Ieri non voleva animali in casa, oggi un enorme gatto randagio dorme sul suo petto: ecco cosa è successo

Ieri mattina ero ancora una di quelle persone che dicevano, con assoluta convinzione:

«A casa mia, animali no.»

Non perché non mi piacessero.

Anzi.

Avevo sempre lasciato una ciotola d’acqua sul davanzale nei mesi caldi, e quando vedevo un gatto attraversare il cortile rallentavo perfino il passo per non spaventarlo.

Ma a sessantadue anni avevo finalmente imparato ad amare il silenzio.

Dopo una vita passata a correre dietro al lavoro, a una madre anziana, a un marito che aveva avuto bisogno di me fino all’ultimo giorno e a due figli ormai grandi che telefonavano sempre troppo di fretta, avevo conquistato una cosa semplice:

la mia routine.

Caffè nella moka alle sette.

Giornale sul tavolo.

Spesa il martedì e il venerdì.

Il bucato il sabato mattina.

La domenica pranzo da mio figlio maggiore, quando si ricordava di invitarmi.

Il televisore basso la sera.

Nessuno che mi svegliasse.

Nessuno che mi aspettasse.

Nessuno che dipendesse da me.

A raccontarla così sembra una vita triste.

A me sembrava finalmente tranquilla.

Poi squillò il telefono.

Era Mirella, una donna che conoscevo da anni perché dava una mano a un piccolo gruppo di volontari del quartiere.

Mirella aveva quella voce che sembrava sempre sul punto di salire su un autobus in corsa.

«Elisabetta, mi fai un favore?»

Guardai l’orologio.

Le otto e venti.

«Dipende.»

«Mezz’ora. Forse quaranta minuti.»

Quando qualcuno dice “mezz’ora” con quella voce, bisognerebbe riattaccare.

Invece domandai:

«Che succede?»

«La macchina mi ha lasciata a piedi. Devo portare un gatto dal veterinario. Solo un controllo. Lo portiamo, aspettiamo e torniamo.»

Un gatto.

Un controllo.

Quaranta minuti.

Mi sembrò innocuo.

«Va bene.»

Se avessi saputo che quella risposta avrebbe cambiato le mie notti, il mio salotto, i rapporti con i vicini e perfino il modo in cui guardavo certe persone, forse avrei detto comunque sì.

Ma almeno avrei messo in ordine casa.

Quando arrivai davanti alla piccola struttura dove Mirella aiutava i volontari, mi aspettavo uno di quei trasportini leggeri, magari con dentro un micetto nervoso che avrebbe miagolato per tutto il tragitto.

Mirella uscì trascinando qualcosa che sembrava una valigia piena di mattoni.

«Questo è Ettore.»

Abbassai il finestrino.

«Quello è un gatto?»

Mirella scoppiò a ridere.

«Più o meno.»

Ettore era enorme.

Non grasso.

Enorme.

Aveva un torace largo, zampe grosse e una testa che sembrava appartenere a un animale abituato a cavarsela da solo.

Il pelo, grigio e bianco, era arruffato.

Un orecchio stava dritto.

L’altro si piegava leggermente verso il basso e aveva un piccolo taglio sul bordo, ormai cicatrizzato.

Un occhio rimaneva appena più chiuso dell’altro, dandogli un’espressione severa, quasi infastidita.

Sembrava un vecchio pensionato seduto al bar che ha già sentito tutte le scuse del mondo.

«Non ha proprio l’aria simpatica», dissi.

«Infatti nessuno lo sceglie.»

Mirella sistemò il trasportino sul sedile posteriore.

Quella frase mi rimase addosso.

Nessuno lo sceglie.

Partimmo.

Ettore non miagolò.

Non graffiò il trasportino.

Non cercò di uscire.

Restò immobile a guardare fuori dalle fessure.

Motorini.

Persone con le borse della spesa.

Un uomo che apriva la serranda della bottega.

Una signora con il cane.

Una madre che trascinava un bambino verso scuola.

Ettore osservava tutto senza emettere un suono.

«Da quanto è lì?» chiesi.

«Otto mesi.»

Mi voltai appena.

«Otto mesi?»

«Otto.»

«E nessuno l’ha voluto?»

Mirella sospirò.

«Le famiglie vedono i cuccioli e si sciolgono. Poi arrivano davanti a lui e dicono che è troppo grosso. Troppo serio. Troppo vecchio.»

«Quanti anni ha?»

«Forse sette. Forse otto. Con i randagi è difficile dirlo.»

Alzai un sopracciglio.

«A sette anni sarebbe vecchio?»

Mirella mi guardò.

«Per certa gente basta non essere giovane per diventare invisibili.»

Non risposi.

A sessantadue anni certe frasi non entrano da un orecchio ed escono dall’altro.

Si siedono accanto a te.

Dal veterinario Ettore fu impeccabile.

Non dolce.

Non socievole.

Impeccabile.

