Il cane era già salvo, poi tornò nell’auto sommersa: quando vidi cosa cercava sotto il seggiolino, capii perché non voleva lasciarci
La cagna era già fuori dal finestrino rotto quando si divincolò dalle mie braccia e si ributtò dentro l’auto quasi sommersa.
Per un secondo pensai che il panico le avesse fatto perdere la testa.
Aveva passato chissà quanti minuti chiusa in quel SUV, con l’acqua marrone salita prima alle zampe, poi al petto, poi fino alla gola.
Io avevo appena spaccato il vetro posteriore.
Lei aveva finalmente davanti il cielo.
Poteva lasciarsi trascinare verso la corda di sicurezza che i miei amici tenevano dalla strada.
Invece piantò entrambe le zampe posteriori contro il mio giubbotto, mi spinse via e sparì di nuovo nell’abitacolo.
Mi chiamo Gianni Ferri.
Ho sessantasette anni, sono un vigile del fuoco in pensione e, da quando ho lasciato il servizio, aiuto un piccolo gruppo di motociclisti volontari della provincia durante le emergenze.
Quella mattina, dopo due giorni di pioggia che sembravano non voler finire, eravamo arrivati in un paese della Romagna dove il torrente aveva mangiato strade, garage, cantine e pezzi interi di vita.
L’auto era incastrata contro un guardrail piegato.
Sei uomini tenevano la corda legata alla mia imbracatura.
L’acqua colpiva la fiancata con una forza tale da spostarla di qualche centimetro ogni volta.
«Gianni, non stare lì! Si muove!» gridò Paolo dalla strada.
Io infilai di nuovo il braccio nel finestrino.
La cagna riemerse.
Era un Golden Retriever grande, con il pelo color miele ormai quasi marrone per il fango, una macchia bianca sotto il mento e un orecchio piegato in avanti.
Aveva gli occhi di un animale sfinito.
Ma non erano occhi vuoti.
Erano occhi che chiedevano qualcosa.
Stringeva tra i denti un coniglietto di stoffa.
Quando lo vidi, pensai di aver capito.
«Volevi il tuo pupazzo, eh? Vieni fuori adesso.»
Lei lasciò cadere il coniglio.
Poi abbaiò verso il pavimento posteriore.
Un abbaio secco.
Quasi arrabbiato.
E si immerse ancora.
Fu allora che vidi il seggiolino.
O meglio, vidi la base di un seggiolino per neonati ancora agganciata al sedile.
Le cinture galleggiavano nell’acqua.
Sembrava vuoto.
«C’è un seggiolino dietro!» urlai.
«È vuoto?» chiese Paolo.
«La base sì.»
La cagna riemerse con una copertina rosa tra i denti.
Tirò.
Il tessuto si tese verso il fondo.
Sotto l’acqua comparve un manico di plastica scura.
Mi si gelò il sangue.
Il seggiolino non era vuoto.
La base era rimasta sul sedile.
La parte staccabile, quella dove si trasporta il neonato, era scivolata nel vano dei piedi dopo l’urto.
Sopra galleggiava una borsa piena di pannolini che la nascondeva quasi completamente.
Dentro c’era una bambina.
Legata.
Immersa nell’acqua torbida.
«C’È UNA PICCOLA!»
Non ricordo nemmeno quanto forte urlai.
Sulla strada smisero tutti di parlare.
Agganciai una seconda corda al telaio dell’auto e infilai il braccio fino alla spalla.
Le dita trovarono il manico.
Tirai.
Niente.
Il seggiolino era bloccato da una cintura attorcigliata.
L’acqua mi schiacciava il gomito contro il vetro rotto.
La cagna afferrò la coperta e la tirò dalla parte opposta.
Fu così che vidi la cinghia.
Presi il taglierino di sicurezza.
Un colpo.
Due.
La cintura cedette.
Il seggiolino salì di pochi centimetri.
La bambina aveva il viso girato di lato.
Gli occhi chiusi.
Non si muoveva.
La cagna infilò il muso sotto la copertina e la spinse lontano dalla bocca della piccola.
