I nostri cani si rifiutarono di separarsi al parco: sotto il collare trovammo un pezzo di stoffa che riportava a una storia sepolta da cinque anni
«Tito, vieni. Adesso basta.»
Tirai piano il guinzaglio, ma il mio cane non si mosse di un centimetro.
Aveva appoggiato la sua zampa bianca sopra quella di Lea, la cagnolona tigrata della donna seduta accanto a me. E Lea, come se avesse capito tutto, ci mise sopra anche l’altra.
Mia figlia Giulia spalancò gli occhi.
«Papà! Si tengono per mano!»
Tommaso, il bambino che aveva conosciuto Giulia meno di un’ora prima, scoppiò a ridere.
«Allora sono fidanzati.»
«No!» protestò Giulia. «Sono fratello e sorella. Come noi.»
Io ed Elisa ci guardammo.
I bambini avevano cinque anni e si conoscevano da quarantacinque minuti.
Erano già fratelli.
Noi adulti, invece, non sapevamo nemmeno se darci del tu fosse troppo presto.
Era una domenica pomeriggio, in un grande parco alla periferia di Bologna.
Da lontano potevamo sembrare una famiglia qualsiasi.
Due bambini che correvano verso lo scivolo.
Due cani robusti che si inseguivano nell’erba.
Una donna dai capelli castani e un uomo grosso, con le braccia tatuate, seduti sulla stessa panchina.
Da vicino, la fotografia era meno perfetta.
Io mi chiamavo Marco Bellini, avevo quarantadue anni e riparavo motociclette in una piccola officina aperta da mio padre nel 1987.
Ero anche padre a tempo pieno.
La madre di Giulia non era morta.
A volte sarebbe stato perfino più semplice spiegarlo.
Aveva semplicemente scelto, poco alla volta, di stare sempre meno nella nostra vita.
Prima un fine settimana saltato.
Poi una vacanza annullata.
Poi telefonate sempre più corte.
Alla fine ero rimasto io a preparare le merende, controllare la febbre alle tre di notte, imparare a fare le trecce guardando video e fingere davanti a mia figlia che niente mi facesse male.
Elisa Moretti aveva trentotto anni.
Lavorava come terapista respiratoria in una clinica della zona e cresceva Tommaso praticamente da sola.
Il padre del bambino si era trasferito nel Nord Europa per lavoro.
All’inizio chiamava ogni sera.
Poi tre volte alla settimana.
Poi la domenica.
Poi «quando riesco».
Io ed Elisa appartenevamo a quella categoria di adulti che risponde sempre:
«Tutto bene.»
Anche quando tutto bene non è.
Tito era entrato nella mia vita cinque anni prima.
Un cane grigio e bianco, muscoloso, con occhi color miele, un orecchio leggermente piegato e un dente storto che spuntava quando respirava a bocca aperta.
Sotto il collare blu aveva una cicatrice sottile.
Una zampa davanti era completamente bianca.
Lo avevo adottato in un rifugio comunale quando Giulia aveva pochi mesi.
Lea, il cane di Elisa, era tigrata, più piccola, con una macchia bianca sotto la gola e un piccolo segno rosa vicino all’orecchio destro.
Portava al collo una bandana rossa.
Quel pomeriggio Tito e Lea si erano visti da una parte all’altra del prato.
Tito aveva tirato il guinzaglio così forte che mi era caduto il succo di frutta di Giulia.
Lea era riuscita a sfilarsi dalla pettorina.
Per due secondi avevo avuto paura.
Anche le persone intorno si erano irrigidite.
Due cani grossi che correvano uno verso l’altro fanno presto a far immaginare il peggio.
Invece Tito si era fermato davanti a Lea.
Lea aveva appoggiato il muso contro il suo.
E tutti e due avevano cominciato a emettere dei piccoli lamenti.
Non ringhi.
Non abbai.
Piagnucolii.
Come due creature che si erano aspettate per anni.
Fu così che conobbi Elisa.
Niente telefonini.
Niente amici che organizzano incontri.
Due cani che non accettavano di comportarsi da sconosciuti.
Elisa era una di quelle persone con cui non devi costruire una frase perfetta prima di parlare.
Mi chiese dei tatuaggi senza quella faccia che avevo visto tante volte fuori dalla scuola di Giulia.
Le spiegai che alcuni coprivano errori di quando avevo vent’anni.
Sul polso, invece, avevo una farfalla viola.
