Il cane randagio non era mai entrato in casa, finché una notte sentì Ada sul pavimento del bagno

Mia madre di 91 anni rimase otto ore sul pavimento con l’anca rotta. A salvarla fu il cane randagio che per mesi aveva rifiutato di entrare.

«Ada! Ada, mi senti?»

Il postino continuava a bussare, ma dalla casa non arrivava nessuna risposta.

Poi sentì abbaiare.

Non era un abbaio rabbioso. Era insistente, disperato, quasi umano.

La porta a rete della veranda era spaccata nella parte bassa, come se qualcosa l’avesse sfondata con tutto il peso del corpo.

L’uomo entrò.

E trovò mia madre sul pavimento del bagno, immobile dal dolore, con un grosso cane tigrato sdraiato contro di lei.

Erano così da quasi otto ore.

Mia madre si chiama Ada.

Quando è successo aveva novantun anni e viveva ancora da sola nella vecchia casa di campagna nel Tavoliere, non lontano da un paese della provincia di Foggia.

Quella casa era tutta la sua vita.

Mio padre Carlo aveva comprato il terreno nei primi anni Sessanta, quando non avevano quasi niente.

Un pezzo di terra, qualche filare, un pozzo che d’estate si prosciugava e una casa con il tetto che perdeva.

Mia madre raccontava sempre che nei primi anni avevano più debiti che sedie.

Ma erano giovani.

Allora bastavano un tavolo apparecchiato, il pane caldo e la certezza che il giorno dopo si sarebbe lavorato ancora.

Cinque figli erano cresciuti tra quelle stanze.

Il bucato steso in cortile.

Le conserve di pomodoro ad agosto.

Le cassette d’uva.

Le discussioni della domenica.

Le scarpe infangate lasciate davanti alla porta.

La radio accesa la mattina.

Mio padre morì nel 2010.

Dopo il funerale provammo tutti a convincerla a lasciare la campagna.

«Vieni da me.»

«Vieni da tua figlia.»

«Prendiamo un appartamento in paese.»

Lei rispondeva sempre allo stesso modo.

«E perché dovrei andare via?»

Una volta le dissi che non era più giovane.

Lei mi guardò come sanno guardarti certe madri meridionali quando hai appena pronunciato una stupidaggine.

«La casa mi conosce, Michele.»

Poi aggiunse:

«Dopo tutti questi anni sarebbe maleducazione lasciarla sola.»

Come si discute con una donna così?

Non si discute.

Si perde.

Io vivevo a Bologna.

Mia sorella maggiore, Teresa, si era trasferita vicino Torino.

Gli altri fratelli avevano famiglia, lavoro, figli grandi, problemi piccoli e problemi enormi.

Chiamavamo mamma ogni domenica.

La domenica era sacra.

Anche quando non potevamo sederci tutti allo stesso tavolo, alle dodici e mezza partivano le telefonate.

«Hai mangiato?»

«Che hai preparato?»

«Hai acceso il riscaldamento?»

«Hai preso le medicine?»

Domande che sembravano premura.

E forse lo erano.

Ma col tempo ho capito che erano anche il modo più comodo per sentirci figli presenti senza esserlo davvero.

Mamma non guidava più.

Prima erano peggiorati gli occhi.

Poi le ginocchia.

Camminava lentamente, con quella testardaggine delle donne che hanno passato una vita a portare pesi e non vogliono ammettere che adesso persino una busta della spesa è diventata troppo.

Ogni pomeriggio, verso le quattro, usciva sulla veranda.

Si sedeva sulla sedia a dondolo che papà aveva costruito alla fine degli anni Settanta.

Una sedia storta, pesante, impossibile da buttare.

Guardava i campi.

Un giorno mi confessò:

«Sai qual è la cosa peggiore quando diventi vecchio?»

Pensavo avrebbe detto il dolore.

O la paura.

O la solitudine.

Disse:

«Il silenzio.»

Poi rimase qualche secondo senza parlare.

«Ci sono giorni in cui è così forte che mi sembra di sentire il sangue che mi passa nelle vene.»

Quella frase mi rimase addosso.

Eppure tornai a Bologna.

Come sempre.

All’inizio di giugno comparve il cane.

Mamma mi telefonò quella sera.

«È arrivato un forestiero.»

Pensai a una persona.

«Chi?»

«Un cane.»

