Il pit bull ignorò quindici uomini scelti dal testamento e corse verso l’unico posto che nessuno osava toccare

Quando morì a sessant’anni, il testamento ordinò a quindici amici di lasciare scegliere al suo pit bull: il cane ignorò tutti e uscì dal capannone

Mi chiamo Carlo Bassi, ho cinquantacinque anni, e da quasi vent’anni faccio parte di un piccolo gruppo di motociclisti dell’Appennino emiliano.

Non siamo quelli dei film. Niente misteri, niente pose da duri. Siamo muratori, meccanici, pensionati, camionisti, un ex ferroviere, due artigiani e un commercialista che la domenica si presenta ancora con la giacca buona anche quando dobbiamo mangiare crescentine con le mani.

Gianni Ferri era il nostro presidente da undici anni.

Ma soprattutto era il mio migliore amico da sedici.

È morto un martedì mattina di giugno, nel retro della sua officina, con una chiave inglese ancora sul banco e il caffè lasciato a metà.

Infarto fulminante.

Aveva sessant’anni appena compiuti.

Il suo pit bull, Bruno, era sdraiato sul vecchio materassino a meno di due metri da lui.

Quando Gianni è caduto, Bruno non ha abbaiato.

Non ha graffiato la porta.

Non ha corso in strada.

Si è avvicinato, si è sdraiato accanto al suo fianco e ha aspettato.

È rimasto lì quasi tre ore, finché Elio, il ragazzo che lavorava con Gianni da una vita e che ormai aveva quarantasette anni pure lui, è rientrato da una consegna.

Elio mi telefonò alle dodici e diciassette.

Ricordo l’ora perché da allora non riesco più a guardare quel numero sul display senza sentire un peso allo stomaco.

Disse soltanto: “Carlo, vieni. È Gianni.”

Quando arrivai, Bruno era ancora lì.

Aveva il muso appoggiato vicino alla mano di Gianni.

Gli occhi aperti.

Quelli di Gianni no.

Il funerale fu il venerdì.

C’erano motociclisti, vicini, clienti dell’officina, la signora del forno, il barista che gli teneva da parte il giornale, due compagni delle scuole medie che nessuno di noi aveva mai conosciuto e perfino un uomo di ottant’anni che disse di aver fatto con lui il militare.

Quando vivi in provincia, credi di sapere chi è una persona.

Poi muore, e scopri quante vite aveva toccato senza raccontarlo.

Bruno rimase per tutto il tempo vicino alla porta della casa funeraria.

Non fece rumore.

Ogni tanto alzava la testa quando sentiva una moto.

Poi la riabbassava.

Il sabato successivo arrivò l’avvocato di Gianni.

Si chiamava Lorenzo Trenti, aveva ottantadue anni, camminava con un bastone di legno chiaro e portava ancora la cravatta anche con trentadue gradi.

Era stato l’avvocato di Gianni per più di trent’anni.

Entrò nel nostro capannone con una cartella marrone sotto il braccio e ci fece sedere attorno al tavolo lungo di rovere, quello dove per anni avevamo discusso di gite, conti, compleanni, litigi e pranzi della domenica.

Eravamo in quindici.

La sedia di Gianni, in fondo al tavolo, era vuota.

Lorenzo aprì la cartella e disse: “Gianni ha lasciato tre istruzioni. Le ha scritte lui. Io ho solo dato forma legale alle parole.”

La prima diceva di bruciare il suo vecchio gilet da motociclista.

“Non appendetelo a una parete come una reliquia,” aveva scritto. “L’ho portato per ventitré anni. Ha preso pioggia, polvere, sole e sudore. Ha fatto la sua strada con me. Lasciatelo andare.”

La seconda chiedeva che le sue ceneri fossero sparse su un tratto della strada della Futa che amava da quando era ragazzo.

Diceva che lì aveva capito, a vent’anni, che la vita poteva essere dura e bellissima nello stesso momento.

La terza istruzione riguardava Bruno.

Lorenzo si fermò prima di leggerla.

Si tolse gli occhiali.

Li pulì lentamente con un fazzoletto.

Poi disse: “Questa è la parte che Gianni considerava più importante.”

Nel testamento c’era scritto:

“Non voglio che litighiate per Bruno. Non voglio che qualcuno lo prenda per dovere e non voglio che qualcuno si senta escluso. Voglio che scelga lui.”

