Il mio pitbull fuggì al parco verso un’altra cagnolina, ma quando si toccarono il muso rimasi senza parole

Il mio pitbull si liberò al parco e corse verso un’altra cagnolina: quando si annusarono, capimmo che quel sabato non era un caso

Non avevo mai visto Ettore muoversi così.

Sessantotto chili di muscoli grigi, zampe bianche e un’educazione quasi da vecchio signore. Era il tipo di cane che aspettava accanto alla sedia di mia figlia finché lei non aveva finito di mangiare, anche quando un pezzo di pollo cadeva a dieci centimetri dal suo naso.

Quel sabato, invece, per poco non mi strappò una spalla.

Dall’altra parte del prato del Parco della Pellerina, a Torino, c’era una pitbull tigrata accanto a una donna e a un bambino.

Portava un fazzoletto rosso al collo, aveva una macchia bianca sul petto e una sottile cicatrice rosa vicino all’orecchio destro.

Ettore si immobilizzò.

La cagnolina fece lo stesso.

Per un secondo nessuno dei due respirò quasi.

Poi Ettore emise un lamento sottile, tremante.

Era un suono che non sentivo dalla prima notte in cui lo avevo portato a casa dal canile.

La corda mi scivolò dalle mani.

Quasi nello stesso istante, anche la donna perse il guinzaglio.

I due cani partirono.

Attraversarono il prato di corsa.

Alcuni genitori vicino ai giochi presero i bambini per mano e si spostarono. Una signora fece un passo indietro stringendo la borsa al petto.

Li capivo.

Due pitbull senza guinzaglio che corrono uno verso l’altro non sono esattamente l’immagine che fa pensare a una storia d’amore.

Io corsi dietro a Ettore.

La donna corse dietro alla sua cagnolina.

«ETTORE!»

«LUNA!»

Ma non accadde ciò che temevamo.

I due cani si fermarono muso contro muso.

Si annusarono lentamente.

Ettore passò il naso sulla cicatrice dell’orecchio di Luna. Lei fece lo stesso sulla vecchia cicatrice che lui aveva vicino alla spalla.

Poi Ettore infilò il muso sotto il mento di Luna.

Lei appoggiò una zampa sopra una delle sue zampe bianche.

E improvvisamente si buttarono entrambi nell’erba.

Cominciarono a rotolarsi, spingersi, rincorrersi come cuccioli.

Non sembravano due cani appena conosciuti.

Sembravano due creature che si erano finalmente ritrovate.

«Papà!»

Mia figlia Bianca arrivò correndo dietro di me.

Aveva cinque anni, le trecce storte che avevo fatto io quella mattina e le ginocchia già verdi d’erba.

«Ettore ha trovato la sua fidanzata!»

«Non credo funzioni proprio così.»

Il bambino che era con la donna scoppiò a ridere.

«Luna non ha il fidanzato!»

«Adesso sì.»

Dopo trenta secondi, quei due bambini che non si erano mai visti stavano già litigando su chi dovesse lanciare per primo una pallina gialla.

I cani correvano in cerchio dietro di loro.

E noi due adulti rimanemmo lì, ansimanti, con quattro guinzagli aggrovigliati ai piedi.

La donna avrà avuto trentasette anni.

Capelli castani raccolti male, occhi verdi, una felpa legata in vita e quell’aria stanca che riconosci soltanto quando anche tu la porti addosso da anni.

Io ne avevo quarantatré.

Un metro e novanta, testa rasata, barba scura già macchiata di grigio, tatuaggi sulle braccia e un vecchio gilet da motociclista che faceva pensare a molta gente che Bianca non potesse essere davvero mia figlia.

«Mi dispiace», disse lei. «Luna non era mai scappata così.»

«Nemmeno Ettore.»

«Io sono Laura.»

«Marco.»

Suo figlio si chiamava Tommaso.

Cinque anni.

Tre settimane più grande di Bianca.

Informazione che lui comunicò immediatamente, perché a cinque anni tre settimane rappresentano evidentemente una carriera intera.

Ci sedemmo su una panchina.

Bianca e Tommaso costruirono sotto un albero quello che chiamavano “l’ospedale dei cani”.

Ettore era il malato.

Luna, per motivi che nessuno comprese, era il medico.

Da quattro anni crescevo Bianca da solo.