«Quella non sembra molto da motociclista», disse.
«Decisione di mia figlia.»
Giulia, da lontano, urlò:
«Era troppo triste senza cose belle!»
Elisa rise.
Poi mi mostrò il piccolo dinosauro di plastica appeso alle chiavi.
«Tommaso dice che mi protegge quando lavoro.»
«Funziona?»
«Finora sì.»
Parlammo.
E forse quello fu il primo segno strano di quella domenica.
Non parlammo delle cose che gli adulti usano normalmente per riempire i silenzi.
Niente lavoro, mutui, macchina, calcio, vacanze.
Parlammo della solitudine.
Quella vera.
Le merende tornate da scuola ancora nello zaino.
Le recite in cui gli altri genitori sembrano sempre seduti in coppia.
Le febbri improvvise.
Il bambino che ti chiede perché papà non telefona.
La bambina che prepara un disegno per una mamma che forse non verrà.
Le confessai che qualche volta restavo in officina anche dopo avere abbassato la serranda.
Non perché avessi ancora motociclette da sistemare.
Restavo sotto i neon, con le mani nere di grasso, perché entrare in una cucina silenziosa mi sembrava più pesante che continuare a lavorare.
Elisa guardò Tommaso.
«A volte resto cinque minuti in macchina sotto casa.»
«Perché?»
«Gli dico che devo rispondere a dei messaggi del lavoro.»
Fece una pausa.
«In realtà ho solo bisogno di cinque minuti in cui nessuno mi chiami mamma.»
Non le dissi che la capivo.
Non serviva.
Fu quello il bello.
Nessuno dei due chiese scusa per essere stanco.
Verso le sei Elisa guardò l’orologio.
«Tommy, dobbiamo andare. Domani scuola.»
Lea si sdraiò.
«Lea.»
Niente.
Elisa tirò fuori un biscotto.
Lea girò la testa dall’altra parte.
«Ma guarda questa disgraziata.»
Io mi alzai per aiutare.
«Tito, andiamo anche noi.»
Lui mise la zampa sopra quella di Lea.
Poi accadde.
Quando Elisa tentò per la terza volta di allontanarsi, Lea si alzò di scatto, infilò il muso sotto il collare di Tito e tirò.
Da sotto il cuoio comparve una strisciolina di tessuto blu scolorito.
Elisa smise di sorridere.
«Cos’è?»
«Un pezzo del vecchio collare che aveva al rifugio.»
Non so perché lo avessi conservato.
Forse perché quando Giulia aveva tre anni mi aveva chiesto di non buttarlo.
«È il vestito di quando Tito era triste», aveva detto.
Così ne avevo tagliato un piccolo pezzo e cucito sotto il nuovo collare.
Elisa si inginocchiò.
Tolse la bandana rossa a Lea.
All’interno c’era cucita una striscia di stoffa.
Uguale.
Stessa trama.
Stessa larghezza.
Stesso filo nero sui bordi.
Soltanto di colore rosso.
Elisa diventò pallida.
«Dove hai adottato Tito?»
Le dissi il nome del rifugio comunale, senza pensarci.
Lei rimase immobile.
«Anch’io.»
«Quando?»
«Cinque anni fa.»
Le dissi il mese.
Era lo stesso.
I bambini continuavano a giocare.
Noi restammo inginocchiati nell’erba.
Tito e Lea, invece, sembravano avere già la risposta.
Il lunedì mattina telefonammo al rifugio.
La ragazza che rispose disse che i documenti più vecchi non erano tutti digitalizzati.
«Dovremmo cercare nell’archivio.»
«Quanto ci vuole?»
«Non lo so.»
Elisa mi guardò.
«Cerchi.»
Due giorni dopo ci richiamarono.
Andammo insieme.
C’erano due fotografie stampate male.
Nella prima, sei cuccioli stavano ammucchiati sotto una coperta.
Nella seconda, un cucciolo grigio copriva con il corpo un cucciolo tigrato che aveva una ferita vicino all’orecchio.
Blu.
Rosso.
Tito.
Lea.
Giulia cominciò a saltare.
«Lo sapevo!»
Tommaso gridò:
«Sono davvero fratelli!»
Ma l’impiegata non sorrideva.
«C’è un’altra cosa.»
Aprì una cartellina.
«I sei cuccioli erano stati recuperati durante uno sgombero d’emergenza. Quattro furono affidati quasi subito. Questi due rimasero più a lungo.»
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