A 79 anni portò un solo guinzaglio al rifugio, ma il gesto del vecchio Tobia la fece tornare

UNDICI MINUTI PRIMA DELLA CHIUSURA, IL VECCHIO SAN BERNARDO SPINSE VIA LA SUA COMPAGNA E SI GIRÒ VERSO IL MURO: QUEL GESTO CAMBIÒ TRE VITE

«No. Aspetti.»

La signora Teresa Bellini aveva già una mano sulla porta quando il vecchio San Bernardo attraversò lentamente la stanza.

Il moschettone del guinzaglio blu si era appena chiuso sul collare di Mina, una meticcia tigrata di quattro anni, piccola, educata, con una zampa bianca e due occhi che sembravano capire le persone prima ancora che parlassero.

Teresa era venuta per lei.

Solo per lei.

Aveva settantanove anni, un metro e cinquantacinque scarso e ancora camminava con un bastone dopo una brutta caduta sulle scale della chiesa. Nella gamba destra aveva sei viti e la raccomandazione del figlio di non fare «altre follie».

Una cagnolina di diciotto chili poteva andare.

Un San Bernardo di quasi sessanta, no.

Era questo il patto.

Teresa viveva da sola in una casa bassa alla periferia di Piacenza, nella stessa strada dove aveva cresciuto due figli, litigato con il marito per cinquantadue anni e preparato centinaia di pranzi della domenica.

Il marito, Vittorio, era morto da sedici mesi.

Da allora la domenica arrivava ancora suo figlio Marco con le paste della pasticceria di quartiere.

Ma il lunedì, il martedì, il mercoledì e tutti gli altri giorni, Teresa sentiva soltanto l’orologio della cucina, il frigorifero che partiva e il rumore del bastone sul pavimento.

Aveva portato un solo guinzaglio.

Il San Bernardo se ne accorse prima di tutti noi.

Si chiamava Tobia.

Aveva circa dieci anni, il muso ormai bianco, le zampe posteriori rigide e gli occhi velati.

Per undici giorni aveva condiviso il box con Mina.

Quando Teresa aveva provato a camminare con lei, Mina non aveva tirato neanche una volta.

Seguiva il bastone.

Quando Teresa si fermava, si fermava.

Quando la mano della donna tremava, Mina infilava piano la testa sotto quel palmo, quasi per sorreggerlo.

Tobia osservava tutto.

O almeno così sembrava.

Seguiva i movimenti con ritardo.

Voltava la testa quando Teresa spostava una sedia.

E ogni volta che Mina si allontanava più di qualche passo, il suo naso cominciava a cercarla nell’aria.

Pensavo fosse geloso.

Poi Teresa agganciò il guinzaglio.

Click.

Un rumore secco.

Tobia attraversò la stanza.

Appoggiò il muso sulla spalla di Mina e la spinse verso Teresa.

Mina tornò indietro.

Lui la spinse di nuovo.

Alla terza volta la accompagnò fino alle ginocchia della donna.

Poi si allontanò.

Andò nell’angolo più lontano con la prudenza di chi scende una scala al buio.

La zampa posteriore tastò il pavimento due volte.

La spalla sinistra trovò una parete.

Il naso trovò l’altra.

Solo allora Tobia si fermò.

E si girò verso il muro.

Mina tirò il guinzaglio per raggiungerlo.

Tobia mise una grossa zampa di traverso, senza neppure voltarsi, come a sbarrarle il passaggio.

Teresa sussurrò:

«Vuole che venga via con me.»

Avrei voluto risponderle che i cani non ragionano sui costi del veterinario, sugli appartamenti piccoli o su chi verrà scelto per primo.

Ma Tobia girò appena la testa.

Toccò Mina con il lato del muso.

La spinse ancora una volta.

Poi tornò a guardare il muro.

Teresa si tolse gli occhiali.

Li pulì con il bordo della sciarpa, anche se non erano sporchi.

«Mi dica una cosa senza addolcirla.»

La sua voce era diventata più bassa.

«Se porto via lei, lui che fine fa?»

Le spiegai che i cani anziani potevano aspettare mesi.

Che Tobia mangiava molto, aveva bisogno di esami agli occhi, cure alle anche e probabilmente di un intervento ai denti.

Alcune persone gli avevano fatto una foto.

Nessuno aveva compilato i documenti per adottarlo.

Per Mina avevamo già ricevuto cinque richieste.

Teresa guardò il guinzaglio.

«A mio figlio ho promesso un cane piccolo.»

Nella stanza cadde un silenzio pesante.

Tobia si sdraiò nell’angolo.

Le zampe posteriori si piegarono male.

Mina si accovacciò all’estremità del guinzaglio continuando a guardarlo.

Teresa provò a uscire.

Mina non volle attraversare la porta.

