Non farlo camminare.
Sapere quando non chiederglielo.
Gli adulti continuavano a dirle che era coraggiosa.
A lei quella parola non piaceva.
«La gente mi chiama coraggiosa ogni volta che qualcosa mi fa male», mi disse una volta.
Barnaba non la chiamava niente.
Aspettava.
Se Giulia aveva bisogno di trenta secondi, lui le dava trenta secondi.
Se cadeva, si sdraiava accanto a lei.
Se arrabbiata gettava una stampella sull’erba, lui ci appoggiava il mento finché lei non la riprendeva.
Giulia faceva lo stesso con lui.
Ad aprile la fisioterapista misurò i progressi.
Il tallone sinistro toccava terra molto più spesso.
Giulia poteva rimanere in piedi per ventisei minuti.
«Che premio vuoi?» le chiese la terapista.
Giulia rispose senza pensarci.
«Barnaba alla mia festa di fine riabilitazione.»
Una vera cerimonia non era prevista.
Ma la prepararono.
Un certificato.
Qualche palloncino.
Tre operatori nel piccolo cortile del centro.
Data: 21 aprile.
Barnaba doveva resistere ancora diciassette giorni.
Nessuno osò prometterlo.
Da quel momento smettemmo di contare fino alla cerimonia.
Contavamo una giornata alla volta.
Il 12 aprile Barnaba si indebolì molto.
Beveva soltanto da una ciotola bassa.
Non riusciva più ad attraversare il cortile.
Ma ogni mattina continuava a portare il coniglio verso la porta.
A volte impiegava un quarto d’ora.
Nessuno di noi glielo portava al posto suo.
Quello era compito suo.
Il 17 aprile non riuscì più a stringere bene la mascella.
Provò due volte a sollevare il pupazzo.
Poi guardò la casa di Giulia.
Matteo prese una striscia di stoffa morbida e fissò delicatamente il coniglio all’imbracatura.
Restava appoggiato sotto il muso.
Barnaba arrivò comunque alla porta.
Giulia arrivò alle dieci e un quarto.
Vide la stoffa.
Non disse niente.
Quella sera Serena mi raccontò una frase che sua figlia ripeteva da settimane.
«Barnaba pensa che io lo aiuti a camminare. Non dirgli che lui aiuta anche me.»
Avevamo sbagliato ancora.
Noi pensavamo che il cane morente avesse dato a una bambina il motivo per completare la riabilitazione.
Giulia pensava che una bambina in riabilitazione avesse dato a un cane morente il motivo per alzarsi.
Avevano ragione entrambi.
Il giorno della piccola cerimonia Barnaba non riuscì a camminare dalla macchina al cortile.
Paolo e Matteo lo trasportarono su un telo robusto.
Giulia si oppose quando gli adulti proposero di iniziare con lui già sdraiato.
Posò il coniglio a due metri.
Matteo sistemò l’imbracatura.
Giulia si mise alla sua sinistra.
«Insieme.»
Barnaba si alzò.
Tutti tacquero.
Giulia avanzò una stampella.
Barnaba avanzò una zampa.
Matteo teneva la cinghia senza tirare.
Paolo camminava dietro con le mani aperte.
Due metri richiesero più di tre minuti.
Giulia superò una linea tracciata sul pavimento.
Poi si voltò.
Aspettò che anche le zampe posteriori di Barnaba arrivassero oltre.
La terapista le consegnò il certificato.
Giulia lo mise sotto il coniglio.
«È anche suo.»
Barnaba si sdraiò con la testa sopra le sue scarpe.
Gli occhi restarono aperti.
Guardavano lei.
Quel pomeriggio mangiò tre bocconi di pollo arrosto.
Poi dormì vicino alla porta.
La mattina seguente, per la prima volta, non raccolse il coniglio.
Lo spinse con il naso verso Matteo.
Poi guardò la casa di fronte.
Questa volta capimmo.
Barnaba morì a casa il 22 aprile, alle dieci e quarantuno.
Era sulla coperta grigia.
La porta d’ingresso era aperta.
Paolo teneva una mano sotto la sua spalla.
Matteo sedeva vicino alle zampe posteriori con il quaderno chiuso sulle ginocchia.
Alle dieci e un quarto sentimmo il cancello.
Clic.
Giulia attraversò la strada.
Ormai, per brevi distanze, riusciva a usare una sola stampella.
Quel giorno le portò entrambe.
Sapeva che Barnaba ne riconosceva il suono.
Tac.
Passo.
Tac.
L’orecchio del cane si mosse.
Giulia si sedette accanto a lui.
Posò il coniglio tra le sue zampe anteriori.
Un bottone bianco osservava il mondo da un lato del volto scolorito.
L’altro occhio non c’era ancora.
«Hai aspettato», disse.
Barnaba lasciò uscire un respiro lungo.
Giulia appoggiò la fronte sulla striscia bianca del suo muso.
«Adesso il resto posso farlo io.»
Quando il respiro cominciò a diventare difficile, la veterinaria spiegò ogni cosa con voce bassa.
Nessuno gli chiese un giorno in più.
L’ultimo suono che Barnaba sentì fu una stampella appoggiata piano al pavimento.
Le sue ceneri finirono sotto il vecchio fico del cortile.
Il coniglio no.
Quello aveva ancora un appuntamento.
Ogni sabato, alle dieci e un quarto, Giulia attraversa la strada.
Oggi ha undici anni.
Spesso usa una sola stampella.
Alcune volte nessuna.
Apre il nostro cancello.
Si siede sotto il fico.
Mette il vecchio coniglio vicino alla pietra di Barnaba.
Poi cammina dall’albero fino al portico.
Paolo non conta più i passi.
Matteo non scrive più numeri.
Io, che per tutta la vita ho misurato il lavoro dei cuori, ho smesso di misurare il silenzio tra un passo e l’altro.
Quando Giulia arriva alla porta, si gira verso lo spazio vuoto alla sua sinistra.
Aspetta qualche secondo.
Poi continua.
Qualche mese fa il canile del paese ci ha chiesto se potevamo ospitare temporaneamente un altro cane anziano.
Io dissi subito di no.
Non volevo ricominciare.
Non volevo un’altra ciotola.
Un’altra cuccia.
Un altro addio.
Giulia venne con noi soltanto per consegnare alcune coperte.
Nel penultimo box c’era un meticcio dorato di dodici anni.
Aveva gli occhi velati e le zampe rigide.
Non mostrava interesse per palline o giochi.
Giulia si sedette sul pavimento del box.
Il cane si avvicinò lentamente.
Poi lasciò cadere la testa sopra la sua scarpa bianca.
Io sentii Matteo trattenere il fiato.
Per un attimo rividi quel pomeriggio di quasi un anno prima, quando Barnaba aveva fatto la stessa cosa.
Giulia mi guardò.
«Lui non ha bisogno di camminare veloce.»
Tornammo a casa con quel cane.
Il coniglio senza un orecchio è ancora accanto alla porta.
Il nuovo arrivato non lo ha mai raccolto.
Nessuno di noi glielo ha mai offerto.
Ci sono oggetti che conservano un solo significato.
E ce ne sono altri che aspettano che la vita gliene dia uno nuovo.
Ogni sabato, alle dieci e un quarto, il cancello fa ancora clic.
E noi apriamo ancora la porta.





