Il pitbull bloccava la strada sotto la pioggia, poi dietro di lui vidi qualcosa che cambiò tutto

IL PITBULL NON SI MUOVEVA DALLA STRADA. POI, DIETRO DI LUI, VIDI UN CERBIATTO APPENA NATO… E CAPI’I PERCHÉ SFIDAVA OGNI AUTO

Frenai alle 6:16 di un giovedì mattina di maggio.

Il termos del caffè saltò dal portabicchieri, colpì il cruscotto e rovesciò mezzo contenuto sui moduli d’ispezione stradale che avevo lasciato sul sedile.

Il furgoncino della Provincia si fermò storto, con le ruote anteriori quasi sulla linea di mezzeria.

Davanti a me, a non più di quattro metri, c’era un pitbull.

Tigrato scuro.

Petto bianco.

Orecchio sinistro strappato.

Fango fino alle zampe.

Non abbaiava.

Non ringhiava.

Mi fissava attraverso il parabrezza come se sapesse esattamente cosa stavo per fare.

Portai la mano verso il clacson.

Fu allora che qualcosa si mosse nell’erba dietro di lui.

Una testolina marrone si sollevò lentamente.

Un cerbiatto.

Piccolo, piccolissimo.

Aveva ancora le macchie bianche sul dorso e le zampe ripiegate sotto il corpo.

Mi si chiuse lo stomaco.

La prima cosa che pensai fu:

“Quel cane gli ha fatto del male.”

Non cercai prove.

Non osservai meglio.

Decisi.

In un istante.

A sessantadue anni, dopo una vita passata a ripetere che non bisogna giudicare dalle apparenze, feci esattamente quello che avevo sempre rimproverato agli altri.

Vidi un pitbull.

Vidi un animale indifeso.

E nella mia testa avevo già scritto tutta la storia.

Un giardiniere che si era fermato poco più avanti scese dal suo furgone.

Era un uomo robusto, sui cinquantacinque anni, con un impermeabile arancione e una leva da ruota nella mano destra.

“Signora, resti indietro!” gridò. “Lo faccio allontanare io.”

Il cane guardò la leva.

Poi fece una cosa strana.

Non si lanciò verso l’uomo.

Si avvicinò ancora di più al cerbiatto.

Dietro il mio mezzo si fermò un’altra macchina.

Ne scese una donna con una coperta di lana.

Si chiamava Elena, lo scoprii poco dopo. Faceva l’infermiera domiciliare e stava andando da un’anziana del paese.

“Non toccate niente,” disse. “Chiamo qualcuno che si occupa di fauna selvatica.”

Elena avanzò di un passo.

Il cane le sbarrò il passaggio.

Lei andò a sinistra.

Lui andò a sinistra.

Lei tornò indietro.

Il cane tornò accanto al piccolo.

Elena mi guardò.

“Non sta attaccando.”

“E allora che fa?”

“Controlla lo spazio.”

Aprii la portiera, ma rimasi dietro lo sportello.

L’acqua correva lungo il fosso. Nell’aria c’era odore di terra bagnata, freni caldi e caffè versato.

Il cane respirava in fretta.

Molto più in fretta di quanto volesse farci vedere.

Il giardiniere fece due passi avanti.

“Ehi! Via!”

Il pitbull si alzò.

L’uomo colpì la barriera metallica con la leva.

Il rumore rimbombò lungo la vallata.

Il cerbiatto sobbalzò.

Il cane si voltò immediatamente verso di lui e abbassò il corpo.

Non lo morse.

Non lo schiacciò.

Si sdraiò lungo il lato rivolto verso la strada.

E lasciò completamente libero il lato verso il bosco.

“Basta rumore,” dissi.

Il giardiniere mi fissò.

“Vuole aspettare che lo finisca?”

Non feci in tempo a rispondere.

Il cerbiatto allungò il collo.

E infilò il muso sotto il mento del pitbull.

L’uomo abbassò lentamente la leva.

Alle 6:21 arrivò una macchina dalla curva.

Troppo veloce.

La conducente vide i veicoli fermi solo all’ultimo momento.

Il cane la vide prima di tutti noi.

Lasciò il cerbiatto.

Corse in mezzo alla carreggiata.

E si piantò sull’asfalto.

Quattro zampe ferme.

Testa bassa.

La macchina inchiodò.

Si fermò a pochissimi metri da lui.

Il cane tremava.

Lo vidi chiaramente.

Tremava dalla paura.

Eppure non si spostò finché il motore non venne spento.

Solo allora tornò dal piccolo.