Era grosso, tigrato, con il petto chiaro.

Un incrocio robusto, probabilmente appartenente a qualche vecchia linea di cani da masseria.

Aveva un orecchio con la punta rovinata.

Il muso segnato.

Le zampe anteriori portavano vecchie cicatrici.

E soprattutto era magro.

Così magro che, secondo mamma, «gli si potevano contare le costole senza nemmeno mettersi gli occhiali».

Non salì sulla veranda.

Non cercò carezze.

Non abbaiò.

Si sistemò nella terra fresca sotto i gradini e rimase lì.

Mamma gli portò una ciotola d’acqua.

Poi un po’ di carne avanzata dal pranzo.

Il cane non toccò nulla finché lei non rientrò in casa.

La mattina dopo la ciotola era vuota.

Il cane era ancora lì.

Il giorno successivo accadde la stessa cosa.

E quello dopo ancora.

Mamma decise di chiamarlo Bruno.

«Ha la faccia da Bruno.»

Questo era il suo metodo per dare i nomi agli animali.

Nessuna riflessione.

Nessuna discussione.

Una certezza assoluta.

La stessa donna aveva dato il nome a cinque figli, decine di gatti comparsi nella masseria e un marito che, secondo lei, «Carlo sembrava Carlo già prima di presentarsi».

Bruno rimase.

Ma aveva una stranezza.

Non entrava in casa.

Mai.

Mamma poteva lasciare la porta aperta.

Poteva chiamarlo.

Poteva appoggiare una fetta di prosciutto appena dentro l’ingresso.

Lui arrivava fino al primo gradino.

Guardava.

Scodinzolava una volta.

Poi tornava indietro.

Come se qualcuno, molti anni prima, gli avesse insegnato una regola impossibile da dimenticare.

Fuori sì.

Dentro no.

Quando andai a trovare mamma a luglio, incontrai Bruno.

Provai ad avvicinarmi.

Si alzò.

Fece dieci passi indietro.

Mi studiò.

Non ringhiò.

Non mostrò i denti.

Mi guardava soltanto come il vecchio barista del paese quando entra uno che non ha mai visto.

«Non si fida di te», disse mamma ridendo.

«E tu ti fidi di lui?»

«Certo.»

«Mamma, non sai nemmeno da dove viene.»

Si appoggiò al bastone.

Mi fissò.

«Michele, è venuto qui.»

«Sì, questo lo vedo.»

«No. Tu non hai capito. È venuto proprio qui.»

Pensai che intendesse dire dalla strada vicina.

Da qualche cascina.

Da qualche famiglia che l’aveva perso.

Non capii altro.

Avrei dovuto.

Quell’estate fu caldissima.

La terra diventava dura già a metà mattina.

Le persiane restavano abbassate.

Mamma cucinava presto e poi chiudeva tutto per non fare entrare il caldo.

Bruno sembrava invece sopportarlo meglio di noi.

Si sdraiava vicino alla veranda, perfino quando il sole picchiava forte.

Mamma mi diceva:

«Questo è matto. Gli piace pure agosto.»

Papà diceva una cosa simile dei suoi cani.

Ma in quel momento non ci pensai.

A settembre Bruno permise a mamma di accarezzargli la testa.

A ottobre mangiava dalla sua mano.

La seguiva nell’orto.

La aspettava mentre stendeva due asciugamani.

Si alzava quando lei si alzava.

Si sdraiava quando lei si sedeva.

Ma dentro casa niente.

Con le prime notti fredde mamma apriva la porta e diceva:

«Bruno, vieni dentro, testone.»

Lui la guardava.

Una volta scodinzolava.

Poi tornava sotto la veranda.

«Si comporta come se non avesse il permesso», mi disse al telefono.

Io risposi scherzando:

«Meglio così. Tu hai novantun anni e lui pesa quasi quanto te. Non voglio che ti faccia inciampare.»

Mamma si offese.

«Questo cane piuttosto si rompe lui una zampa prima di farmi cadere.»

Aveva ragione.

Ma non nel modo che pensavo.

A novembre cominciarono i problemi.

Prima si guastò la caldaia.

Poi un tubo della cucina perse acqua.

Mamma dormiva male.

Si alzava di notte.

Una domenica, durante la solita telefonata, disse che le girava un po’ la testa.

«Vai dal medico.»

«Domani.»

«Promesso?»

«Promesso.»

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