La prima cosa che fece fu rubarci la cinghia.
Erano le 5:47 del mattino, un martedì di marzo, in un quartiere popolare alla periferia di Bari. La pioggia cadeva sottile sulle persiane ancora chiuse e sull’asfalto lucido.
Il mio collega, Mimmo Esposito, aveva infilato una grossa cinghia nera sotto un vecchio divano verde lasciato accanto ai cassonetti.
Si voltò per prendere la seconda.
In quell’istante, un pitbull tigrato uscì da dietro una siepe, afferrò la cinghia tra i denti e cominciò a tirare.
«Oh! Ma che fai?»
Mimmo gli corse dietro.
Il cane trascinò la cinghia per tre metri, poi la lasciò vicino a un tombino.
Non scappò.
Si girò verso di noi.
Ci guardava.
Io ero ancora nella cabina del camion, con il tablet del giro appoggiato sulle ginocchia. Attraverso il parabrezza bagnato vidi che era magro, ma forte.
Avrà avuto cinque anni.
Aveva una grossa macchia bianca sul petto, l’orecchio sinistro piegato verso l’interno e una cicatrice chiara sul muso.
«Vuole giocare», dissi.
Mimmo borbottò qualcosa che non posso ripetere e recuperò la cinghia.
Il cane non lo seguì.
Tornò invece al divano.
Appoggiò una spalla contro la parte inferiore, dove il tessuto era strappato, e cominciò a spingere.
Era il suo secondo tentativo.
Quel vecchio divano pesava almeno ottanta chili.
Si spostò forse di un centimetro.
Il cane indietreggiò ansimando.
Mimmo fissò entrambe le cinghie e azionò il sollevatore.
Il divano si alzò da terra.
Il cane abbaiò.
Una volta.
Due.
Poi corse dietro il camion e saltò verso la barra d’arresto d’emergenza.
La mancò per un soffio.
Era il terzo tentativo.
«Fermo!» gridai.
Mimmo bloccò tutto.
Restammo a guardarci.
Nel nostro lavoro incontravamo cani randagi quasi ogni giorno. Animali che abbaiavano ai camion, inseguivano le ruote, rovistavano tra i sacchi.
Non potevamo sospendere il giro per ogni cane agitato.
Mimmo batté le mani.
«Vai a casa, bello. Su.»
Il pitbull fece due passi indietro.
Mimmo riattivò il meccanismo.
Il divano ricominciò a salire.
Il cane guardò Mimmo.
Poi guardò me.
E fece qualcosa che ancora oggi, quando ci penso, mi stringe lo stomaco.
Corse davanti al camion.
Si sdraiò sull’asfalto.
Proprio davanti alla ruota dalla mia parte.
Era il quarto tentativo.
Premetti il freno con tanta forza che la cintura mi tagliò la spalla.
Il cane non si mosse.
Era steso sotto la pioggia, con il petto bianco che si alzava e si abbassava velocemente.
Ma i suoi occhi non erano rivolti verso di me.
Guardavano il divano.
Dalla casa di fronte uscì una signora anziana in vestaglia, la signora Evelina Caruso.
Aveva settantasei anni e abitava lì da quando, come diceva lei, «in quella strada c’erano più biciclette che automobili».
«Quello non è matto!» gridò dal balconcino.
«È da ieri sera che sta lì!»
Scendemmo dal camion.
«Come sarebbe a dire?»
«Da quando hanno portato fuori il divano. Non si è mosso quasi mai.»
Evelina si strinse lo scialle attorno alle spalle.
«Quando si avvicinava qualche altro cane, lo mandava via. E ogni tanto infilava il muso sotto la stoffa.»
Ci avvicinammo.
Il pitbull avrebbe potuto scappare attraverso tre cortili aperti.
Non lo fece.
Tornò al divano.
Grattò una sola volta la parte inferiore.
Le unghie si impigliarono nel tessuto.
Qualcosa, dentro, si mosse.
Mimmo si immobilizzò.
«Carla… quello non era un topo.»
Mi inginocchiai.
Il cane portava ancora un vecchio collare verde scolorito dalla pioggia. Sotto il collo aveva una piccola medaglietta di ottone così consumata che non si leggeva più nulla.
Avevo un taglierino arancione agganciato al giubbotto da lavoro.
Il cane lo annusò.
Poi spinse il naso contro la cucitura strappata del divano.
