Il cane si fermò davanti a un uomo solo con una candela: quella domenica crollò la bella figura di un’intera famiglia
«Bruno, andiamo. Basta.»
Tirai piano il guinzaglio, già con la testa al pranzo della domenica che mi aspettava a casa di mia madre.
Erano quasi le due. Sapevo che mi avrebbe accolto con la solita frase: «La pasta è scotta, ma tanto tu hai sempre qualcosa di più importante da fare.»
Avevo cinquantotto anni e, nonostante questo, davanti a mia madre tornavo quello che arrivava tardi a tavola con le ginocchia sbucciate.
Ma Bruno non si mosse.
Piantò le zampe sul vialetto del piccolo parco comunale, abbassò la coda e fissò qualcosa dall’altra parte del prato.
«Non ricominciare.»
Pensai a un gatto.
A un piccione.
Magari a uno dei panini lasciati sui tavoli dopo il mercato della mattina.
Bruno era un incrocio di golden retriever di quasi trentacinque chili, pelo spettinato, orecchio sinistro sempre un po’ piegato e quella faccia da innocente che gli aveva permesso di rubarmi mezzo pollo arrosto senza mai confessare.
Quella volta, però, non guardava il cibo.
Guardava un uomo.
Era seduto da solo a un tavolo di legno sotto un platano.
Avrà avuto ottant’anni.
Indossava un completo blu scuro vecchio stile, lucidissimo sulle ginocchia, una camicia bianca chiusa fino al collo e una cravatta che sembrava uscita da una fotografia degli anni Ottanta.
Era vestito bene.
Troppo bene per stare solo in un parco quasi vuoto.
Davanti a lui c’era un contenitore di plastica trasparente.
Dentro, un piccolo bignè alla crema con sopra una candelina bianca.
Una sola.
L’uomo guardò l’orologio.
Poi il parcheggio.
Poi di nuovo l’orologio.
Conoscevo quello sguardo.
È lo sguardo di chi continua a dire a se stesso che gli altri sono soltanto in ritardo.
Perché ammettere che non verranno fa molto più male.
«Bruno, non sono affari nostri.»
Lui emise un lamento basso.
«Hai capito? Andiamo dalla nonna.»
Bruno tirò.
Io trattenni il guinzaglio.
Lui tirò più forte.
«Bruno!»
Il moschettone mi scivolò dalla mano.
Partì.
«Bruno! Fermati!»
Corsi dietro di lui immaginando già la scena: trentacinque chili di cane addosso a un povero anziano vestito a festa.
Invece Bruno rallentò a pochi passi dal tavolo.
Si avvicinò.
Si sedette.
Poi appoggiò lentamente il muso pesante sul ginocchio dell’uomo.
L’anziano trasalì.
Ritirò la mano.
Io arrivai senza fiato.
«Mi scusi. Mi dispiace. Di solito non fa così.»
Mi chinai per prenderlo dal collare.
L’uomo alzò una mano.
Tremava.
«Lasci.»
La sua voce era sottile, consumata.
«È caldo.»
Affondò lentamente le dita nel pelo del collo di Bruno.
Il cane chiuse gli occhi e si appoggiò ancora di più contro la sua gamba.
Per qualche secondo nessuno parlò.
«Si chiama Bruno,» dissi.
L’uomo annuì.
«Bel nome.»
«Da giovane viveva per strada. L’ho preso da adulto. Non si fida subito delle persone.»
Feci un mezzo sorriso.
«Quindi, se ha scelto lei, probabilmente oggi è la persona più interessante del parco.»
L’uomo sollevò lo sguardo.
Aveva gli occhi arrossati.
Non come chi aveva pianto.
Come chi aveva deciso di non piangere.
«Io sono Vittorio.»
«Marco.»
Gli indicai Bruno.
«Il maleducato lo conosce già.»
Vittorio sorrise appena.
Poi guardò ancora verso il parcheggio.
Il sorriso sparì.
«Aspetta qualcuno?» domandai.
Mi pentii immediatamente della domanda.
Vittorio abbassò gli occhi sul bignè.
«Mio figlio.»
Fece una pausa.
«Con sua moglie e i bambini.»
Guardò l’orologio.
«Dovevano venire alle dodici e mezza.»
Erano quasi le due.
«Magari hanno trovato traffico.»
Fu una frase stupida e lo sapevamo entrambi.
Vittorio annuì lo stesso.
«Sì. Il traffico.»
Poi indicò il dolce.
«Oggi faccio ottant’anni.»
Mi si chiuse qualcosa in gola.
«Ottanta?»
«Ottanta tondi.»
Provò a sorridere.
«A questa età non servono ottanta candeline. Basta una. Anche perché ci vorrebbe un estintore.»
Risi.
Lui pure.
Una risata piccola, educata.
Poi tornò il silenzio.
Pensai a mia madre.
Al ragù sul fuoco.
Alle sue telefonate.
A quante volte avevo detto: «Questa domenica non riesco.»
Avevo sempre una buona ragione.
Il lavoro.
La macchina.
La stanchezza.
Un cliente.
Una commissione.
Le buone ragioni sono pericolose.
Se ne metti abbastanza una sopra l’altra, possono costruire un muro.
Bruno continuava a tenere il muso sul ginocchio di Vittorio.
Io guardai l’orologio.
Poi il bignè.
Poi mi sedetti di fronte all’uomo.
«Senta, Vittorio.»
Lui sollevò lo sguardo.
«Io avrei un pranzo in ritardo.»
«Allora vada.»
«Però mia madre mi ha insegnato che prima di mangiare bisogna fare gli auguri a chi compie gli anni.»
Vittorio sbatté le palpebre.
«Non deve.»
«Lo so.»
Frugai nelle tasche.
Avevo un accendino.
«Quella candela la accendiamo o aspettiamo gli ottantuno?»
Per la prima volta il sorriso di Vittorio arrivò agli occhi.
Accesi la candelina.
Il vento la fece tremare.
Cominciai a cantare.
Piano.
Stonato.
Vittorio mi seguì quasi sussurrando.
Quando arrivammo all’ultima frase, Bruno alzò il muso e partì con un ululato lungo e ridicolo.
Vittorio scoppiò a ridere.
Una risata vera.
Rugginosa.
Come una porta rimasta chiusa troppo tempo.
Soffiò sulla candela.
Dividemmo il bignè in due.
A Bruno diedi soltanto una briciola di pasta senza crema.
«Non guardarmi così,» gli dissi. «Hai già rovinato un compleanno, non anche lo stomaco.»
Rimanemmo lì più di un’ora.
Vittorio mi raccontò che aveva lavorato tutta la vita come artigiano.
Aveva cominciato da ragazzo in una piccola officina.
Poi si era messo in proprio.
Aveva costruito con le sue mani la casa in cui viveva ancora, una villetta gialla ai margini del paese, con le persiane verdi che sua moglie Teresa aveva scelto quasi cinquant’anni prima.
Teresa era morta da sei anni.
«Lei teneva insieme tutto.»
Vittorio accarezzava Bruno mentre parlava.
«Io portavo i soldi. Sistemavo le cose. Pagavo le bollette. Ma era lei che faceva famiglia.»
Dopo la morte della moglie aveva smesso di invitare gente.
Diceva che non gli piaceva cucinare per uno.
Non aveva più preso animali da quando il suo vecchio cane era morto.
«Fa troppo male quando se ne vanno.»
«Anche quando se ne vanno le persone,» dissi.
Vittorio guardò il parcheggio.
«Soprattutto.»
Quando ci alzammo, si sistemò la giacca.
«Marco.»
«Sì?»
«Quando ero seduto qui prima che arrivaste, mi sentivo ridicolo.»
«Perché?»
«Perché a ottant’anni ero vestito come per una festa che forse esisteva soltanto nella mia testa.»
Abbassò gli occhi.
«Poi è arrivato questo bestione.»
Bruno agitò la coda.
«E per un’ora mi sono sentito di nuovo qualcuno che valeva la pena raggiungere.»
Mi strinse la mano.
«Grazie.»
Lo guardai salire su una vecchia utilitaria.
Prima di partire abbassò il finestrino.
«Dica a sua madre che è colpa mia se arriva tardi.»
«Non la conosce. Non funzionerà.»
Rise ancora.
Io rimasi nel parcheggio con Bruno.
Poi presi il telefono.
C’erano quattro chiamate perse di mia madre.
La richiamai.
«Finalmente.»
«Mamma.»
«La pasta è diventata colla.»
«Arrivo.»
«Sempre di corsa sei.»
Guardai il tavolo vuoto sotto il platano.
«Mamma?»
«Che c’è?»
«Tieni il sugo caldo. Oggi resto anche per il caffè.»
Silenzio.
«Hai combinato qualcosa?»
«No.»
«Stai male?»
«No.»
«Allora perché vuoi restare per il caffè?»
Sorrisi.
«Perché è domenica.»
Due giorni dopo tornai al parco.
Non avrei saputo spiegare perché.
Forse speravo di vedere Vittorio.
Forse volevo assicurarmi che fosse stato reale.
Il tavolo era vuoto.
Bruno lo annusò, poi si sedette rivolto verso il parcheggio.
«Non verrà ogni giorno.»
Lui rimase fermo.
La settimana successiva, al piccolo centro sociale del quartiere, vidi un foglio appeso fuori dall’ingresso.
“Giovedì mattina: caffè e chiacchiere per pensionati e anziani soli.”
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