Mio padre mi chiamò a mezzanotte: Argo aspettava accanto alla vecchia auto, ma non voleva partire senza di me

Mio padre mi chiamò a mezzanotte: «Argo non vuole morire finché non torni». Pensavo fosse un ricatto emotivo. Mi sbagliavo.

Ero ancora davanti al computer quando squillò il telefono.

Sul tavolo c’erano una tazza di caffè diventato freddo, due fogli pieni di numeri e il portatile aperto su una presentazione che avrei dovuto mostrare alle nove del mattino.

Sul display comparve: Papà.

Guardai l’ora.

00:07.

La prima cosa che provai non fu paura.

Fu fastidio.

«Papà, che succede?»

Dall’altra parte sentii un respiro lungo.

«Devi tornare, Luca.»

«Adesso?»

«Adesso.»

Mi alzai dalla sedia e andai alla finestra. Sotto di me Milano continuava a brillare come se fosse pieno giorno.

«Ho una riunione domattina. Se è per Argo, lo so che sta male. Il veterinario ci aveva avvisati.»

Papà non rispose subito.

Argo aveva quattordici anni.

Un meticcio color miele, mezzo cane da caccia e mezzo chissà cosa, arrivato a casa nostra quando io ne avevo diciassette.

Per me era già un miracolo che fosse ancora vivo.

«Tienilo al caldo,» dissi. «Stagli vicino. Sabato torno.»

Fu allora che la voce di mio padre cambiò.

«Luca, Argo non è nella sua cuccia.»

Mi passai una mano sugli occhi.

«E dov’è?»

«Nel capanno.»

Silenzio.

«Accanto al fuoristrada.»

Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.

Dietro casa di mio padre c’era un vecchio capanno con il pavimento di cemento. Dentro teneva attrezzi, cassette vuote, biciclette rotte e quel vecchio fuoristrada rosso che usavamo quando ero ragazzo.

Non lo guidavo da più di dieci anni.

«Ho provato a portarlo dentro,» continuò papà. «Mi ha ringhiato.»

«Argo?»

«Sì. A me.»

Poi la sua voce si spezzò.

Non sentivo mio padre parlare così da quando era morta mia madre.

«Si è trascinato fino allo sportello del guidatore. Non vuole più muoversi.»

Chiusi gli occhi.

Papà aggiunse, quasi sottovoce:

«Credo che stia aspettando te.»

Quella frase mi fece arrabbiare.

O almeno così mi raccontai.

Pensai che mio padre mi stesse facendo sentire in colpa. Che fosse uno di quei modi vecchi, tipici della sua generazione, per dire senza dirlo: non vieni mai, lavori troppo, ti sei dimenticato di noi.

Avevo sentito quelle accuse anche quando non venivano pronunciate.

«Papà…»

«Luca.»

«Sì?»

«Se vuoi salutarlo, parti.»

Guardai di nuovo le luci sotto la finestra.

Poi guardai il portatile.

Alle nove avrei dovuto parlare davanti a dodici persone.

Avevo una camicia da ritirare in lavanderia.

Una serie di messaggi a cui rispondere.

Un’agenda piena fino alla domenica successiva.

E all’improvviso mi accorsi di quanto fosse assurdo che tutte quelle cose mi sembrassero più urgenti di un cane che mi aveva aspettato per metà della mia vita.

Presi le chiavi.

Partii.

Il viaggio verso il paese durava poco meno di tre ore.

Tre ore per tornare indietro di venticinque anni.

Superata la tangenziale, i palazzi sparirono.

Poi vennero i campi, le strade provinciali, le case basse, le insegne dei bar chiusi e i distributori illuminati nel nulla.

Ogni chilometro riportava a galla qualcosa.

Argo sul sedile posteriore.

Papà accanto a me.

Io a diciotto anni, convinto che la vita vera dovesse ancora cominciare.

Il mondo, allora, era piccolo.

C’era nostra madre che lasciava la cena nel forno quando tornavamo tardi.

C’era papà che la domenica mattina mi svegliava alle sei per andare al fiume.

C’ero io che brontolavo, ma poi correvo comunque a prendere le canne da pesca.

E c’era Argo.

Sempre.

Quando salivamo sul vecchio fuoristrada, Argo si sistemava dietro di noi con il muso tra i due sedili.

Se abbassavo il finestrino, infilava fuori la testa.

Le orecchie volavano.

Papà rideva.

«Prima o poi prende il volo.»

Io gli rispondevo:

«Almeno lui sa dove vuole andare.»

Andavamo al mercato del paese.

Dal ferramenta.

A prendere cassette di pomodori da uno zio.

Al fiume.

A comprare pane e salame per poi finire chissà dove, seduti su un muretto a mangiare.

Non serviva una destinazione.

Bastava salire.

Dopo la morte di mamma, invece, io avevo iniziato a partire davvero.

Prima l’università.

Poi il primo lavoro.

Poi un appartamento piccolo.

Poi uno più grande.

Poi una promozione.

