Avevo già firmato per adottare Tito, poi quella zampa attraverso la rete mi fece cambiare tutto

Avevo già firmato per portare a casa un solo cane. Poi quella zampa tremante attraversò la rete e capii che stavo per separare una famiglia un’altra volta.

«Forza, Tito. Andiamo a casa.»

Avevo già infilato il guinzaglio nel collare e tenevo i documenti dell’adozione piegati nella tasca del cappotto.

Tito, però, non si mosse.

Piantò le quattro zampe sul cemento freddo del corridoio del canile e rimase immobile, come se improvvisamente fosse diventato troppo pesante persino per il mondo.

Avevo sessantasette anni e abbastanza esperienza per sapere quando qualcuno non voleva seguirti.

Anche se quel qualcuno aveva il muso grigio, le orecchie basse e gli occhi di un vecchio cane stanco.

«Dai, bello. Ho preparato perfino una coperta nuova per te.»

Niente.

Tito non guardava me.

Guardava dietro di sé.

Nell’ultimo box che avevamo superato c’era Luna.

Una cagnolina nera, piccola, ormai anziana, con il pelo bianco attorno al muso e una macchia chiara sopra l’occhio sinistro.

Non abbaiava.

Non saltava contro la rete.

Non faceva nulla per attirare l’attenzione.

In un posto dove ogni animale sembrava gridare “scegli me”, Luna se ne stava seduta in silenzio.

Poi sollevò lentamente una zampa.

La fece passare tra le maglie della rete.

La allungò più che poteva verso Tito.

Non cercava di uscire.

Cercava lui.

Tito emise un piccolo gemito.

Uno di quei suoni bassi che arrivano in un punto dello stomaco dove le parole non riescono ad arrivare.

Si avvicinò alla rete e premette la spalla contro il metallo.

La zampa di Luna gli sfiorò il pelo.

La volontaria accanto a me sospirò.

Si chiamava Elena, aveva una sciarpa di lana grossa e le mani arrossate dal freddo.

«Ecco perché speravamo che qualcuno li prendesse insieme.»

Mi voltai lentamente.

«Insieme?»

Elena annuì.

«Sembrano marito e moglie.»

Provai a sorridere.

«Ho già avuto una moglie. Era più semplice di così.»

Elena sorrise appena.

Poi il suo viso tornò serio.

Mi raccontò che Tito e Luna avevano vissuto per anni con un uomo anziano in un piccolo paese sull’Appennino.

Una casa semplice.

Orto dietro.

Legna accatastata sotto una tettoia.

Una cucina dove, a quanto pare, ai due cani arrivava sempre qualcosa sotto il tavolo.

Quando il loro padrone era morto, nessuno se n’era accorto subito.

L’uomo viveva solo.

I figli erano lontani.

I vicini credevano fosse andato qualche giorno da un parente.

Per quasi tre settimane Tito e Luna erano rimasti in quella casa.

Avrebbero potuto cercare una via d’uscita.

Avrebbero potuto allontanarsi.

Invece erano rimasti lì.

Insieme.

Dormivano uno contro l’altra.

Aspettavano.

«Quando li abbiamo portati qui,» disse Elena, «abbiamo provato a separarli perché nei primi giorni non avevamo due posti vicini.»

Abbassò gli occhi.

«Luna ha smesso di mangiare.»

Guardai la cagnolina oltre la rete.

«E Tito?»

«Camminava avanti e indietro tutta la notte.»

Elena strinse il cappotto.

«Quando abbiamo spostato i box e li abbiamo messi vicini, si sono calmati entrambi.»

Indicò la zampa ancora infilata attraverso la rete.

«Per loro non è abitudine. È famiglia.»

Famiglia.

Una parola pesante.

Specialmente alla mia età.

Perché quando hai sessantasette anni, la famiglia non è più solo quella che hai.

È anche quella che hai perso.

Mia moglie, Anna, era morta quattro anni prima.

Da allora abitavo da solo in un appartamento di due stanze in un vecchio condominio alla periferia di Bologna.

Una camera.

Un soggiorno con angolo cucina.

Un balconcino dove entravano a malapena due sedie.

La pensione mi bastava, ma senza esagerare.

Ogni mese facevo i conti.

Spesa.

Condominio.

Bollette.

Farmaci.

Qualche caffè al bar.

Ero andato al canile per prendere un cane tranquillo.

Uno.

Non due.

Uno.

Avevo preparato una ciotola.

Una coperta.

Un posto accanto al divano.

Un cane potevo permettermelo.

Due significavano doppio cibo, doppio veterinario, doppie medicine.

La logica era dalla mia parte.

Presi il guinzaglio più corto.

«Andiamo, Tito.»

Lui si voltò verso di me.

Poi verso Luna.

Alla fine fece un passo.

Luna ritirò lentamente la zampa.

Non abbaiò.

Non si agitò.

Si lasciò semplicemente cadere sul pavimento del box.

Quella fu la cosa peggiore.

Non protestò.

Sembrava una creatura che aveva già imparato cosa succede quando qualcuno se ne va.

Attraversammo il corridoio.

Io davanti.

Tito dietro.

Arrivammo fino al parcheggio.

L’aria tagliava la faccia.

Aprii lo sportello della macchina.

«Su.»

