A sessant’anni lasciò una riunione sotto la pioggia: il suo vecchio gatto la stava aspettando alla porta

A sessant’anni avevo imparato a non lasciare mai il lavoro per niente. Poi vidi il mio gatto trascinarsi verso la porta per aspettarmi un’ultima volta.

Alle sei e mezza di sera ero ancora seduta in una sala riunioni al nono piano di un palazzo di vetro alla periferia di Milano.

Fuori pioveva così forte che le luci delle auto sembravano sciogliersi sull’asfalto.

Dentro, invece, continuavano a parlare.

Scadenze.

Obiettivi.

Numeri.

Parole inglesi che avevo sentito mille volte e che, fino a quel momento, avevo sempre finto fossero importanti.

Il telefono vibrò una sola volta sul tavolo.

Una notifica della telecamera che avevo messo nell’ingresso di casa.

Di solito non ci facevo caso.

Poteva essere una tenda mossa dall’aria, un’ombra, oppure Tito che passava davanti all’obiettivo con quell’aria da padrone di casa che aveva da diciotto anni.

Ma Tito non camminava quasi più.

Da settimane si alzava con fatica.

Aveva l’artrosi, i reni stanchi, le zampe posteriori che ogni giorno sembravano obbedirgli un po’ meno.

Abbassai il telefono sotto il tavolo e aprii la telecamera.

Mi si gelò il sangue.

Tito non era nella sua cuccia ortopedica.

Era sul pavimento.

Si stava trascinando verso la porta d’ingresso.

Un centimetro alla volta.

Le zampe posteriori gli scivolavano dietro.

Si fermava, respirava, ripartiva.

Sembrava che ogni movimento gli costasse una fatica enorme.

Arrivò sul vecchio tappeto dell’ingresso e si lasciò cadere di lato.

Proprio lì.

Nel punto dove, per quasi vent’anni, mi aveva aspettata tutte le sere.

Il fianco si sollevava lentamente.

Troppo lentamente.

Ma gli occhi erano aperti.

Fissi sulla sottile striscia di luce sotto la porta.

Aspettava.

Aspettava me.

Non serviva un veterinario per spiegarmi quello che stavo vedendo.

Lo capii con quella certezza terribile che arriva prima ancora delle parole.

Tito non aveva molto tempo.

«Laura, tu cosa ne pensi della proposta?»

Alzai la testa.

Il mio responsabile mi stava guardando.

Intorno al tavolo c’erano otto persone.

Computer aperti.

Bicchieri d’acqua.

Facce serie.

Per un momento li osservai come se fossero comparsi da un’altra vita.

Poi infilai il telefono in borsa e mi alzai.

«Devo andare.»

«Adesso?»

«Sì.»

«Ma stiamo chiudendo la riunione.»

Presi il cappotto.

«È un’emergenza.»

Qualcuno abbassò gli occhi.

Qualcun altro sembrò trattenere un sorriso.

Lo sapevo cosa avrebbero pensato se avessi detto la verità.

Una donna adulta che scappa da una riunione per un gatto.

Ridicolo.

Esagerato.

Poco professionale.

Ma a sessant’anni avevo già perso abbastanza persone da sapere una cosa.

Ci sono momenti che, se li perdi, non tornano.

E io non avrei lasciato morire Tito davanti a una porta chiusa mentre spiegavo a qualcuno una tabella.

Uscii.

L’ascensore sembrò metterci un’eternità.

Nell’atrio presi quasi a correre.

Alla stazione trovai il cartello peggiore possibile.

Servizio interrotto.

Guasto sulla linea.

Rimasi immobile due secondi.

Poi tornai sotto la pioggia.

Alzai il braccio verso ogni taxi che passava.

Finalmente uno si fermò.

Aprii la portiera e mi buttai dentro fradicia.

«Zona Navigli. Per favore, il più velocemente possibile.»

L’autista mi guardò nello specchietto.

Avevo i capelli incollati alla faccia e il telefono stretto tra le dita.

«Signora, con questa pioggia è tutto bloccato.»

«Lo so.»

La voce mi uscì spezzata.

«Faccia quello che può.»

Riaprii la telecamera.

Tito era ancora lì.

Stessa posizione.

Stessi occhi verso la porta.

Mi venne in mente il giorno in cui era entrato nella mia vita.

Avevo quarantadue anni.

Non ero giovane, anche se allora pensavo di esserlo ancora.

Mio marito se n’era andato da poco.

Non con una tragedia.

Non con una grande scena.

Aveva semplicemente detto che non provava più quello di prima.

