Per una settimana dissi che Nina era diventata una cagna assurda. Sei mesi dopo, un investigatore mi telefonò e capii che aveva avuto ragione lei.
«Nina, sali. Adesso basta.»
Lei non fece un passo.
Avevo già aperto lo sportello della berlina grigia e battuto due volte la mano sul sedile, quel gesto che per sei anni aveva significato sempre la stessa cosa: andiamo.
Nina invece rimase vicino al cancello.
Mi fissò.
Poi abbassò le orecchie, si sedette sull’asfalto e cominciò a tremare.
Non era paura del rumore. Il motore era spento.
Non era paura delle macchine. Nina adorava le macchine.
Era come se davanti a lei ci fosse qualcosa che io non potevo vedere.
E la cosa peggiore è che io, per un’intera settimana, invece di ascoltarla, la presi in giro.
Mi chiamo Teresa Bianchi. Avevo cinquantadue anni quando successe.
Vivevo sola in una piccola casa in affitto alla periferia di Bologna, in una strada dove sopravvivevano ancora alcune abitudini di una volta: il vicino che spazzava il marciapiede davanti anche alla porta degli altri, le finestre aperte dopo pranzo, le sedie fuori dai garage d’estate.
Facevo la contabile da casa per artigiani, negozianti e piccole attività.
Non era la vita che avevo immaginato a vent’anni.
Ma era una vita mia.
Dopo un matrimonio durato quasi diciotto anni e finito lasciandomi più stanca che arrabbiata, avevo imparato ad amare la tranquillità.
Il caffè alle sette.
La telefonata di mia madre la sera.
Il mercato del sabato.
Il pranzo della domenica, anche quando eravamo soltanto io, mamma e mia sorella.
E Nina.
Nina era una Golden Retriever di sei anni, color panna, con un orecchio leggermente più basso dell’altro e una piccola cicatrice bianca sul muso, ricordo di quando da cucciola aveva corso contro una zanzariera.
Era il cane che salutava tutti.
Bambini, anziani, postini, veterinari, persone incontrate per strada.
Durante i temporali dormiva.
Durante i fuochi della festa del quartiere sbadigliava.
Quando il veterinario le faceva un’iniezione, lei cercava comunque di leccargli la mano.
E soprattutto amava viaggiare.
Bastava prendere le chiavi e lei compariva davanti alla porta.
Per anni aveva occupato il sedile accanto al mio come una vecchia zia curiosa: muso verso il parabrezza, orecchie dritte, aria serissima.
Era venuta con me al mercato, da mia madre, sulle colline, al lago, persino in alcune consegne di documenti.
Per questo, quella sera di aprile, pensai semplicemente che stesse facendo la stupida.
La macchina l’avevo comprata poche ore prima.
La mia vecchia utilitaria aveva deciso di morire nel parcheggio del supermercato.
Avevo caricato nel bagagliaio latte, detersivo, due confezioni di pasta e i tortellini freschi per la domenica.
Girai la chiave.
Niente.
La girai di nuovo.
Niente.
Il meccanico, dopo averla vista, mi disse:
«Teresa, qui non ripari più niente. Qui stai solo pagando per rimandare il funerale.»
Avevo meno di cinquemila euro da spendere.
Mia madre aveva avuto parecchie spese nei mesi precedenti e io l’avevo aiutata, come fanno tanti figli della mia generazione: brontolando un po’, senza dirle mai quanto mi costava davvero.
Chiamai Giulio, un amico di famiglia che lavorava sulle auto da una vita.
Fu lui a trovare l’annuncio.
Berlina grigia del 2012.
Tenuta bene.
Prezzo 4.300 euro.
Venditore privato.
Un certo Vittorio Serra, sessantanove anni, residente in un piccolo paese sulle colline emiliane.
Andammo insieme.
La casa di Vittorio stava alla fine di una strada stretta, con un muretto basso, le persiane verdi e un cortile di ghiaia perfettamente rastrellato.
Mi ricordo questo particolare perché Giulio, appena sceso, disse sottovoce:
«Uno che tiene così il cortile, di solito tiene bene anche la macchina.»
Vittorio ci accolse con una camicia chiara infilata nei pantaloni e scarpe da lavoro lucidate.
Era gentile.
Troppo gentile, avrei pensato in seguito.
Ma quel giorno sembrava soltanto uno di quegli uomini di paese educati alla vecchia maniera.
Ci offrì il caffè.
Mi chiamò “signora Teresa”.
Disse che l’auto era appartenuta a suo fratello minore, Marco, morto alcuni anni prima.
«Non riuscivo a venderla», spiegò.
Abbassò gli occhi.
«Era una delle poche cose rimaste di lui.»
Io non feci domande.
Nelle famiglie italiane ci sono frasi che impariamo a non toccare.
“Era di mio fratello.”
“Ne abbiamo passate tante.”
“Meglio non parlarne.”
Sono porte chiuse.
E spesso, per quella maledetta educazione alla bella figura, nessuno prova ad aprirle.
Giulio controllò tutto quello che poteva controllare.
Motore.
Freni.