“Prendete quindici sedie pieghevoli. Mettetele in cerchio nella sala del capannone. Una per ciascuno di voi. Sedetevi. Portate Bruno al centro. Toglietegli il guinzaglio. Lasciatelo annusare, guardare e decidere.”

“L’uomo accanto al quale Bruno si sdraierà diventerà la sua nuova persona.”

Nessuno si mosse.

Io sentii Sergio, alla mia sinistra, tirare su col naso.

Lorenzo continuò.

“Se per qualche motivo non sceglierà nessuno, decidete insieme. Ma non abbandonatelo, non lasciatelo a estranei e non consideratelo un problema da risolvere. Bruno è famiglia.”

Poi c’era una frase che nessuno di noi dimenticò.

“Mi fido di lui più di quanto mi fidi di voi per questa decisione. Non offendetevi. Lui mi ha conosciuto nei giorni in cui voi vedevate soltanto la faccia che mostravo fuori.”

A quel punto persino Sergio, che in trent’anni non avevo mai visto piangere, si coprì gli occhi con una mano.

Votammo.

Quindici sì.

Nessun dubbio.

La mattina dopo, all’alba, bruciammo il gilet di Gianni dietro il capannone.

Eravamo quasi quaranta.

Quando il fuoco si spense, versammo una bottiglia di birra sulle ceneri, come aveva chiesto lui.

Poi restammo lì in silenzio.

Il silenzio degli uomini della nostra età è strano.

Da giovani riempi ogni vuoto con una battuta.

Dopo i cinquanta, invece, impari che certi vuoti vanno rispettati.

Il fine settimana successivo andammo sulla Futa.

Ventitré moto.

Niente musica, niente discorsi.

Solo il rumore dei motori e quel vento che su certe strade sembra conoscere i nomi di quelli che non ci sono più.

Spargemmo le ceneri lungo un tratto che Gianni aveva percorso centinaia di volte.

Bruno non venne.

Lorenzo ci aveva detto che la scelta del cane doveva avvenire la settimana successiva, senza confonderlo con altri riti.

Il sabato, alle due del pomeriggio, mettemmo quindici sedie pieghevoli in cerchio nella sala riunioni del capannone.

Lasciammo anche la sedia di Gianni.

Non era previsto.

Ma nessuno ebbe il coraggio di spostarla.

Per undici anni quella sedia era stata il suo posto.

La testa del tavolo.

Il punto da cui diceva sempre: “Prima mangiamo, poi litighiamo. A stomaco vuoto diventiamo tutti più stupidi.”

Quella frase aveva salvato più amicizie di qualunque regolamento.

Alle tredici e cinquantacinque eravamo seduti.

Io sulla quarta sedia.

Alla mia sinistra Sergio, sessantatré anni, ex ferroviere, mani enormi e cuore che nascondeva sotto una voce da orso.

Alla mia destra Tiziano, falegname, sessantuno anni, quello che sapeva aggiustare qualunque cosa tranne il rapporto con suo figlio.

Di fronte a me c’era Paolo, cinquantotto anni, vedovo da sei.

Ognuno di noi, in quel cerchio, portava addosso una storia.

Un matrimonio finito.

Un figlio che viveva lontano.

Una pensione che non bastava mai.

Una madre da assistere.

Un’officina che chiudeva.

Una schiena che faceva male.

E tutti, per motivi diversi, avevamo pensato almeno una volta che forse Bruno avrebbe scelto proprio noi.

Alle due precise, Elio entrò con il cane.

Bruno viveva al capannone dal giorno del funerale.

Dormiva su una coperta piegata nell’ufficio di Gianni.

Nei primi tre giorni aveva mangiato pochissimo.

Poi aveva ricominciato, ma solo se uno di noi si sedeva vicino alla ciotola.

Elio lo portò all’apertura tra le sedie.

Si chinò.

Gli tolse il guinzaglio.

Poi si fece indietro.

Bruno restò fermo.

Guardò il cerchio.

Guardò noi.

Annusò l’aria.

Fece due passi.

Si fermò di nuovo.

Non so quanto durò davvero quel momento.

Forse dieci secondi.

A me sembrò un’ora.

Poi cominciò a camminare.

In senso orario.

Si fermò davanti a Tiziano.

Annusò gli scarponi.

Tiziano aveva preparato in tasca un pezzetto di prosciutto, anche se avevamo deciso che nessuno avrebbe usato cibo.

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