Tito non salì.

Nemmeno tirò il guinzaglio.

Si voltò verso l’edificio grigio.

E aspettò.

Non so quanto rimasi lì.

Dieci secondi.

Un minuto.

Forse di più.

Pensai ad Anna.

Negli ultimi mesi di malattia aveva paura di restare sola.

Io mi sedevo accanto al letto.

A volte non parlavamo per ore.

Una sera mi aveva stretto la mano e aveva detto:

«Non devi aggiustare niente, Carlo. Basta che rimani.»

Guardai Tito.

Poi il canile.

«Accidenti a voi due.»

Richiusi lo sportello.

Tornai indietro.

Elena era ancora nella piccola reception quando entrai.

Alzò lo sguardo.

«È successo qualcosa?»

Appoggiai il guinzaglio sul bancone.

«Mi servono altri documenti.»

«Hai cambiato idea?»

«No.»

Inspirai.

«Prendo anche Luna.»

Elena rimase immobile.

«Se c’è una minestra per uno, si allunga per due.»

Lei abbassò gli occhi come se stesse controllando dei fogli.

Ma vidi che stava sorridendo.

Venti minuti dopo uscimmo in tre.

Non ci furono salti.

Niente scene da film.

Luna camminò lentamente fino a Tito.

Gli appoggiò la testa sulla spalla.

Tito fece un lungo sospiro.

E per la prima volta da quando li avevo visti, smisero entrambi di tremare.

Durante il viaggio guardai più volte nello specchietto.

Dormivano sul sedile posteriore.

Luna rannicchiata contro Tito.

La testa di lui appoggiata sulla sua schiena.

Pensai che forse avevo appena commesso una follia.

Poi pensai che, alla mia età, avevo già commesso errori molto più costosi per motivi molto meno nobili.

Quando arrivammo al condominio, il vero problema cominciò.

Nel cortile incontrai subito Bruno.

Bruno abitava al primo piano ed era uno di quegli uomini che conoscono ogni regola del condominio meglio delle proprie date di famiglia.

Ex impiegato.

Settantadue anni.

Chiavi attaccate alla cintura.

Giornale sotto il braccio.

Sapeva sempre chi aveva lasciato il portone aperto, chi aveva parcheggiato male e quale vaso sporgeva troppo dal balcone.

Guardò Tito.

Poi Luna.

Poi me.

«Carlo.»

«Bruno.»

Indicò i cani.

«Sono due.»

«Sai ancora contare. Bene.»

Non rise.

«Il regolamento permette un animale per appartamento.»

Mi si gelò lo stomaco.

«Sono tranquilli.»

«Non è quello il punto.»

«Per me lo è.»

Bruno sospirò.

«Non voglio discutere. Però qualcuno lo farà.»

Quella frase mi rimase addosso.

Qualcuno lo farà.

Nei condomini italiani non serve sapere chi è “qualcuno”.

“Qualcuno” esiste sempre.

Qualcuno sente.

Qualcuno vede.

Qualcuno telefona all’amministratore.

Qualcuno sa che hai steso una tovaglia sul balcone alle sette e dodici.

Salimmo.

Tito entrò per primo nell’appartamento.

Annusò il corridoio.

La cucina.

La porta della camera.

Poi si sedette davanti alla finestra.

Luna camminò fino al vecchio tappeto di Anna.

Fece due giri.

Si sdraiò.

Tito la raggiunse subito.

Lei appoggiò il muso sulla sua zampa.

Io rimasi in piedi in mezzo al soggiorno.

Due stanze.

Una pensione.

Due cani vecchi.

Un regolamento condominiale.

«Carlo,» dissi a me stesso, «sei ufficialmente diventato quello che prende decisioni senza pensarci.»

Poi guardai quei due sul tappeto.

No.

Avevo pensato.

Forse avevo semplicemente pensato alla cosa giusta.

Quella sera Luna mangiò pochissimo.

Tre bocconi.

Poi si fermò.

Guardò Tito.

Non me.

Lui continuò lentamente a mangiare.

Quando ebbe quasi finito, si avvicinò a lei e le diede una piccola spinta col muso.

Luna tornò alla ciotola.

Finì tutto.

Io ero seduto per terra.

Mi venne da ridere.

«Va bene. Ho capito. Qui io pago e tu comandi.»

Tito mi guardò.

Per qualche motivo sembrava perfettamente d’accordo.

Il mattino dopo bussarono alla porta.

Tre colpi secchi.

Bruno.

Dietro di lui c’era l’amministratrice del condominio, la signora Rinaldi, una donna sui sessant’anni che sembrava sempre vestita per andare a firmare qualcosa.

«Possiamo parlare?»

Sapevo già di cosa.

Tito comparve alle mie spalle.

Luna restò dietro di lui.

La signora Rinaldi guardò entrambi.

«Il regolamento prevede un solo animale.»

«Lo so.»

«Allora sai anche che la situazione va risolta.»

Sentii Luna spostarsi.

Il rumore delle unghie sul pavimento.

Mi girai.

Era incollata alla spalla di Tito.

«Non li separo.»

L’amministratrice mantenne un tono cortese.

«Non è una questione personale.»

«Lo diventa quando la soluzione è prendere uno di loro e riportarlo indietro.»

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