Allora Tobia si rialzò.

Le andò dietro.

Con il petto enorme contro i suoi fianchi, cominciò a spingerla.

Un passo.

Poi un altro.

Fino alla soglia.

Mina entrò nel corridoio.

Tobia rimase dentro.

Tra loro si chiuse il cancelletto.

La zampa bianca di Mina raschiò una volta il pavimento.

Tobia si voltò.

Teresa sganciò il guinzaglio.

Si inginocchiò nonostante l’anca dolorante e prese il muso di Mina fra le mani.

Poi allungò un braccio verso Tobia.

«Ne ho portato uno solo.»

Gli accarezzò il muso argenteo.

«Ho sbagliato io.»

E se ne andò senza nessuno dei due.

Pensai che fosse finita.

Invece, alle otto e dodici del mattino dopo, Teresa entrò nel rifugio con i capelli ancora umidi di pioggia e una cartellina sotto il braccio.

Dietro di lei c’era Marco.

Aveva cinquantadue anni, una giacca da lavoro impolverata e due guinzagli blu identici in mano.

Tobia si alzò dentro il box prima ancora che arrivassero davanti alla porta.

Non poteva vedere il colore.

Forse non poteva nemmeno contare i moschettoni.

Ma qualcosa aveva capito.

Mina gli si appoggiò al petto.

Insieme si avvicinarono al cancelletto.

Marco posò i guinzagli sulla mia scrivania.

«Mi faccia vedere tutto quello che serve.»

Non sapeva ancora che Tobia vedeva a malapena.

E soprattutto non sapeva che Mina nascondeva un problema che nessuno di noi aveva scoperto.

Sapeva soltanto che sua madre lo aveva chiamato a mezzanotte dicendogli:

«Io non riesco a dormire nel letto di papà sapendo che quel cane dormirà stanotte con la faccia contro un muro.»

Mi chiamo Laura Rinaldi.

Avevo quarantatré anni e lavoravo da quattordici in un rifugio per animali alle porte di Piacenza quando Teresa Bellini entrò nella nostra vita.

Il posto si trovava dietro una vecchia zona artigianale.

Il corridoio sapeva sempre un po’ di disinfettante, cappotti bagnati e biscotti per cani.

Quella settimana avevamo cinquantasei animali.

Troppi.

Tobia e Mina erano arrivati la domenica precedente.

Li aveva portati un volontario dopo la morte della loro proprietaria, la signora Lidia Ferri, una pensionata di sessantanove anni che aveva lavorato per una vita come bidella.

La vicina non vedeva le tapparelle alzarsi da tre giorni.

Aveva suonato.

Poi aveva chiamato aiuto.

Mina era stata trovata sdraiata accanto al letto di Lidia.

Tobia stava fra la porta e loro due.

Per farlo spostare ci erano voluti quasi venti minuti.

Non ringhiava.

Non mostrava i denti.

Ma ogni volta che Mina cambiava posizione, lui spostava il corpo tra lei e gli estranei.

Alla fine erano usciti con due guinzagli separati.

Mina camminava mezzo passo avanti.

Tobia seguiva la sua spalla.

Nella scheda d’ingresso avevamo scritto:

Tobia, San Bernardo maschio, circa dieci anni, quasi sessanta chili, problemi articolari, denti molto consumati, vista ridotta.

Mina, meticcia femmina, circa quattro anni, diciotto chili, socievole, possibile ansia da separazione.

Erano arrivati con un sacchetto della spesa.

Dentro c’erano due flaconi di medicinali, una ciotola ammaccata e una busta piegata.

L’acqua aveva cancellato buona parte dell’inchiostro.

Qualcuno aveva infilato tutto dietro i documenti sanitari.

Eravamo pochi.

Avevamo fretta.

Per molto tempo mi sono vergognata di quella frase.

La prima notte li mettemmo in due box vicini.

Mina graffiò la parete divisoria fino a spezzarsi due unghie.

Tobia rovesciò la ciotola dell’acqua tre volte.

Poi rimase con il naso premuto contro il metallo mentre Mina si appoggiava dall’altra parte.

La volontaria del turno notturno, stanca di vederli agitati, li mise insieme.

Quattro minuti dopo dormivano.

Mina rannicchiata contro il petto di Tobia.

La zampa bianca appoggiata sotto il suo collo.

Il mattino seguente li vidi nel cortile.

Mina camminava sempre alla sua sinistra.

Davanti a un ostacolo rallentava.

Quando doveva girare, gli toccava il fianco.

Pensai:

Sono inseparabili.

Non capii la cosa più importante.

Mina non gli stava semplicemente vicino.

Gli mostrava dove andare.

Tobia aveva un’altra abitudine.

Ogni tanto infilava il naso sotto le costole di Mina e restava immobile due o tre secondi.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto