Il vecchio San Bernardo aspettava ogni mattina alla porta, finché due stampelle oltre il cancello svelarono il motivo

Ogni mattina il nostro vecchio San Bernardo portava un coniglio senza un orecchio alla porta. Il giorno dell’addio, dietro il cancello comparvero due stampelle d’argento.

A quel punto avevamo smesso di chiederci se Barnaba sarebbe migliorato.

La domanda era diventata un’altra, molto più crudele: quanto a lungo potevamo trattenerlo senza trasformare il nostro amore in egoismo?

Mi chiamo Laura Ferri, ho cinquantadue anni e lavoro come ecografista cardiaca in una clinica privata alla periferia di Torino.

Passo le giornate a osservare cuori su uno schermo. Misuro valvole, camere, flussi sanguigni. Eppure, quando tornavo a casa, mi ritrovavo inginocchiata accanto al nostro San Bernardo di quattordici anni a contare i suoi respiri.

Contare era più facile che ammettere quello che significavano.

Barnaba aveva un’artrite ormai avanzata, un cuore debole e una massa vicino al fegato che avevamo deciso di non approfondire.

La veterinaria, la dottoressa Rinaldi, era stata chiara.

Una biopsia avrebbe richiesto sedazione.

Un intervento gli avrebbe comprato dolore, non tempo buono.

«Da qui in avanti», ci aveva detto, «non curiamo la malattia. Proteggiamo le giornate che gli restano.»

Mio marito Paolo la chiamava assistenza di conforto.

Nostro figlio Matteo, ventidue anni, non la chiamava in nessun modo.

Aveva semplicemente spostato il computer dal piano di sopra al soggiorno e da una settimana dormiva sul divano, accanto alla cuccia di Barnaba.

Il 3 marzo Barnaba smise di finire la colazione.

Il 5 marzo non riuscì più a fare i quattro gradini verso il cortile senza l’imbracatura.

Il 7 marzo ritrovò il coniglio.

Era un pupazzo vecchio, scolorito, con un solo orecchio e un occhio mancante.

Non lo vedevo dall’estate precedente.

Barnaba lo prese dalla cesta della lavanderia, attraversò lentamente il corridoio e si sdraiò davanti alla porta d’ingresso.

Rimase lì per sei ore.

Il mattino dopo fece lo stesso.

E quello dopo ancora.

Al quarto giorno, come fanno tutte le famiglie quando hanno paura, avevamo già inventato una spiegazione.

Quel coniglio era stato con lui prima ancora che arrivasse da noi.

Pensammo che volesse vicino l’oggetto più antico della sua vita.

Matteo lo lavò nel lavandino.

Paolo ricucì una cucitura aperta con del filo nero da pesca.

Io lo sistemavo ogni sera accanto alla cuccia di Barnaba, convinta di aiutarlo a prepararsi.

Ogni mattina lui lo riprendeva.

E tornava alla porta.

Poi arrivò quel venerdì.

Barnaba rifiutò pollo, formaggio e perfino quella crema al fegato per cui, fino a una settimana prima, avrebbe tentato di alzarsi anche dal sonno.

Alle otto e trentasei respirava trentadue volte al minuto.

Telefonai alla dottoressa Rinaldi.

«Posso venire verso mezzogiorno.»

Nessuno pronunciò la parola.

Non ce n’era bisogno.

Matteo si sedette per terra con la fronte appoggiata al collo enorme di Barnaba.

Paolo tolse il campanello di ottone dal cancello del cortile, perché quel suono faceva sempre alzare le orecchie al cane.

Io presi dall’asciugatrice una coperta grigia.

La piegai due volte.

Alle nove e cinquantotto Barnaba si alzò.

Da solo.

Prese il coniglio.

Andò verso la porta.

«No, vecchio mio», sussurrò Matteo. «Non devi fare niente.»

Barnaba appoggiò il naso contro il vetro.

Alle dieci e dieci cominciò a graffiare.

Le zampe tremavano.

Le unghie lasciavano segni deboli sul legno.

Paolo aprì, aspettandosi che volesse raggiungere il portico, l’erba o magari il vecchio fico in fondo al cortile.

Barnaba non uscì.

Guardò a sinistra.

Poi a destra.

Poi fissò la casa di fronte.

Passò un minuto.

Poi cinque.

Alle dieci e un quarto la sua coda si mosse.

Una volta sola.

Il portone dei nostri vicini si aprì.

Comparve Giulia Moretti.

Aveva dieci anni, una giacca viola, leggings scuri e due tutori bianchi sotto le ginocchia.

Appoggiò sul marciapiede due stampelle d’argento.

Sua madre, Serena, le stava dietro.

«Giulia», gridai. «Non oggi.»

Lei non si fermò.

Attraversò la strada con quel ritmo che ormai conoscevamo tutti.

Stampella.

Piede.

Stampella.

Piede.

Barnaba seguiva ogni movimento.

Non mangiava da ore.

Faticava perfino a stare in piedi.

Eppure, quando Giulia arrivò al cancello, prese il coniglio e sollevò il corpo sulle quattro zampe.

Matteo afferrò l’imbracatura.

Giulia scosse la testa.

«Lascia che provi.»

Barnaba mosse una zampa.