Lo tirarono fuori dal trasportino e lui si irrigidì.

Il veterinario gli controllò i denti, il cuore, le zampe.

Quando toccò l’orecchio piegato, Ettore ebbe un piccolo sussulto.

Durò meno di un secondo.

Poi tornò immobile.

Nessun graffio.

Nessun morso.

Solo quella strana immobilità di chi sembra aver imparato che protestare serve a poco.

«È un gatto tranquillo», disse il veterinario.

Mirella mi guardò.

«È un gatto che ha smesso di aspettarsi qualcosa.»

Non so perché quella frase mi diede fastidio.

Forse perché la capivo troppo bene.

Durante il ritorno iniziò a piovere.

Una pioggia fine, insistente, quella che non fa rumore ma ti entra nelle ossa.

Accesi il riscaldamento.

Al semaforo sentii un leggero tintinnio metallico.

Guardai nello specchietto.

Ettore aveva infilato una zampa tra le sbarre del trasportino.

Non abbastanza da uscire.

Non cercava nemmeno di toccarmi.

Teneva solo la zampa lì.

Come se volesse assicurarsi che fuori esistesse ancora qualcosa.

«Perché si chiama Ettore?» domandai.

«Nome della scheda.»

«E voi come lo chiamate?»

Mirella esitò.

«Qualcuno lo chiama Orecchio.»

«Orecchio?»

«Per quello piegato. Senza cattiveria.»

Guardai di nuovo nello specchietto.

Ettore stava fissando me.

Orecchio.

Non era un insulto.

Ma non era nemmeno un nome pronunciato con amore.

Arrivammo davanti alla struttura.

Spensi il motore.

Mirella slacciò la cintura.

«Dai, campione. Si torna dentro.»

Allungò la mano verso il trasportino.

Io presi la maniglia.

Ettore abbassò lentamente la testa.

Poi appoggiò una guancia contro la grata.

Una volta.

Piano.

E sollevò lo sguardo verso di me.

Non fece le fusa.

Non miagolò.

Non sembrava chiedere cibo.

Sembrava soltanto domandare:

È già finita?

Mi vennero in mente tutte le ragioni sensate.

Il divano nuovo.

I peli.

Le vacanze.

La lettiera.

Le spese.

La mia età.

Il mio bisogno di tranquillità.

Il fatto che non avessi programmato nulla.

Poi sentii uscire dalla mia bocca una frase che ancora oggi non so spiegare.

«Oggi non torna dentro.»

Mirella rimase con la mano sospesa.

«Come?»

«Lo porto a casa.»

«Elisabetta…»

«In affido. Prova. Come si dice.»

«Stallo.»

«Quello.»

Mirella non sorrise.

La sua faccia diventò seria.

«Prima devi capire una cosa. Ettore si lega lentamente. Ma quando si lega, si lega davvero. Se tra una settimana lo riporti indietro perché graffia il divano o perché ti sveglia alle cinque, per lui non sarà una semplice prova finita.»

Mi irritai.

«Non sono una ragazzina.»

«Lo so. Per questo te lo sto dicendo.»

Guardai Ettore.

Lui non faceva niente.

Aspettava.

«Portami i moduli.»

Mirella mi fissò qualche secondo.

Poi sorrise appena.

«Va bene.»

La procedura fu molto meno romantica di come la gente racconta le adozioni.

Un modulo.

Due firme.

Un foglio sanitario.

Le indicazioni sul cibo.

Un numero da chiamare.

Una penna che non scriveva.

Mirella che continuava a ripetere:

«Se hai dubbi, telefoni.»

Io che continuavo a rispondere:

«Non sono mica incapace.»

Dentro, però, avevo paura.

Quando entrai nel mio appartamento con Ettore, il silenzio che tanto amavo sembrò diverso.

Non vuoto.

In attesa.

Aprii il trasportino.

Ettore non uscì.

Aspettai.

Cinque minuti.

Dieci.

Mi preparai un caffè.

Quindici.

Finalmente comparve una zampa.

Poi la testa.

Poi il resto di quel bestione.

Entrò nel salotto come se stesse ispezionando una proprietà ricevuta in eredità.

Annusò il tavolino.

Il tappeto.

Le gambe delle sedie.

Guardò il corridoio.

Poi si infilò sotto la credenza.

«Perfetto», dissi. «Ottimo inizio.»

Rimase lì quasi due ore.

Io cercai di leggere.

Non lessi una riga.

Ogni cinque minuti abbassavo gli occhi verso la credenza.

Alle sei di sera Ettore uscì.

Andò alla ciotola.

Mangiò.

Bevve.

Poi saltò sul divano.

Non accanto a me.

Dall’altra parte.

Ci guardammo.

«Tu lì e io qui», dissi. «Mi sembra ragionevole.»

Mezz’ora dopo era sulla mia coscia.

Un’ora dopo aveva la testa sul mio braccio.

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