Il cane che tutti temevano rifiutava perfino l’acqua: quando aprirono quella borsa, nessuno riuscì più a giudicarlo

Tre persone chiamarono per far portare via quel cane “pericoloso”. Quando aprii la borsa che difendeva senza bere da ore, capii perché preferiva morire lì

«Non faccia un altro passo.»

La donna con la tuta da ginnastica si fermò dietro di me, stringendosi l’avambraccio fasciato.

«Mi ha già morso stamattina. Se si avvicina a quella borsa, quello le salta addosso.»

Non le risposi.

Avevo gli occhi sul cane.

Era seduto sul bordo della Strada Provinciale 9, tra il guardrail bollente e l’erba secca. Un incrocio di pastore, maschio, pelo marrone a chiazze, costole così evidenti che si potevano contare anche da lontano.

Avrebbe dovuto pesare almeno trenta chili.

Forse ne pesava venti.

Ma non era quello a preoccuparmi.

Era il modo in cui teneva il corpo attaccato a una vecchia borsa sportiva nera.

La borsa era sporca, strappata su un lato, con la cerniera aperta per pochi centimetri. Sembrava una di quelle borse economiche che negli anni Novanta si portavano in palestra, con il fondo rigido e le maniglie che dopo un po’ si spellavano.

Il cane non la annusava.

Non ci giocava.

La proteggeva.

Si era messo tra la strada e quella borsa come un muro.

Mi chiamo Andrea Bellini, avevo cinquantadue anni e lavoravo da quasi dodici nel servizio di pattuglia della provincia.

Ne avevo viste abbastanza.

Incidenti.

Risse fuori dai bar.

Famiglie che litigavano per pochi metri di terreno lasciati dal nonno.

Fratelli che non si parlavano da vent’anni e poi si presentavano insieme quando c’era da dividere una casa.

Una volta avevo perfino dovuto calmare un uomo che aveva sfondato la vetrina di un negozio con l’auto perché gli avevano rifiutato un reso.

Insomma, pensavo di avere ormai la pelle dura.

Eppure quella domenica le mani mi tremarono prima ancora di chiudere la portiera.

Il cane mi guardò.

Alzò appena il labbro.

Poi mostrò i denti.

Un ringhio basso, continuo.

Non era il ringhio di un animale che cerca lo scontro.

Era un avvertimento.

Quasi una frase.

Non avvicinarti.

Dietro di me, la donna fasciata riprese a parlare.

«Stavo facendo la mia solita camminata. Vengo qui tutte le domeniche. Ho visto quella borsa prima, ma il cane non c’era. Al ritorno era comparso. Sembrava mezzo morto, povera bestia. Ho provato ad aiutarlo.»

Si chiamava Teresa Mancini, quarantanove anni, impiegata in un piccolo studio contabile.

«Mi sono avvicinata piano. Gli parlavo. Sa, come si fa con i cani.»

Indicò la benda.

«Mi ha preso qui.»

«L’ha inseguita?»

«No.»

«Ha continuato ad attaccarla?»

Teresa esitò.

«No. Appena mi sono allontanata è tornato vicino alla borsa.»

Quello cambiava tutto.

Un cane fuori controllo insegue.

Si agita.

Corre avanti e indietro.

Quello invece era piantato sull’asfalto.

Immobile.

Come certi uomini anziani che vedi seduti davanti al bar del paese anche quando il bar ha chiuso, perché quella sedia è stata il loro posto per quarant’anni e nessuno riuscirebbe a convincerli che adesso devono alzarsi.

Presi una bottiglia d’acqua dalla macchina.

Versai l’acqua in una vaschetta di plastica.

Mi avvicinai abbastanza da lasciarla a qualche metro dal cane.

Poi arretrai.

Lui guardò l’acqua.

Lo vidi deglutire.

La lingua secca uscì dalle labbra.

Il naso si mosse.

Per un secondo pensai che sarebbe corso a bere.

Invece girò la testa.

Guardò la borsa.

E rimase dov’era.

Mi si strinse qualcosa nello stomaco.

Un animale ridotto così che rifiuta l’acqua non sta facendo il difficile.

Sta scegliendo.

E quel cane aveva deciso che qualsiasi cosa ci fosse in quella borsa contava più della sua sete.

Chiamai la centrale.

«Mandatemi il servizio animali il prima possibile.»

«Situazione aggressiva?»