Giulia mosse una stampella.

Lui si fermò quando lei si fermava.

Ripartì quando lei ripartiva.

A metà del vialetto le zampe posteriori di Barnaba cedettero.

Giulia si abbassò lentamente tra le stampelle, appoggiò entrambe le ginocchia sul pavimento e aprì le braccia.

Barnaba non strisciò verso di me.

Non verso Paolo.

Non verso Matteo.

Strisciò verso di lei.

Poi appoggiò il coniglio senza un orecchio sulle sue gambe.

Giulia lo strinse alla giacca viola e gli sussurrò qualcosa che nessuno di noi riuscì a sentire.

Poi vide la coperta grigia nelle mie mani.

«Perché state piangendo tutti?»

Nessuno rispose.

Serena si coprì la bocca.

La macchina della veterinaria svoltò nella nostra via undici minuti dopo.

Dentro c’erano i farmaci con cui pensavamo di dover salutare Barnaba.

Ma in quel momento capimmo una cosa.

Il cane non portava il coniglio alla porta perché stava scegliendo dove morire.

Stava aspettando qualcuno.

E per capire perché, bisognava tornare a undici mesi prima.

Barnaba era entrato nella nostra famiglia quasi per sbaglio.

Eravamo andati al canile comunale per lasciare alcune coperte raccolte nel quartiere.

Il nostro vecchio meticcio era morto un anno e mezzo prima e io avevo fatto promettere a Paolo che non saremmo tornati a casa con un altro cane.

La ciotola di metallo del precedente era ancora dietro un sacco di farina in dispensa.

Nessuno aveva mai trovato il coraggio di buttarla.

Barnaba occupava l’ultimo box dell’ala riservata ai cani anziani.

Era enorme.

Petto bianco, orecchie color ruggine e zampe grandi come piatti da minestra.

Sul cartellino c’era scritto: tredici anni.

Motivo della rinuncia: proprietaria trasferita in struttura assistita.

Sotto il mento aveva quel pupazzo spelacchiato.

Il coniglio.

Barnaba non si alzò quando ci vide.

Guardò Matteo.

Poi guardò una panca di legno fuori dal box.

«Puoi sederti», disse una volontaria. «Gli piacciono quelli che non hanno fretta.»

Matteo si sedette.

Dopo meno di un minuto Barnaba si sollevò, uscì dal box aperto e si sdraiò sopra le scarpe di nostro figlio.

Quella fu tutta la sua decisione.

Scoprimmo più tardi che la precedente proprietaria, la signora Ada, aveva ottantadue anni.

Aveva cresciuto Barnaba da cucciolo.

Dopo una caduta si era rotta un polso e non riusciva più a sollevarlo con l’imbracatura.

Nella casa di riposo potevano entrare piccoli animali.

Non un San Bernardo di sessanta chili.

Ada gli aveva lasciato il pupazzo.

«Ce l’ha da quando era piccolo», ci dissero.

Barnaba, in realtà, sembrava quasi ignorarlo.

Per la prima settimana dormì vicino al coniglio.

Poi lo abbandonò nella cesta della lavanderia, sotto due palline da tennis che non usava e una corda.

A Barnaba piacevano cose molto più semplici.

Le croste del pane.

Le mattonelle fresche della cucina.

Il quadrato di sole che nel pomeriggio cadeva accanto al tavolo da pranzo.

Odiava l’aspirapolvere, ma seguiva Paolo quando trafficava con utensili rumorosi in garage.

Poteva dormire durante un temporale.

Eppure bastava il piccolo clic metallico del nostro cancello perché sollevasse la testa.

Quello fu il primo dettaglio che non capimmo.

Il secondo viveva nella casa di fronte.

Giulia aveva nove anni quando Barnaba arrivò.

Aveva una forma di paralisi cerebrale che rendeva rigidi i muscoli delle gambe.

Poteva percorrere brevi distanze con due stampelle e portava tutori sotto le scarpe.

Aveva imparato presto quanto poteva costare una caduta.

Per questo si avvicinò a Barnaba con molta prudenza.

La prima volta si fermò fuori dal recinto.

«Salta?»

Matteo scoppiò a ridere.

«No. Lui più che altro… esiste.»

Barnaba mise il naso tra le stecche del cancello.

Giulia allungò un dito e toccò la striscia bianca sopra il suo muso.

Lui si sedette.

Il pomeriggio dopo Giulia tornò alle quattro e dieci.

Aveva mezzo biscotto per cani dentro un sacchettino.

Barnaba sentì il cancello e andò a incontrarla.

Lei impiegò quasi dieci minuti per attraversare il nostro cortile.

Lui rimase al suo fianco.

Non tirò.

Non la superò.

Non ebbe fretta.

Da quel momento divenne un’abitudine.

La fisioterapista di Giulia voleva che imparasse a fare passi più lunghi e controllati.

L’artrite di Barnaba lo obbligava a muoversi allo stesso ritmo.

Dal cancello arrivavano al portico.

Si riposavano.

Poi tornavano indietro.

Nessuno dei due trattava l’altro come se fosse fragile.

Quando Giulia inciampava, Barnaba si fermava.

Quando Barnaba trascinava una zampa, Giulia si fermava.

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