Ogni mattina le preparavo la merenda prima di aprire la mia piccola officina.

Avevo imparato a fare le trecce guardando video la sera.

Nelle tasche dei miei giubbotti convivevano elastici rosa, mollette, chiavi inglesi e viti.

Quando Bianca aveva la febbre non esisteva nessuno con cui fare cambio.

Quando si svegliava alle due di notte chiamando “papà”, ero sempre io.

Quando c’era da comprare il costume per la recita, ricordarsi il modulo per la scuola, portarla dal pediatra e consegnare una moto entro venerdì, non c’era un altro adulto a cui dire:

«Pensaci tu.»

La madre di Bianca era uscita dalle nostre vite lentamente.

Prima saltando qualche fine settimana.

Poi un compleanno.

Poi due.

Poi rispondendo sempre meno.

Alla fine era rimasto un bonifico ogni mese e un indirizzo in un’altra regione.

Niente messaggi.

Niente telefonate.

Niente domande.

La sera, quando Bianca dormiva, Ettore mi seguiva in cucina.

Io mangiavo spesso in piedi, davanti al lavello.

Lui poggiava la testa pesante sul mio ginocchio.

Era il nostro modo di non dire che la casa sembrava troppo grande quando taceva.

Laura capì molte cose prima che gliele raccontassi.

Anche lei cresceva Tommaso da sola.

Lavorava su turni in una clinica privata, spesso usciva quando il figlio dormiva e rientrava quando il resto del condominio stava già preparando la cena.

Aveva cracker in ogni tasca.

Fazzoletti nello zaino.

Un cambio di vestiti nel bagagliaio.

E mi confessò che qualche volta, dopo il lavoro, rimaneva seduta cinque minuti dentro l’auto parcheggiata.

Senza musica.

Senza telefono.

«È l’unico posto dove nessuno mi chiama», disse.

Non parlammo come due sconosciuti.

Parlammo come due persone abituate a portare sei buste della spesa con una mano sola perché nell’altra c’è un bambino.

Quando arrivò il momento di andar via, Luna rifiutò.

Si piantò accanto a Ettore.

Lui le mise una zampa sulle zampe anteriori.

Laura rise.

«Credo che abbiano già fissato un secondo appuntamento.»

Avrei voluto chiederle il numero.

Ma dopo anni trascorsi a parlare soprattutto con clienti, maestre d’asilo e una bambina di cinque anni, la mia capacità di corteggiare una donna era più o meno quella di un termosifone.

«Noi veniamo qui quasi ogni sabato», dissi.

Laura mi guardò.

«Anche noi.»

Poi sorrise.

«Da oggi.»

Mentre si allontanavano, Bianca infilò la mano nella mia.

«Papà?»

«Dimmi.»

«Secondo me Ettore ci ha scelto un’altra famiglia.»

Sbuffai.

«I cani non decidono queste cose.»

Ettore si voltò verso Luna e fece di nuovo quel piccolo lamento.

Sei settimane dopo avrei scoperto quanto mi sbagliavo.

Il sabato seguente Bianca era pronta alle sette e venti.

Aveva infilato le scarpe viola, messo due palline nello zaino e preso quattro merendine.

«Perché quattro?»

«Tommaso potrebbe avere fame due volte.»

Finsi che non stessimo arrivando al parco con mezz’ora di anticipo.

Ettore non si lasciò ingannare.

Appena vide Luna sul vialetto, cominciò a colpire il sedile con la coda.

Laura ci salutò da lontano.

Quel sorriso mi accompagnò fino a sera.

I sabati diventarono una tradizione prima ancora che qualcuno di noi avesse il coraggio di chiamarli appuntamenti.

I bambini giocavano.

I cani correvano.

Noi occupavamo sempre la stessa panchina.

Portavamo il caffè da casa nei thermos perché comprarlo ogni settimana, diceva Laura, «è da gente ricca o disorganizzata».

A poco a poco arrivarono le confidenze.

Non quelle grandi, teatrali.

Quelle vere.

Bollette.

Febbri.

Mamme anziane che chiamavano tre volte al giorno.

Sensi di colpa.

Il terrore di dimenticare una festa scolastica.

La domanda che ogni genitore solo si fa almeno una volta davanti al soffitto, di notte:

“Sto facendo abbastanza?”

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