Fu in quel momento che smisi di domandarmi se avesse attaccato il cerbiatto.

Cominciai a domandarmi perché un cane randagio avrebbe rischiato di essere investito per proteggerlo.

Elena riuscì a mettersi in contatto con una volontaria esperta di fauna selvatica, una donna di nome Giulia.

Ci disse di non avvicinarci.

“La madre potrebbe essere nei paraggi. I cerbiatti appena nati spesso restano immobili mentre la femmina cerca cibo. Lasciate libero un passaggio verso il bosco.”

Guardai il pitbull.

Il passaggio era già libero.

Lui proteggeva soltanto il lato della strada.

Alle 6:29 sollevò improvvisamente la testa.

Anche il cerbiatto reagì.

Provò ad alzarsi.

Le zampe anteriori si aprirono, scivolarono sulle foglie bagnate e cedettero.

Il cane gli toccò appena una spalla con il naso.

Poi sentimmo spezzarsi un ramo.

Tra gli alberi apparve una cerva.

Era ferma a una ventina di metri.

Le orecchie dritte.

Gli occhi fissi sul piccolo.

Ma tra lei e il cerbiatto c’eravamo noi.

Cinque persone.

Quattro veicoli.

Il cane guardò la cerva.

Poi guardò noi.

E cominciò a camminarci incontro.

Non correndo.

Non ringhiando.

Semplicemente avanzando.

Un passo dopo l’altro.

Finché tutti tornammo dietro le portiere.

Solo allora si spostò.

La cerva fece un passo avanti.

Il piccolo emise un verso sottile.

Pensai che la storia fosse finita lì.

Un cane sconosciuto.

Un cerbiatto.

Una madre tornata dal bosco.

Una di quelle scene che racconti la sera a tavola e dopo qualche anno tutti ti accusano di averla ingigantita.

Mi sbagliavo.

Perché quel cane non era sconosciuto.

Era il mio.

Si chiamava Mosè.

E viveva con me da quattordici mesi.

Solo che quella mattina, per alcuni lunghissimi secondi, non lo avevo riconosciuto.

O forse sarebbe più corretto dire che non avevo riconosciuto chi fosse davvero.

Avevo visto la razza prima degli occhi.

Il corpo immobile del cerbiatto prima del passaggio lasciato libero verso il bosco.

La paura prima del motivo.

Mosè aveva sei anni.

Lo avevo adottato dopo la morte di mio marito, Carlo.

Carlo se n’era andato undici mesi prima, in una mattina qualunque.

Sessantasette anni.

Una tazza di caffè ancora sul tavolo.

Gli occhiali aperti accanto al giornale.

Una vita insieme iniziata quando per telefonarsi bisognava aspettare che il padre dell’altro liberasse il telefono di casa.

Era morto per un malore improvviso.

Niente addii.

Niente frasi importanti.

L’ultima cosa che mi aveva detto era:

“Anna, ricordati di comprare il basilico.”

Per mesi avevo odiato quella frase.

Mi sembrava troppo piccola per essere l’ultima.

Poi avevo capito che forse il matrimonio è proprio questo.

Non grandi discorsi.

Basilico.

Bollette.

Chi porta fuori l’umido.

Il pane preso tornando dal lavoro.

La mano dell’altro che cerca la tua sotto la coperta senza nemmeno svegliarsi.

Dopo il funerale avevo trasformato la casa in un museo.

Le scarpe di Carlo erano rimaste all’ingresso.

La giacca sulla sedia.

La sua tazza nella credenza, separata dalle altre.

Perfino i guanti da giardinaggio sporchi di terra erano rimasti nel ripostiglio.

Mia sorella mi diceva:

“Anna, devi andare avanti.”

Era una frase che detestavo.

A sessant’anni passati, scopri che la gente usa “andare avanti” quando non sa cosa dire al dolore degli altri.

Io andavo al lavoro.

Facevo la spesa.

Preparavo il sugo la domenica.

Rispondevo ai messaggi dei miei figli.

Ma non andavo avanti.

Giravo intorno allo stesso punto.

Mosè arrivò quasi per caso.

Dovevo controllare un tombino ceduto vicino al canile intercomunale e, mentre aspettavo un tecnico, entrai.

Non cercavo un cane.

Anzi, non ne volevo uno.

Mosè era nell’ultimo box.

Non venne verso la rete.

Quando mi vide con gli scarponi sporchi d’asfalto bagnato, arretrò.

Un operatore mi disse:

“Si sieda.”

“Perché?”

“Con lui funziona meglio se la gente smette di voler ottenere qualcosa.”

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