Non dirò che sapeva cosa fosse un taglierino.
Ma aveva capito una cosa più semplice.
Quell’oggetto veniva dalla mia mano.
E la mia mano poteva aprire.
Tagliai la stoffa.
Tra due pezzi di gommapiuma comparve una zampetta grigia.
Piccolissima.
Poi sentimmo un verso sottile, quasi un cigolio.
Allargai il taglio.
Dentro il divano c’era una gatta tricolore, rannicchiata attorno a sei gattini appena nati.
Uno grigio.
Due neri.
Uno arancione.
Due bianchi e macchiati.
La gatta respirava male.
Il pitbull si lasciò cadere a pancia in giù.
Lei alzò una zampa.
Gliela appoggiò sul muso.
Proprio sulla cicatrice.
Il cane chiuse gli occhi.
Mimmo sussurrò:
«Questi due si conoscono.»
Il pitbull afferrò con delicatezza una striscia di stoffa e la tirò via dai cuccioli.
Lo fece lentamente.
Come se avesse già compiuto quel gesto molte volte.
Chiamammo il servizio veterinario.
Nel frattempo la signora Evelina scese con una cesta del bucato, due vecchi asciugamani e una ciotola d’acqua.
Poi arrivò il barista dell’angolo con una coperta.
Poi il giornalaio.
Poi un pensionato che abitava al civico accanto.
Alle sei e dieci del mattino, in quella strada dove molti ormai non conoscevano neppure il nome del vicino del piano superiore, c’erano nove persone ferme sotto la pioggia attorno a un vecchio divano.
Nessuno aveva ricevuto un messaggio.
Nessuno era stato convocato.
Erano semplicemente usciti.
Era il quartiere.
Quello vero.
Quello che molti pensavano fosse sparito insieme alle sedie davanti alle porte, alle chiavi lasciate al vicino e ai bambini richiamati a cena dal balcone.
La gatta non voleva lasciarsi toccare.
Ogni volta che cercavo di infilare una mano, abbassava le orecchie.
Il pitbull ci osservava.
«Dille che non vogliamo farle male», scherzai.
Il cane si infilò con metà corpo nel divano.
La gatta non lo graffiò.
Gli passò la testa sotto il mento.
Lui le leccò un orecchio due volte.
Poi uscì e mi guardò.
Provai di nuovo.
Quella volta la gatta salì sull’asciugamano.
Mimmo prese i gattini uno alla volta.
Ognuno stava nel palmo della sua mano guantata.
Il piccolo grigio era il più debole.
Era freddo.
Respirava con brevi scatti.
Il pitbull controllò ogni gattino prima che venisse messo nella cesta.
Quando arrivò al piccolo grigio, restò con il naso vicino al suo corpo più a lungo.
Arrivò una veterinaria, la dottoressa Tania Riva.
Passò uno scanner vicino al collo del cane.
L’apparecchio emise un suono.
«Si chiama Bruno.»
La signora Evelina si portò una mano alla bocca.
«È il cane di Salvatore.»
Guardammo la casa accanto al divano.
Una villetta stretta, azzurra, con la vernice del portico scrostata e una vecchia rampa per sedie a rotelle.
Le finestre erano quasi tutte vuote.
Sul portone c’erano dei fogli.
«Salvatore Bellini è morto tre settimane fa», disse Evelina.
Bruno si voltò verso la casa.
Salvatore aveva sessantasette anni.
Un ictus se l’era portato via in pochi giorni.
Viveva solo.
Il giorno precedente alcuni operai incaricati di svuotare l’abitazione avevano portato fuori i mobili rimasti.
Tra quelli, il divano.
Nessuno aveva visto la gatta infilata all’interno con i piccoli.
Mentre parlavamo, il gattino grigio smise di respirare.
Tania lo afferrò.
Cominciò a massaggiargli il petto con due dita.
Mimmo avvolse il corpicino in un asciugamano asciutto.
Bruno rimase sotto le loro mani.
Non abbaiava.
Tremava.
Passarono pochi secondi.
A me sembrarono minuti.
Poi il gattino aprì la bocca.
Entrò un filo d’aria.
Bruno si sedette.
Come se improvvisamente le gambe non lo reggessero più.
Tania sistemò la gatta e i piccoli in un trasportino.
Quando provò a far salire Bruno sul furgone, lui si piantò sulle zampe.
«Ha paura», disse qualcuno.
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