«Marta, vieni subito nel reparto medico. Il tuo Beagle sta spostando scatoloni.»
Salvatore mi telefonò alle quattro e ventuno del mattino.
Era l’uomo delle pulizie notturne del rifugio comunale alla periferia di Bari, uno di quelli che nessuno nota finché non manca. Sessantadue anni, schiena piegata, mani rovinate dai detersivi e l’abitudine di parlare solo quando aveva qualcosa di importante da dire.
Pensai che Nino avesse fatto cadere qualche scatola.
Nino era arrivato da noi ventitré giorni prima.
Un autista dell’autobus lo aveva trovato addormentato sotto una panchina, rannicchiato attorno a un sacchetto di carta vuoto. Era un Beagle di circa sei anni, ventisette chili scarsi, orecchie lunghe, pelo spento e quell’espressione seria che hanno certi cani quando sembrano aver già visto troppo.
Aveva tre strane abitudini.
Seguiva qualsiasi carrello che cigolasse.
Si sedeva davanti alle gabbie dove qualcuno aveva agganciato una molletta verde.
E ogni volta che vedeva uno scatolone in corridoio ne annusava accuratamente tutti e quattro gli angoli.
Pensavamo fosse fame.
Un cane randagio impara presto che dentro una scatola può esserci qualcosa da mangiare.
Quella notte capii che ci sbagliavamo.
Entrai nel reparto medico e vidi cinque scatoloni sigillati allineati davanti a cinque box diversi.
Nino era accanto all’ultimo.
Lo scatolone era quasi grande quanto il suo torace. Il cartone umido gli aveva sfregato il labbro e lui respirava forte per lo sforzo.
Avrebbe potuto aprirlo facilmente.
Dentro c’erano dodici vaschette di alimento morbido per cani debilitati.
La colazione di Nino sarebbe arrivata più di un’ora dopo.
Eppure non cercò di mordere la confezione.
Appoggiò lo scatolone davanti al box numero ventidue e lo spinse finché il cartone non toccò la grata.
Dentro c’era Bruna, una femmina anziana che dopo un intervento mangiava pochissimo da tre giorni.
Bruna sollevò la testa.
Nino si sedette.
La cagna annusò attraverso la grata, mosse le zampe anteriori e, per la prima volta da giorni, si trascinò verso la porta senza essere chiamata.
Nino si alzò immediatamente.
Per lui, lì, il lavoro era finito.
Si voltò verso l’ala ovest del rifugio.
Io gli tagliai la strada.
«Fammi vedere.»
Lui mi passò semplicemente accanto.
Salvatore ci seguì con la torcia.
L’ala ovest era chiusa da mesi per una perdita dal tetto. Dentro avevamo ammassato vecchi trasportini, computer fuori uso, decorazioni natalizie e materiali che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di buttare.
Aprii la porta di servizio.
Nino entrò senza esitazione.
Girò a sinistra dietro uno scaffale caduto, passò tra due ceste della lavanderia e si fermò davanti a un vecchio carrello di legno.
Aveva una ruota rossa spaccata.
Nino toccò quella ruota con il naso.
Salvatore tirò via un telo di plastica blu.
Dietro c’erano quarantatré scatoloni.
Tutti alimenti speciali per animali debilitati.
Tutti ancora sigillati.
Su ogni scatola correva una striscia verde.
Rimasi senza parole.
Per mesi avevamo avuto difficoltà con le consegne. Avevamo contato le scorte, telefonato ai fornitori, ridotto gli sprechi.
E intanto, dietro un telo, c’era abbastanza cibo da aiutare decine di animali.
Venti persone erano passate davanti a quella stanza.
Nessuno l’aveva trovato.
Nino sì.
Il cane annusò tre scatole.
Ne lasciò due.
Afferrò la terza da un angolo e la trascinò verso il carrello.
«Perché proprio questa?» chiese Salvatore.
Controllai l’etichetta.
Era una formula più calorica, destinata agli animali sottopeso o in ripresa.
Non sapevo se l’avesse riconosciuta dall’odore.
O dalla memoria.
Nino lasciò la scatola e guardò Salvatore.
Poi fissò il carrello.
Poi di nuovo Salvatore.
«Vuoi che lo tiri fuori?»
Salvatore afferrò il manico.
La ruota rossa girò.
Cigolò.
Il corpo di Nino cambiò completamente.
Le orecchie si sollevarono.
La coda scese.
Si sistemò accanto alla ruota sinistra con la spalla a pochi centimetri dal legno.
Quando Salvatore camminava, lui camminava.
Quando il carrello si fermava, Nino si fermava.
Non era la prima volta.
Sul ripiano inferiore c’era un registro gonfio d’acqua.
Molte pagine erano incollate.
Riuscii a staccarne una.
La data era 9 febbraio dell’anno precedente.
