No.
Bruno non guardava il furgone.
Guardava il trasportino.
Tania lo capì.
Caricò prima la gatta.
Solo allora Bruno salì da solo.
Prima che chiudessero il portellone, appoggiò una zampa contro la grata.
Dall’interno apparve la zampa della gatta.
Si toccarono.
Il nostro camion rimase fermo cinquantatré minuti.
Il responsabile del giro telefonò due volte.
Nessuno di noi si mosse.
Quando il furgone veterinario partì, io e Mimmo tagliammo il resto del rivestimento per essere sicuri che non fosse rimasto nessun piccolo.
Dentro il telaio del divano trovammo un nido.
C’erano giornali vecchi, un panno blu, pezzi di imbottitura e un cappello marrone di lana.
Sul cappello erano ricamate due lettere.
S.B.
Salvatore Bellini.
Sotto il cappello trovammo quattordici crocchette.
Asciutte.
Bruno non aveva soltanto protetto quel nido.
Gli aveva portato del cibo.
Il giorno dopo, la figlia di Salvatore arrivò da Parma.
Si chiamava Elena.
Aveva quarantatré anni, lavorava come infermiera e non parlava con suo padre da quasi due anni.
Entrò nella strada con un cappotto beige sopra la divisa da lavoro e un mazzo di vecchie chiavi stretto in mano.
«Mio padre raccoglieva cose rotte», disse guardando la casa.
«Radio, sedie, animali.»
Fece una pausa.
«Persone.»
Sorrise appena.
«Pensava sempre che bastasse dare a tutto un’altra notte.»
Nella sua voce c’erano amore e rabbia.
Scoprimmo allora che Salvatore aveva lavorato ventinove anni nello stesso mestiere che facevamo noi.
Operatore ecologico.
Aveva iniziato dietro i vecchi camion, quando i bidoni si sollevavano ancora quasi tutti a mano.
Poi era diventato istruttore per i nuovi assunti.
Io lo conoscevo.
O meglio, conoscevo il suo viso.
Era stato lui a tenere il mio primo corso di sicurezza.
Ricordai perfino una frase.
«Non fidatevi mai di una macchina soltanto perché ha smesso di fare rumore.»
Il giorno prima avevo letto il suo indirizzo sul tablet senza riconoscerlo.
Questa cosa mi fece male.
Elena aprì la porta sul retro.
La casa odorava di umidità, cera per mobili e quel leggero profumo dolce di tabacco che resta nelle case degli uomini di una certa generazione.
Molti mobili erano spariti.
Erano rimaste fotografie, vecchie bollette, tovaglie, quaderni.
Le cose considerate senza valore.
In cucina c’era ancora un calendario.
Salvatore aveva cerchiato il 4 marzo.
Accanto aveva scritto:
VETERINARIO.
Vicino al frigorifero c’erano due ciotole di metallo.
Su una era inciso BRUNO.
L’altra non aveva nome.
«La gatta si chiama Mina», disse Evelina.
«È qui da anni.»
«Era di papà?» chiese Elena.
Evelina fece quel gesto con la mano che fanno le donne anziane quando una domanda sembra troppo moderna per avere senso.
«Era sua e non era sua. Dormiva nel garage, mangiava sul portico e quando faceva freddo entrava dalla finestra della cucina. Salvatore diceva che Mina apparteneva a se stessa.»
Trovammo delle ricevute del veterinario.
Salvatore aveva fissato l’appuntamento proprio per Mina.
Voleva farla visitare.
Ma l’ictus era arrivato prima.
Non era più tornato a casa.
Un vicino aveva riempito le ciotole per qualche giorno, convinto che sarebbe rientrato dall’ospedale.
Poi la casa era stata chiusa.
Bruno aveva scavato sotto il cancello.
Mina entrava ancora da una finestra rotta del garage.
Uno alla volta, i mobili di Salvatore erano spariti.
La poltrona.
Il letto.
Il tavolo.
Infine il divano.
«Lo odiava, quel divano», disse Elena.
«Mamma voleva buttarlo già vent’anni fa.»
Guardò il pavimento vuoto.
«Papà diceva sempre: “Finché gli animali ci dormono, non si tocca.”»
Aprì un mobile basso della cucina.
Dentro c’erano sacchi di cibo per cani, scatolette per gatti, asciugamani vecchi e un pallone rosso morsicato.
Su un ripiano c’erano otto ciotoline di carta.
Bruno ne aveva portata una vicino al divano quella notte.
Elena le fissò.
«Guardava papà dare da mangiare a Mina.»
Ed ecco la verità.
Bruno non sapeva che i gattini appena nati non mangiano crocchette.
Ma sapeva che Mina non usciva dal divano.
E sapeva che vicino a chi non poteva uscire bisognava portare del cibo.
Elena tolse l’ultima ciotola.
Dietro c’era qualcosa.
Una fotografia scolorita, attaccata con del nastro adesivo alla parete interna del mobile.
Elena la staccò.
Restò immobile.
Nella fotografia, Mina era sdraiata dentro uno scatolone nel garage.
Quattro gattini le succhiavano il latte.
In mezzo a loro c’era un quinto animale.
Un cucciolo di cane tigrato.
Petto bianco.
Orecchio sinistro piegato.
Una piccola cicatrice sul muso.
Sul retro Salvatore aveva scritto:
“Bruno, dodici giorni. Mina lo ha lasciato restare. 8 giugno 2019.”
Elena si sedette sul pavimento della cucina.
Il cane che si era sdraiato davanti alla ruota del nostro camion non stava proteggendo una gatta qualunque.
Stava proteggendo l’animale che, cinque anni prima, gli aveva salvato la vita.
Salvatore aveva trovato Bruno durante un giro di raccolta.
Era nascosto dentro un vecchio sacco vicino a una rete rotta.
C’erano tre cuccioli.
Due erano già morti.
Bruno era freddo e quasi immobile.
Aveva pochi giorni.
Salvatore lo avvolse nel proprio giubbotto da lavoro e lo portò da un veterinario durante la pausa.
Avrebbe dovuto bere latte artificiale ogni due ore.
Salvatore aveva sessantadue anni, lavorava dieci ore al giorno e viveva solo.
Lo portò a casa lo stesso.
Per nove notti mise la sveglia a mezzanotte, alle due, alle quattro e alle sei.
Teneva il cucciolo in una cesta da bucato foderata con vecchi asciugamani.
Bruno però continuava a perdere peso.
Una sera il veterinario disse a Salvatore di prepararsi al peggio.
In quel periodo Mina aveva partorito quattro gattini nel garage.
Non lasciava avvicinare nessuno.
Salvatore poteva cambiare acqua e cibo, ma se allungava troppo una mano verso i piccoli, lei gli tirava fuori gli artigli.
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