Guardai il cane.

«Non lo so.»

«È pericoloso?»

Rimasi in silenzio qualche secondo.

«Credo che stia difendendo qualcosa.»

Arrivò una donna di nome Daniela poco dopo.

Cinquantasei anni, capelli grigi raccolti male, braccia robuste, scarpe da lavoro piene di polvere.

Era una di quelle persone che non alzano mai la voce perché non ne hanno bisogno.

Si fermò a distanza.

Osservò il cane.

Le orecchie.

Le zampe.

Il modo in cui respirava.

Poi disse:

«Questo non è un randagio cresciuto per strada.»

«Come fai a dirlo?»

«Guarda come aspetta.»

Non capii.

Daniela indicò il cane con il mento.

«È abituato ai comandi. Non si muove perché ha deciso che quello è il suo posto. Un animale selvatico avrebbe già cercato una via di fuga.»

«Ha morso una donna.»

«No.»

Teresa, dietro di noi, sbottò.

«Mi scusi? La benda me la sono fatta per moda?»

Daniela si girò.

«Non dico che non l’abbia morsa. Dico che non l’ha aggredita per cacciare lei. L’ha avvertita perché si è avvicinata alla borsa.»

Teresa rimase zitta.

Daniela prese alcuni bocconi da una tasca.

Poi avanzò lentamente.

Un passo.

Due.

Tre.

Il cane la seguiva con gli occhi.

Il ringhio non aumentò.

Daniela arrivò a circa un metro e mezzo.

E allora lo sentimmo.

Un suono.

Debole.

Così leggero che all’inizio pensai fosse un insetto o il metallo del guardrail che si dilatava al caldo.

Poi arrivò di nuovo.

Un piccolo lamento.

Dalla borsa.

Daniela si immobilizzò.

Io pure.

Teresa portò una mano alla bocca.

Il cane abbassò la testa.

Avvicinò il muso allo strappo sulla borsa.

Poi fece una cosa che, ancora oggi, quando ci penso mi fa abbassare la voce.

Premette il naso contro il tessuto.

E respirò dentro.

Lentamente.

Una lunga espirazione calda.

Come se volesse dire a chi era lì dentro:

Sono ancora qui.

Non ti ho lasciato.

Daniela mi guardò.

Non aveva più l’espressione professionale di prima.

«Andrea.»

«Sì.»

«Quella borsa va aperta.»

Mi infilai i guanti.

Mi inginocchiai.

Il cane mostrò di nuovo i denti, ma il ringhio era più debole.

Non aveva quasi più energia.

Mi avvicinai di pochi centimetri alla volta.

«Tranquillo.»

Lo so.

Una parola inutile.

Ma è quella che diciamo tutti quando vorremmo convincere qualcun altro a non avere paura.

Forse perché in realtà stiamo cercando di convincere noi stessi.

La mia mano arrivò alla cerniera.

La spalla del cane toccò il dorso della mia mano.

Tremava.

Non di rabbia.

Tremava come mio padre negli ultimi anni, quando si ostinava a salire da solo le scale di casa pur di non ammettere che le gambe non erano più quelle di una volta.

Il cane era allo stesso limite.

Il corpo gli stava dicendo di crollare.

Lui continuava a rimanere in piedi.

Aprii la borsa.

Dentro c’era un vecchio asciugamano.

E sull’asciugamano c’erano tre cuccioli.

Minuscoli.

Occhi ancora chiusi.

Uno marrone.

Uno nero con piccole macchie color miele.

Il terzo chiaro, quasi dorato.

Erano così piccoli che avrei potuto tenerne uno nel palmo di una mano.

Il primo si muoveva appena.

Il secondo respirava.

Il terzo no.

«Madonna santa», sussurrò Teresa.

Daniela era già accanto a me.

Prese il cucciolo chiaro.

Lo strofinò.

Controllò la bocca.

Il petto.

«Forza.»

Niente.

Lo massaggiò ancora.

«Dai, piccolino.»

Il cane adulto cercò di sollevarsi.

Non ce la fece.

Fece mezzo passo e quasi cadde.

Gli misi una mano sul fianco.

Daniela continuava.

Poi il cucciolo aprì la bocca.

Uscì un verso sottilissimo.

Non un vero guaito.

Più simile al rumore di un foglio accartocciato.

Il cane adulto mosse la coda.

Una volta.

Una sola.

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