Gli alberi carichi.
Ci fermammo nel punto dove avevo visto il cerbiatto.
Mosè annusò a lungo.
Poi guardò verso il bosco.
Non apparve nessuno.
Aspettammo.
Passò un furgone.
Mosè rimase sul bordo finché non scomparve dietro la curva.
Poi attraversò accanto a me.
Quando tornammo al mezzo, fece quello che faceva sempre.
Guardò sotto.
Controllò le ruote.
Poi salì.
Accesi il motore.
Quella volta non si accucciò sul pavimento.
Rimase seduto.
A novembre, nell’anniversario della morte di Rina, Enrico mi aiutò a trovare il tratto di strada dove era stata investita.
Portai Mosè.
Avevo comprato un semplice collare rosso.
Non per metterglielo.
Solo per lasciarlo qualche minuto vicino alla barriera.
Mosè scese.
Annusò l’erba.
La base del guardrail.
Il terreno.
Poi rimase immobile.
Quasi un minuto.
Non so cosa ricordasse.
Non so se i cani ricordano come ricordiamo noi.
Non voglio inventare sentimenti per rendere una storia più bella.
So soltanto ciò che vidi.
Mosè rimase fermo.
Poi tornò da me.
Quella sera misi il collare rosso in una piccola scatola di legno.
Dentro conservai una copia della fotografia di Rina, una stampa della telecamera con Mosè tra il cerbiatto e la strada e una foto di Carlo nell’orto.
Il guanto, invece, non lo chiusi nella scatola.
Quello restò fuori.
Mosè continuava a usarlo.
Ogni mattina lo prendeva e lo portava vicino alla porta dalla quale stavo per uscire.
Una domenica mia figlia lo vide.
Avevamo pranzato insieme.
Lasagne, arrosto, patate al forno.
Il genere di pranzo che Carlo chiamava “un attacco organizzato al colesterolo”.
Dopo il caffè, mia figlia mi chiese:
“Mamma, perché tieni ancora quel vecchio guanto?”
Un tempo avrei risposto male.
Avrei pensato che volesse cancellare suo padre.
Invece guardai Mosè.
“Perché non tutto quello che appartiene al passato deve essere buttato.”
Lei rimase in silenzio.
“E non tutto deve restare nello stesso posto.”
Presi finalmente le scarpe di Carlo dall’ingresso.
Le pulii.
Ne regalai alcune cose.
Spostai la sua giacca.
Non perché lo amassi meno.
Perché avevo capito che ricordare non significa bloccare una porta.
Mosè mi aveva insegnato questo senza saperlo.
Per anni aveva tentato di impedire al finale di Rina di ripetersi.
Ma quel cerbiatto gli aveva dato qualcosa che Rina non aveva potuto dargli.
Un finale diverso.
Questa volta il piccolo si era alzato.
La madre era tornata.
Il bosco era rimasto aperto.
E lui aveva potuto spostarsi.
Non subito.
Non senza tremare.
Ma si era spostato.
Da allora percorriamo quella strada spesso.
Mosè guarda ancora sotto le automobili.
Si ferma ancora ai marciapiedi.
Il rumore di una frenata può ancora irrigidirgli il corpo.
Guarire non ha cancellato Rina.
Come vivere non ha cancellato Carlo.
Ha soltanto dato alla paura un posto meno doloroso dove stare.
Franco viene da noi una volta al mese.
Si abbassa davanti al cancello.
Non tende mai la mano per primo.
Dice soltanto:
“Buongiorno, ragazzo.”
Mosè decide.
A volte si avvicina.
A volte no.
Quando entriamo in casa, però, quasi sempre prende il vecchio guanto.
Franco ride.
Io preparo il caffè.
E per qualche minuto la cucina torna a essere piena di rumori.
Non uguale a prima.
Non deve esserlo.
Una mattina d’agosto la telecamera del bosco riprese di nuovo la cerva.
Accanto a lei c’era un giovane animale.
Più alto.
Con pochissime macchie rimaste.
Attraversarono insieme.
Alle 5:53.
Prima dell’arrivo delle automobili.
Non sappiamo se fosse davvero lo stesso cerbiatto.
Giulia disse che era possibile, ma non certo.
Non sappiamo se ricordasse Mosè.
Non sappiamo nemmeno se Mosè avrebbe riconosciuto lui.
Forse alcune cose è meglio lasciarle senza risposta.
A sessantadue anni ho imparato che la vita non è un romanzo scritto per spiegarsi fino in fondo.
Ci sono persone che se ne vanno lasciando una lista della spesa sul tavolo.
Cani che passano anni a guardare sotto le automobili.
Vecchi guanti che nessuno riesce a buttare.
Fotografie che, prese da sole, raccontano una bugia.
E seconde possibilità che arrivano senza bussare.
Quella mattina io avevo guardato Mosè per pochi secondi e avevo creduto di sapere chi fosse.
Come avevano fatto i vicini.
Come avevano fatto le famiglie che lo avevano restituito.
Come facciamo tante volte con i figli, con i fratelli, con chi vive accanto a noi da quarant’anni.
Vediamo un gesto.
Una frase.
Una fotografia.
E decidiamo di conoscere tutta la storia.
Mosè mi ha insegnato a restare qualche secondo in più.
A guardare ciò che protegge una persona prima di giudicare il modo in cui lo protegge.
A domandarmi quale vecchia ferita possa nascondersi dietro un comportamento che non capisco.
E soprattutto mi ha insegnato che il coraggio non è smettere di avere paura.
Il coraggio è scegliere, nonostante tutto, di non lasciare solo qualcuno in mezzo alla strada.
Ogni mattina, quando prendo le chiavi, Mosè porta il guanto di Carlo vicino alla porta.
Non sa chi fosse mio marito.
Non sa perché quell’oggetto sia importante.
Non sa nulla del cerbiatto, dei commenti sui social o della fotografia numero quattro.
Conosce soltanto alcune cose semplici.
Una porta può aprirsi.
Una persona può uscire.
Una persona può tornare.
Una strada può essere pericolosa.
E se qualcuno rischia di restare indietro, vale la pena voltarsi.
Così, prima di partire, Mosè guarda il guanto.
Poi guarda me.
Poi guarda fuori.
E quando accendo il motore, ancora oggi, la prima cosa che fa è controllare sotto le ruote.
Solo dopo si siede accanto a me.
E insieme attraversiamo la strada un po’ più lentamente di prima.





