Il vecchio cane cieco batté tre volte sul pavimento: pochi secondi dopo, la famiglia capì perché

Tre adulti dormirono mentre il baby monitor era spento. Ma il vecchio cane cieco e sordo attraversò il corridoio e batté tre volte sul pavimento.

Mia madre si svegliò alle 2:16 quando Argo spinse con il muso la porta della camera degli ospiti.

Non entrò.

Rimase nel corridoio, immobile, con il naso segnato dalle cicatrici rivolto verso il parquet e le zampe anteriori leggermente divaricate.

«Argo, torna a dormire», sussurrò mamma.

Lui non poteva sentirla.

Quasi non vedeva più.

Eppure si voltò e cominciò a camminare lungo il muro.

Io ero tornata al lavoro appena due giorni prima. Mamma si era fermata da noi proprio per occuparsi della poppata delle due di notte e regalare a me e Marco almeno qualche ora consecutiva di sonno.

Matteo aveva sette settimane.

Era nato prematuro.

Quella notte nessuno di noi lo sentì piangere.

Il baby monitor aveva perso alimentazione durante un breve blackout. La porta della nostra camera era quasi chiusa e la pioggia gelata batteva così forte contro le finestre che perfino i rami dell’albero dietro casa sembravano graffiare i vetri.

Argo, invece, aveva percepito qualcosa.

Mamma lo seguì pensando che il povero vecchio cane si fosse semplicemente disorientato.

Lui sfiorava il battiscopa con la spalla sinistra.

A ogni porta si fermava.

Bagno.

Ripostiglio.

Camera nostra.

Entrò e colpì il pavimento accanto al mio letto.

Una volta.

Non mi mossi.

Due volte.

Mi girai sotto le coperte.

Tre volte.

Aprii gli occhi.

Argo era già tornato verso il corridoio.

«Credo che ti stesse cercando», disse mia madre.

Fu quello che pensammo per circa venti secondi.

Poi Argo passò davanti alla propria cuccia senza fermarsi.

La sua grossa brandina ortopedica era contro il muro. L’avevamo comprata perché le zampe posteriori tremavano e il fianco sinistro portava ancora i segni di una vecchia frattura guarita male.

Eppure dormiva sempre in una posizione assurda.

Il corpo sul cuscino.

Le zampe anteriori fuori.

Appoggiate direttamente sul legno.

Quella sera il tappeto del corridoio era stato spinto di lato.

Argo seguì proprio la striscia di parquet rimasta scoperta.

Marco accese la luce.

Gli occhi lattiginosi del cane non reagirono.

Continuò a camminare.

A ogni passo sembrava aspettare qualcosa sotto le zampe.

«Aspetta», disse Marco.

Si inginocchiò e posò una mano sul pavimento.

Matteo pianse.

La voce arrivò debolissima dalla cameretta.

Ma Marco sollevò lo sguardo prima ancora che io riuscissi a sentirla bene.

«Non lo sente.»

Deglutì.

«Lo sente attraverso il pavimento.»

Argo raggiunse la porta della cameretta e la spinse con il muso.

Matteo era nella culla, con le gambe raccolte verso la pancia e le manine strette.

Argo seguì il muro fino alla culla.

Urtò piano una sponda, fece scorrere il naso lungo il legno e trovò lo spazio fra due listelli.

Matteo aprì una mano e gli sfiorò il muso.

Il pianto diminuì.

Mamma si coprì la bocca.

Io presi Matteo, lo sistemai contro la spalla e dopo pochi secondi uscì un piccolo rutto.

«Era solo aria», dissi.

Volevo crederci.

Argo rimase accanto alla culla.

Matteo piangeva.

Le dita delle zampe di Argo si tendevano.

Matteo taceva.

Argo aspettava.

Poi il bambino ricominciava e il cane spostava il peso in avanti.

Non stava semplicemente cercando Matteo.

Stava seguendo uno schema.

All’improvviso Matteo interruppe un pianto a metà.

Non lo lasciò sfumare.

Non emise il solito mugolio.

Semplicemente si fermò.

Argo alzò la testa.

Spinse il muso contro la culla.

Indietreggiò.

Batté una zampa sul pavimento.

Poi si voltò e venne diritto da me.

Non da Marco.

Non da mia madre.

Da me.

La terapista respiratoria pediatrica.

Mi premette la fronte contro il ginocchio e tornò verso la culla.

Fu allora che capii che Argo non controllava soltanto quando Matteo piangeva.

Controllava soprattutto come smetteva.

E qualcuno, molti anni prima che entrasse nella nostra casa, gli aveva insegnato che certi silenzi non erano normali.

Mi chiamo Elena Conti.

Avevo trentasette anni quell’inverno e lavoravo tre turni lunghi alla settimana nel reparto pediatrico di un grande ospedale dell’Emilia.

Marco lavorava nell’officina dei mezzi pubblici.

Tornava la sera con quell’odore di ferro, gomma e grasso che nessun sapone sembrava riuscire a togliere dalle mani.

Matteo era arrivato quasi due mesi prima del previsto.

Pesava poco più di un chilo e mezzo.

Aveva trascorso più di un mese in terapia intensiva neonatale.