Fu la prima volta che vidi bene il suo volto.
Avrà avuto otto, forse nove mesi.
Un calzino rosa era ancora infilato in un piedino.
L’altro era sparito.
«Serve il kit pediatrico! Chiamate i sanitari, subito!»
Provai a sollevare il seggiolino.
Era pesantissimo perché pieno d’acqua.
Si incastrò contro il telaio del finestrino.
L’auto scricchiolò.
Dietro di me sentii Paolo imprecare.
«Sta cedendo il guardrail!»
Marco, uno dei nostri, entrò nell’acqua con una seconda fune.
Arrivò fino a me.
La cagna si infilò sotto il mio braccio e afferrò una cinghia penzolante del seggiolino.
Non poteva sollevarlo.
Ma tirando cambiò leggermente l’angolazione.
Fu abbastanza.
«Adesso!»
Io spinsi.
Marco tirò.
Il seggiolino attraversò il finestrino.
Lo passai a lui.
Solo quando vide la bambina allontanarsi dall’auto, la cagna smise di opporre resistenza.
Le passai un braccio sotto il petto.
«Ora vieni, testarda.»
Dalla strada tirarono tutti insieme.
L’auto ruotò dietro di noi.
Il finestrino che avevo appena rotto scomparve sotto il livello dell’acqua.
Sull’erba aprii le cinghie della bambina.
Non respirava normalmente.
La cagna crollò accanto al mio ginocchio.
Aveva il muso a pochi centimetri dal calzino rosa.
Cominciai le manovre di rianimazione che avevo eseguito tante volte in servizio e che avevo sempre pregato di non dover fare su un neonato.
«Forza, piccola.»
Nessuno parlava.
Si sentiva soltanto l’acqua dietro di noi.
E il mio respiro.
Poi arrivò un colpo di tosse.
Minuscolo.
La cagna sollevò la testa.
Un altro colpo di tosse.
La bambina prese un respiro irregolare.
Non era fuori pericolo.
Ma respirava.
Fu allora che la cagna chiuse gli occhi e lasciò cadere la testa sull’erba.
Come se avesse aspettato soltanto quello.
Il suo nome era Stella.
La bambina si chiamava Anna.
E quella mattina nessuno di noi sapeva ancora che i suoi genitori erano vivi.
Luca e Serena abitavano al piano terra di una palazzina costruita negli anni Novanta, una di quelle con le persiane marroni, il piccolo balcone e i vasi di gerani che in paese sembrano tutti uguali.
Lui aveva trentotto anni.
Lei trentacinque.
Anna aveva otto mesi.
Stella ne aveva sette.
Il cane era entrato nella vita di Serena molto prima del matrimonio.
Gliel’aveva portata suo padre quando era ancora cucciola, dopo un periodo difficile in cui Serena era tornata a vivere dai genitori.
«Questa non ti farà domande», le aveva detto. «Ma ti ascolterà lo stesso.»
Suo padre non c’era più da tre anni.
Per questo Serena diceva spesso che Stella era l’ultima cosa viva in casa capace di ricordarle la voce di papà.
Quando nacque Anna, Stella prese l’abitudine di dormire davanti alla porta della cameretta.
Se la bambina piangeva, correva a cercare un adulto.
Se Serena si alzava alle tre del mattino per allattarla, Stella la seguiva e si sdraiava vicino alla poltrona.
La nonna la chiamava scherzando «la balia col pelo».
Nessuno, ovviamente, lasciava Anna affidata al cane.
Era un modo di dire.
Una di quelle battute che nelle famiglie diventano tradizione senza che nessuno sappia più chi l’abbia inventata.
Quella mattina l’acqua aveva cominciato a entrare nel parcheggio poco dopo le sei.
Luca guardò dal balcone e disse la frase che, per settimane, si sarebbe rimproverato.
«Andiamocene adesso. Da tua sorella siamo in alto.»
Mancavano meno di tre chilometri.
Tre chilometri che sembravano niente.
Serena prese la borsa dei pannolini.
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