E corse.
Cinquanta metri lo avevano separato dalla salvezza.
Quella volta, cinquanta metri lo separavano da casa.
Passarono i mesi.
Io ed Elisa, nel frattempo, avevamo smesso di fingere che ci vedessimo soltanto per i cani.
I bambini smisero di chiederci quando ci saremmo sposati perché, secondo loro, la questione era già stata decisa.
Fu mia madre a metterci definitivamente con le spalle al muro.
Durante un altro pranzo della domenica, posò in tavola una teglia di lasagne e disse:
«Io non voglio intromettermi.»
Era la frase che precedeva ogni sua intromissione.
«Però siete qui tutte le domeniche. I bambini dormono una volta da uno e una volta dall’altra. I cani non accettano di separarsi. Voi vi guardate come due adolescenti.»
«Mamma.»
«Ho finito.»
Non aveva finito.
«A una certa età bisogna capire che la felicità non manda raccomandate.»
Elisa quasi si strozzò dal ridere.
Mi voltai verso di lei.
«Allora?»
«Allora cosa?»
«Facciamo contenta mia madre?»
«Se mi chiedi di sposarti davanti alle lasagne, ti tiro il pane.»
Aspettai due settimane.
La portai nello stesso parco dove ci eravamo incontrati.
Niente candele.
Niente violinisti.
Niente persone nascoste.
Solo io.
Lei.
I bambini.
Tito e Lea.
Tirai fuori un anello.
Elisa cominciò a piangere prima ancora che parlassi.
«Non ho detto niente.»
«Con quella faccia, Marco, o mi chiedi di sposarti o devi confessare un reato.»
Le chiesi di sposarmi.
Disse sì.
La cerimonia fu piccola.
Famiglia.
Amici.
Le persone del quartiere.
Anna.
Laura e Martina.
E naturalmente i tre cani.
Giulia voleva che Tito portasse gli anelli.
Tommaso sosteneva che fosse ingiusto nei confronti di Lea.
Martina propose la soluzione.
Due piccoli sacchetti di stoffa furono cuciti sui collari di Tito e Lea.
Uno blu.
Uno rosso.
Milo entrò per ultimo con le sue ruote rosse e un piccolo nastro verde legato alla pettorina.
Tre colori.
Gli stessi di cinque anni prima.
Quando percorsero il breve vialetto, mia madre cominciò a piangere prima di chiunque altro.
Stavolta non parlò di polvere.
Tito e Lea portarono le nostre fedi.
Milo portò una piccola targhetta.
C’era scritto soltanto:
CASA.
Oggi, ogni domenica mattina, Martina porta Milo su una pista ciclabile vicino al fiume.
Fanno delle gare.
Milo bara.
Parte sempre prima.
Le sue zampe davanti sono diventate potentissime.
Le costole non si vedono più.
Le cicatrici sulle ginocchia sono rimaste.
Il pelo in certi punti non è ricresciuto.
Quando un vecchio furgone rallenta troppo vicino, Milo si irrigidisce ancora.
Guarire non significa dimenticare la strada.
Significa sapere che la strada non finisce più nello stesso posto.
Qualche tempo fa Laura portò Milo nel centro dove faceva riabilitazione.
C’era un altro cane appena paralizzato.
Era immobile dentro il suo nuovo carrellino.
Aveva paura.
Il proprietario piangeva in silenzio.
Milo entrò.
Fece lentamente un giro della stanza.
Si fermò davanti al cane.
Si annusarono.
Il cane mosse una zampa.
Le ruote avanzarono di pochi centimetri.
Milo fece un altro passo.
Il cane lo seguì.
Martina e Anna si guardarono.
Nessuno disse niente.
A volte la speranza arriva con una voce.
A volte con due ruote rosse.
Io continuo a riparare motociclette nella stessa officina.
Elisa continua il suo lavoro.
Giulia e Tommaso sono cresciuti e litigano davvero come fratelli.
Mia madre continua a pretendere che tutti arrivino puntuali la domenica.
«La famiglia si vede a tavola», ripete.
Forse ha ragione.
La nostra famiglia, però, è cominciata sull’erba di un parco, con due cani che si rifiutavano di lasciarsi.
Per anni avevo pensato che famiglia fosse soltanto ciò che rimane quando qualcuno decide di andarsene.
I posti vuoti.
Le telefonate che non arrivano.
Le promesse che impari a non aspettare.
Poi Tito ha incontrato Lea.
Abbiamo trovato un pezzo di stoffa sotto un collare.
Quel pezzo ci ha portati a una fotografia.
La fotografia a una nota.
La nota a Milo.
Milo ad Anna.
Anna a un intero quartiere.
E quella strada, alla fine, ha portato me ed Elisa uno verso l’altra.
Oggi i tre vecchi nastri sono conservati in una cornice a casa nostra.
Blu.
Rosso.
Verde.
Sotto c’è la fotografia del matrimonio.
Tito con la sua zampa bianca.
Lea con il muso ormai un po’ grigio.
Milo sulle ruote rosse.
Giulia e Tommaso nel mezzo.
Io ed Elisa dietro di loro.
Non sembriamo una famiglia perfetta.
Per fortuna.
Abbiamo cicatrici.
Assenze.
Errori.
Sedie lasciate vuote.
Giorni in cui siamo stati stanchi.
Giorni in cui qualcuno ha avuto paura di essere abbandonato di nuovo.
Ma ogni domenica, quando il campanello suona e sento le ruote di Milo sulla rampa, Tito e Lea corrono verso la porta come se fossero ancora quei cuccioli sotto una coperta.
Milo entra.
Lea gli lecca l’orecchio.
Tito gli appoggia il muso sulla schiena.
Mia madre urla dalla cucina:
«Chiudete quella porta, che si fredda tutto!»
I ragazzi litigano per il pane.
Elisa mette un piatto davanti a me.
Io guardo quella confusione e penso alla prima volta che vidi due cani unire le zampe per impedirci di andare via.
Per anni avevo creduto che fossero loro a non volersi separare.
Adesso ho capito.
Forse stavano semplicemente cercando di impedire anche a noi di farlo.