Sessanta scatoloni.
Il nome del donatore era quasi cancellato dall’umidità.
Si leggeva soltanto il cognome.
Ferrari.
Nino si alzò sulle zampe posteriori.
Toccò il foglio con il naso.
Emise un suono basso.
Non era un abbaio.
Era quel piccolo lamento che certi cani fanno quando riconoscono il rumore dell’auto di qualcuno che amano, ma la portiera non si è ancora aperta.
Salvatore si chinò.
«Tu quel nome lo conosci, vero, vecchio mio?»
Caricammo sei scatoloni sul carrello.
Nino ci guidò verso il reparto medico.
Si fermò davanti a ogni porta con la molletta verde.
Noi scaricavamo.
Lui aspettava.
Solo quando lo scatolone toccava terra ripartiva verso il box successivo.
Non chiedeva cibo.
Chiedeva a noi di stare al passo.
Davanti a una vecchia Pastore Tedesco di nome Dora si fermò più a lungo.
Dora faceva fatica a reggersi in piedi.
Nino infilò il muso sotto la grata.
Lei avvicinò il proprio.
Rimasero così per due secondi.
Poi Nino tornò al carrello.
Sotto l’ultimo scatolone trovammo una fotografia.
Era incollata al legno dall’acqua secca.
Nell’immagine c’era un uomo anziano con gli occhiali quadrati e una camicia da lavoro azzurra.
Dietro di lui riconobbi il nostro carrello.
Accanto alla ruota rossa camminava un Nino più giovane e più robusto.
Sul fondo si vedevano le porte dei box.
Con le mollette verdi.
Sul bordo bianco della fotografia qualcuno aveva scritto a penna:
“Nino sa quali porte non possono aspettare.”
Voltai la fotografia.
Sul retro c’era una data.
La stessa mattina in cui, un anno prima, un’ambulanza era uscita dal parcheggio del rifugio portando via un uomo che quasi nessuno dei dipendenti attuali ricordava.
Quell’uomo si chiamava Enzo Ferrari.
Aveva settantadue anni.
Era stato bidello in una scuola elementare per quasi quarant’anni.
La coordinatrice dei volontari, Teresa, lo ricordò appena le mostrai la fotografia.
«Enzo…»
Si portò una mano alla bocca.
«Madonna mia. Questo è il cane di Enzo.»
Enzo apparteneva a quella generazione di uomini che non parlavano molto di ciò che facevano per gli altri.
Se portava una busta della spesa a una vedova, non lo raccontava.
Se pagava il pane a qualcuno in difficoltà, faceva finta di aver ricevuto il resto sbagliato.
Se aiutava una famiglia, il giorno dopo al bar parlava di calcio o dei pomodori nell’orto.
Mai di sé.
Ogni secondo venerdì del mese girava per le botteghe, i piccoli alimentari e i magazzini del quartiere.
Ritirava confezioni ammaccate ma integre, sacchi con imballaggi rovinati, prodotti vicini alla data consigliata ma ancora perfettamente utilizzabili.
Controllava tutto.
Poi distribuiva ciò che raccoglieva.
Al rifugio.
A famiglie che ospitavano animali temporaneamente.
Ad anziani soli che a fine mese dividevano la pensione tra medicine, bollette e crocchette.
Enzo chiamava quel giro “la Dispensa Silenziosa”.
Non era un’associazione.
Non esistevano volantini.
Niente fotografie sui social.
Niente raccolte fondi.
C’era solo un quaderno nero con gli indirizzi, qualche ricevuta della benzina e il suo vecchio carrello di legno.
Nino viaggiava sempre con lui.
Fu Enzo, anni prima, a portare al rifugio le prime mollette verdi.
Prima di allora usavamo foglietti di carta per segnalare gli animali che avevano bisogno di essere controllati durante i pasti.
I foglietti cadevano.
Si bagnavano.
Venivano strappati durante le pulizie.
Enzo comprò una scatola di mollette colorate in un negozietto di casalinghi.
«Mettete queste sulle gabbie dei più deboli.»
Teresa gli aveva chiesto perché proprio verdi.
Enzo aveva scrollato le spalle.
«Perché ne avevano un pacco in offerta.»
Poi aveva aggiunto una frase.
Quella, invece, Teresa non l’aveva dimenticata.
«Quelli deboli non devono aspettare dietro a quelli che fanno più rumore.»
Era Enzo.
Una frase semplice.
Come quelle che si sentivano una volta nei cortili condominiali.
Quando una vicina lasciava una pentola di ragù sul pianerottolo perché sapeva che dall’altra parte della porta qualcuno non stava bene.
Quando al mercato il fruttivendolo infilava due arance in più nella borsa della pensionata e diceva: «Sono troppo mature, signora, tanto le devo buttare.»
Quando non si parlava di solidarietà.
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