Per quattordici anni avevo spiegato ad altri genitori cosa significassero saturazione, ossigeno, frequenza respiratoria e allarmi.

Poi quelle cifre erano apparse sopra la testa di mio figlio.

E improvvisamente non ero più un’esperta.

Ero soltanto sua madre.

La prima notte a casa controllai se respirava cinquantasei volte.

Marco le contò.

Non mi disse mai di smettere.

Spostò soltanto la poltrona più vicino alla culla e lasciò una coperta sullo schienale perché sapeva che avrei passato metà della notte seduta lì.

Argo era arrivato nella nostra famiglia cinque mesi prima.

Lo incontrai durante una giornata di volontariato in un canile della provincia.

Era nell’ultimo box.

Un vecchio pastore tedesco nero e grigio che avanzava lentamente lungo il perimetro tenendo sempre la spalla sinistra contro il muro.

La punta dell’orecchio destro era piegata da una vecchia ferita.

Tre dita della zampa anteriore sinistra erano bianche.

Una cicatrice sottile gli attraversava il naso.

Gli occhi sembravano due biglie dietro un vetro appannato.

«È praticamente cieco», mi disse l’operatrice.

«E sente pochissimo.»

Era stato trovato vicino a una casa di campagna lasciata vuota.

Non aveva collare.

Però il pelo attorno al collo conservava il segno chiaro di qualcosa che aveva portato per anni.

Il primo rifugio lo aveva registrato come randagio.

Il secondo aveva annotato tre cose.

Era abituato alla casa.

Si lasciava toccare senza problemi.

Non sopportava i tappeti spessi.

Nessuno conosceva la sua storia.

Il veterinario stimava undici anni.

Entrai nel box e mi sedetti a terra.

Argo continuò il suo giro senza venire verso di me.

Usava baffi, zampe e spalla per disegnarsi mentalmente lo spazio.

Quando arrivò alla mia scarpa si fermò.

Allora, quasi per gioco, picchiettai due volte le dita sul cemento.

Argo indietreggiò.

Provai tre volte.

Tac.

Tac.

Tac.

Argo fece immediatamente un passo avanti e mi appoggiò la fronte sul petto.

L’operatrice sorrise.

«Ogni tanto lo fa.»

«Che cosa gli ho detto?»

«Non ne abbiamo idea.»

Quello fu il primo dettaglio che interpretammo male.

Marco pensava che la nostra casa sarebbe stata difficile per un cane cieco.

Era una vecchia villetta alla periferia di Bologna, con corridoi stretti, porte una di fronte all’altra e parquet che scricchiolava anche quando nessuno sembrava camminarci sopra.

Argo la imparò in meno di un’ora.

Seguì ogni muro.

Toccò sedie, tavoli, porte e mobili.

Quando incontrava un ostacolo lo sfiorava con il muso, tornava indietro e ripeteva il passaggio.

Dopo quella sera smettemmo quasi completamente di spostare i mobili.

Imparò i gradini del piccolo cortile contandoli con le zampe.

Trovava la ciotola grazie a una striscia di tessuto sottile sul pavimento della cucina.

Trovava Marco dall’odore dell’officina.

Trovava me dalla crema alla menta che usavo dopo i turni.

Per avvisarlo della nostra presenza battevamo due volte sul pavimento.

Lui sollevava la testa e cercava il nostro odore.

Tre colpi, invece, facevano qualcosa di diverso.

Argo si alzava immediatamente.

E cominciava a cercare qualcuno.

Pensavamo fosse un vecchio comando d’addestramento.

Il secondo mistero erano i tappeti.

Argo accettava soltanto quelli sottili e fermi.

I tappeti pesanti li aggirava.

Oppure li grattava finché riusciva a spostarli.

«Forse non gli piace la sensazione sotto le zampe», diceva Marco.

Comprammo una cuccia ortopedica spessa.

Ogni mattina trovavamo Argo mezzo fuori.

Il petto sul cuscino.

Le zampe anteriori sul parquet.

«Avrà caldo», disse una volta Marco.

Era gennaio.

In casa c’erano diciotto gradi.

Argo continuava a tenere le zampe sul legno.

Quando montammo la culla di Matteo, entrò nella cameretta ancora prima che finissimo.

Seguì i quattro muri.

Toccò le gambe della culla.

Poi si sdraiò vicino alla finestra.

Da quel giorno tornò lì quotidianamente.

Matteo arrivò a casa poco prima di Natale.

Posai l’ovetto sul pavimento dell’ingresso e lasciai che Argo si avvicinasse lentamente.

Il suo naso seguì la copertina fino al minuscolo piede.

Matteo mosse una gamba.

Argo si immobilizzò.

Il movimento del bambino aveva fatto vibrare leggermente la plastica dell’ovetto contro il parquet.

Argo mise una zampa vicino alla base.

Matteo scalciò di nuovo.

Il cane si sdraiò.

Restò lì quasi tre quarti d’ora.

Quella stessa notte trascinò la cuccia nel corridoio.

Non capimmo perché.

La prima volta che trovò Matteo senza aiuto fu la notte di Natale.

Io e Marco eravamo sul divano, troppo stanchi persino per finire le frasi.

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