano.

Guardano verso le due pietre.

Alzano una mano.

E vanno avanti.

Niente discorsi.

Niente fotografie ufficiali.

Niente cerimonie.

Solo un saluto.

Come quando incontri qualcuno sulla strada.

Come se Franco fosse semplicemente un po’ più avanti.

Come se Diesel fosse ancora con lui.

E ogni volta che vedo quelle mani sollevarsi penso alla stessa cosa.

Mio padre ha passato mezzo secolo sulla strada credendo che la libertà fosse andare dove voleva.

Alla fine, invece, mi ha insegnato che forse la cosa più importante non è dove vai.

È chi resta accanto a te quando la strada finisce.

Quella notte mio padre non volle il rumore di un motore.

Volle il respiro lento di un vecchio cane contro il petto.

E Diesel rimase lì.

Anche quando quel petto smise di muoversi.

Rimase quattro ore.

Poi tornò a casa.

Aspettò sette giorni.

E se ne andò anche lui.

Io non so se lo abbia fatto per seguirlo.

So soltanto che, per tre anni, quando Franco partiva, Diesel andava con lui.

Ogni volta.

Senza eccezioni.

E forse certe abitudini, quando nascono dall’amore, diventano più forti perfino della nostra capacità di comprenderle.

Aspettaci, papà.

Ogni tanto guardiamo ancora verso quella strada.

E se davvero Diesel è lì con te, fagli una carezza anche da parte nostra.

Bravo, vecchio.

Sei rimasto fino alla fine.

E qualunque sia stata la strada dopo, hai trovato ancora una volta il modo di andare con lui.

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