Vent’anni di matrimonio chiusi con una frase pronunciata in cucina, tra una moka ancora calda e due piatti nel lavello.

Mio figlio viveva già lontano.

Mia figlia studiava fuori.

Per la prima volta da quando avevo vent’anni, tornavo a casa e non c’era nessuno.

Fu mia vicina, la signora Ada del secondo piano, a trovarlo.

Un gattino magro sotto una macchina, dietro il mercato rionale.

«Tu hai bisogno di lui e lui ha bisogno di te» mi disse.

Le risposi che non volevo animali.

Tre ore dopo Tito dormiva sul mio divano.

Da allora era rimasto.

Quando mia madre morì, Tito dormì per settimane sul suo vecchio scialle che avevo portato a casa.

Quando mio figlio smise quasi di telefonarmi perché aveva la sua vita, Tito continuò a sedersi davanti alla porta ogni sera alle sette.

Quando arrivarono i cinquant’anni, poi i cinquantacinque, poi i sessanta, mentre il viso nello specchio cambiava e gli amici diminuivano, lui restava uguale nella cosa che contava.

Mi aspettava.

L’autista provò una strada laterale.

Poi un’altra.

Macchine ferme.

Clacson.

Motorini sotto la pioggia.

Guardai l’orologio.

19:17.

Sul telefono il respiro di Tito era ancora più lento.

«Resisti.»

Lo dissi ad alta voce.

L’autista mi guardò.

«Chi è?»

Esitai.

«Il mio gatto.»

L’uomo rimase zitto per qualche secondo.

Poi fece una svolta improvvisa.

«Proviamo di qua.»

Non rise.

Non disse “è solo un animale”.

Provò davvero.

Ma a tre isolati da casa ci trovammo dietro un furgone fermo in mezzo alla strada.

Non si passava.

Pagai.

«Scendo.»

«Signora, piove forte.»

Avevo già aperto la portiera.

«Grazie.»

Corsi.

A sessant’anni non si corre come a trenta.

Il fiato brucia.

Le ginocchia protestano.

Le scarpe bagnate sembrano pesare il doppio.

Eppure corsi.

La gente sotto gli ombrelli mi guardava.

Forse pensava a un treno perso.

A un marito in ospedale.

A una brutta notizia.

Nessuno poteva vedere il filo invisibile che mi tirava verso casa.

Arrivai al portone senza sentire più le gambe.

L’ascensore era al sesto piano.

Non aspettai.

Feci le scale.

Quando infilai la chiave nella serratura, tremavo così tanto che sbagliai due volte.

Poi aprii.

La casa era buia.

Silenziosa.

Tito era ancora sul tappeto.

«Sono qui.»

Mi lasciai cadere sulle ginocchia.

«Tito, sono qui.»

Lui sollevò appena la testa.

Solo pochi centimetri.

Mi guardò.

Poi fece quel suo piccolo verso rauco.

Non un vero miagolio.

Quella specie di brontolio che faceva ogni sera quando rientravo.

Come per dire: finalmente.

Gli infilai una mano sotto il muso.

Era freddo.

Troppo leggero.

Sentivo le ossa sotto il pelo.

Appoggiai la fronte alla sua.

«Scusami.»

Piangevo senza riuscire a fermarmi.

«Scusami se ci ho messo tanto.»

Lui non sembrava spaventato.

Questa è la cosa che ricordo più di tutte.

Nei suoi occhi non c’era paura.

C’era sollievo.

Come se avesse resistito solo per quello.

Per sentire la chiave.

Per vedermi entrare.

Per non andarsene in una casa vuota.

Inspirò profondamente.

Una volta.

Poi lasciò uscire l’aria.

E non respirò più.

Rimasi sul pavimento stringendolo contro il cappotto bagnato.

Fuori passavano le macchine.

Qualcuno rideva sul pianerottolo.

Una televisione suonava dietro una parete.

Il mondo continuava.

La mia casa no.

Quella sera capii quanto rumore facesse Tito senza fare rumore.

Il raschiare delle unghie sul parquet.

Il respiro vicino al termosifone.

Il piccolo colpo quando scendeva dal divano, prima che non riuscisse più a saltare.

Adesso niente.

Il telefono vibrò.

Sei chiamate perse.

Undici messaggi.

“Dove sei?”

“Dobbiamo chiudere il documento.”

“Domani ne parliamo.”

Ne aprii uno del mio responsabile.

Aveva scritto soltanto:

“Te ne sei andata durante una riunione importante.”

Guardai Tito.

Poi scrissi:

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