Poi un’altra.

Ogni volta che papà mi chiedeva quando sarei tornato, avevo una risposta pronta.

«Appena passa questo periodo.»

«Quando chiudo questo progetto.»

«Dopo fine mese.»

«A Natale resto qualche giorno in più.»

Il problema dei “dopo” è che non finiscono mai.

Quando arrivai al paese erano quasi le tre.

La piazza era deserta.

Passai davanti alla bottega dove da ragazzo compravo le figurine, davanti al vecchio forno, davanti alla fontana dove papà mi aveva insegnato ad andare in bicicletta.

Tutto sembrava più piccolo.

O forse ero io ad essermi convinto di essere diventato troppo grande per quel posto.

La casa era in fondo alla stessa strada di sempre.

Il cancello cigolava ancora.

L’erba lungo il vialetto era alta.

La luce sopra il portico tremolava.

Papà aveva lasciato aperto il cancello.

Non entrai dalla porta principale.

Andai direttamente dietro casa.

La porta del capanno era spalancata.

Papà era seduto su uno sgabello.

Quando mi vide non disse niente.

Sembrava invecchiato di dieci anni dall’ultima volta che lo avevo visto.

E poi vidi Argo.

Era sdraiato sul cemento accanto allo sportello del guidatore.

Accucciato contro la ruota.

Il pelo color miele era diventato quasi bianco intorno al muso.

Le zampe sembravano troppo sottili.

Il petto si alzava appena.

Mi inginocchiai.

«Ehi, vecchio mio.»

Argo non aprì gli occhi.

Per qualche secondo pensai che fossi arrivato tardi.

Poi la sua coda si mosse.

Una volta sola.

Un colpo leggerissimo sul pavimento.

Tac.

Mi si spezzò qualcosa dentro.

«Mi hai riconosciuto?»

La coda non si mosse più.

Ma Argo fece un respiro profondo e appoggiò il muso contro le mie dita.

Papà si voltò dall’altra parte.

«È qui da due giorni,» disse.

«Due giorni?»

Annui.

«Ha smesso quasi di mangiare. Ieri mattina si è alzato, ha attraversato il cortile trascinando le zampe ed è venuto qui.»

«Perché non mi hai chiamato prima?»

Papà mi guardò.

Non rispose.

Non ce n’era bisogno.

Mi alzai lentamente.

Fu allora che vidi qualcosa attraverso il finestrino.

Sul volante c’era appoggiato un vecchio giubbotto di jeans.

Il mio.

Quello che portavo quando avevo diciotto anni.

Sulla manica c’era ancora una toppa scolorita cucita da mamma.

Mi voltai.

«Che ci fa quello lì?»

Papà abbassò lo sguardo.

«Glielo metto io.»

«Perché?»

Esitò.

Poi si sedette meglio sullo sgabello.

«Da qualche anno, verso le cinque del pomeriggio, Argo viene qui.»

Lo fissai.

«Qui dove?»

«Qui. Davanti alla macchina.»

Papà indicò il volante.

«Allora io apro i finestrini, metto il tuo giubbotto lì e accendo la vecchia radio a batterie.»

Sentii un brivido attraversarmi la schiena.

«Perché lo fai?»

Lui fece un sorriso triste.

«Perché così mangia.»

Non capivo.

O forse non volevo capire.

Papà continuò.

«Si mette vicino allo sportello e aspetta. Se sente la radio e vede il giubbotto, si calma. A volte si addormenta.»

«Aspetta cosa?»

Papà mi guardò finalmente negli occhi.

«Te.»

Non trovai niente da dire.

«Credo che pensi che tu sia entrato un momento in casa,» continuò. «O che sei andato a prendere qualcosa. Non lo so cosa pensa un cane.»

Fece una pausa.

«Però aspetta.»

Mi appoggiai alla fiancata.

Avevo passato dieci anni a raccontarmi che me n’ero andato per costruirmi una vita.

E l’avevo costruita davvero.

Avevo uno stipendio buono.

Una casa ordinata.

Vestiti che portavo in lavanderia perché non avevo tempo di stirare.

Una macchina nuova.

Un telefono che squillava a tutte le ore.

E intanto, a quasi tre ore da me, un uomo di settantaquattro anni e un cane vecchio avevano inventato un rito per fingere che io fossi ancora lì.

Alle cinque.

Ogni giorno.

«Perché non me l’hai mai detto?»

Papà strinse le labbra.

«Perché cosa dovevo dirti? “Torna a casa perché il cane sente la tua mancanza”?»

Sorrise senza allegria.

«Mi avresti detto che venivi nel fine settimana.»

Aveva ragione.

La cosa peggiore era quella.

Mi inginocchiai di nuovo accanto ad Argo.

Gli passai una mano sul collo.

«Ti ricordi quando scappasti dietro alle galline della signora Teresa?» sussurrai.

La sua palpebra tremò.

«Papà dovette ripagargliene due.»

Da dietro sentii mio padre protestare.

«Tre.»

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