Gomme.
Carrozzeria.
Sotto il cofano.
Sotto la macchina.
Aprì persino il bagagliaio e sollevò il rivestimento.
«È pulita», disse.
Trattai il prezzo.
Quattromiladuecento euro.
Vittorio accettò.
Firmammo i documenti al tavolo della cucina, sopra una tovaglia di plastica con limoni stampati.
Prima di andare via mi strinse la mano.
«Trattala bene», disse.
«Mio fratello ci teneva.»
Quando partii, guardai nello specchietto.
Vittorio era ancora davanti al cancello.
Mi salutava con la mano.
Quella sera parcheggiai la macchina davanti a casa.
Nina arrivò alla porta appena sentì le chiavi.
«Vieni, principessa.»
Aprii lo sportello.
Lei uscì allegra.
Fece tre passi.
Poi si fermò.
Il cambiamento fu immediato.
Il corpo si irrigidì.
La coda scese.
Le orecchie andarono indietro.
Annusò l’aria.
Fece un piccolo passo laterale.
Poi arretrò.
«Nina?»
Lei mi guardò.
E cominciò a tremare.
Provai con un biscotto.
Niente.
Presi la sua pallina.
Niente.
Mi sedetti sul sedile e la chiamai con quella voce ridicola che usiamo con i cani anche quando nessuno dovrebbe sentirci.
«Dai, amore. Vieni dalla mamma.»
Nina si alzò.
Per un secondo pensai di aver vinto.
Fece due passi verso la macchina.
Poi si bloccò.
Girò su se stessa e tornò al cancello.
Quella sera raccontai tutto a mia madre.
Lei rise.
«Magari non le piace l’odore.»
«Mamma, è stata pulita meglio di casa mia.»
«Allora sarà gelosa della macchina nuova.»
«Certo. Domani mi chiede anche di intestare l’appartamento a lei.»
Ridevamo.
Mi pesa ricordarlo.
Il giorno dopo provai di nuovo.
Poi il giorno dopo ancora.
Nina non cambiava.
Al quarto giorno persi la pazienza.
Dovevo portare dei documenti a un cliente.
Aprii lo sportello posteriore.
Presi Nina in braccio.
Pesava quasi trenta chili, ma ero arrabbiata abbastanza da non sentirli.
«Adesso basta con queste sceneggiate.»
Appena le zampe toccarono il tappetino, successe qualcosa che non le avevo mai visto fare.
Nina impazzì.
Non ringhiò.
Non cercò di mordere.
Tentò soltanto di uscire.
Disperatamente.
Scalciò contro il sedile, si contorse e mi graffiò l’avambraccio con una zampa mentre saltava fuori.
Cadde sull’asfalto.
Si rialzò subito.
Corse fino alla porta di casa.
Rimase lì, ansimando.
Io la guardai con due graffi rossi sul braccio.
E invece di chiedermi perché un cane tranquillo come Nina fosse arrivato a quel punto, mi arrabbiai con lei.
«Sei ridicola.»
Ricordo perfettamente quelle parole.
«Ridicola.»
La domenica seguente mangiammo da mia madre.
Lasagne, arrosto con patate, insalata che nessuno voleva e ciambella.
Mia sorella raccontava dei figli.
Mamma brontolava perché avevo perso soldi per sistemare la vecchia macchina.
A un certo punto saltò fuori Nina.
«Non sale sulla macchina nuova», dissi.
Mia sorella rise.
«Magari ha più buon senso di te.»
«Molto divertente.»
«Io dico sul serio. Se non ci sale, ci sarà qualcosa che non le piace.»
«Una macchina controllata da Giulio?»
«Nina non controlla il motore.»
«Allora cosa controlla? Il karma?»
Risero tutti.
Anch’io.
Era esattamente così che trattavamo le cose incomprensibili nella mia famiglia.
Una battuta.
Una scrollata di spalle.
Poi un’altra fetta di ciambella.
Perché eravamo cresciuti con l’idea che bisogna essere ragionevoli.
Non fare scene.
Non vedere fantasmi.
Non mettere in imbarazzo nessuno.
Fare bella figura.
Persino davanti alla paura.
Dopo otto giorni mi arresi.
Non perché avessi capito Nina.
Perché non riuscivo più a organizzare la mia vita.
Vendetti la berlina a un ragazzo della provincia per 3.600 euro.
Seicento euro persi in una settimana.
Per me erano tanti.
Mentre il nuovo proprietario portava via la macchina, Nina guardò dal cancello.
Non abbaiò.
Non si mosse.
Aspettò finché la berlina sparì in fondo alla strada.
Poi rientrò in casa.
Due giorni dopo comprai un’altra utilitaria usata.
Meno elegante.
Qualche graffio sulla portiera.
Interni che odoravano di caffè vecchio.
La parcheggiai.
Aprii lo sportello.
Nina corse fuori di casa e saltò dentro prima ancora che riuscissi a chiamarla.
Si sistemò sul sedile.
Mi guardò con la lingua di fuori.
Come se nulla fosse mai successo.
Quello avrebbe dovuto farmi pensare.
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