Pensavo di adottare un solo gatto anziano, poi quella zampa tra le sbarre mi fece cambiare tutto

Pensavo di adottare un solo gatto anziano. Poi una zampa tremante uscì dalle sbarre e mi costrinse a cambiare tutto.

«Dai, Arturo. Andiamo a casa.»

Avevo già firmato quasi tutti i fogli.

Il trasportino era aperto davanti alla gabbia, la copertina di lana piegata sul fondo e, nella borsa, avevo perfino una scatoletta di quelle morbide per gatti anziani.

Avevo organizzato ogni cosa.

Una ciotola per l’acqua.

Una per il cibo.

Una lettiera.

Un gatto.

Una vita semplice.

Arturo, però, non si muoveva.

Aveva almeno dodici anni, forse tredici. Il pelo grigio e bianco gli si era fatto sottile sotto il mento, i baffi puntavano in direzioni diverse e sulla punta dell’orecchio sinistro aveva una piccola cicatrice.

Mi piaceva proprio per quello.

Non aveva l’aria del gatto perfetto da fotografia.

Sembrava uno che aveva vissuto abbastanza da non aver più voglia di impressionare nessuno.

Allungai una mano.

«Forza, vecchio mio.»

Arturo non guardò nemmeno il trasportino.

Stava fissando qualcosa alle mie spalle.

Mi voltai.

Dall’altra parte del corridoio, dentro una gabbia più piccola, c’era una gatta tigrata.

Si chiamava Lina.

L’avevo notata entrando, ma solo di sfuggita.

Non era una di quelle gatte che ti fanno fermare subito.

Aveva il pelo irregolare, un orecchio leggermente piegato e una macchia bianca sul muso che sembrava disegnata male. Era magra, nonostante al rifugio la stessero rimettendo in forze da settimane.

Non miagolava.

Non si strofinava contro le sbarre.

Non cercava di attirare l’attenzione.

Fece una cosa molto più semplice.

Portò avanti la zampa destra.

Lentamente.

La infilò tra le sbarre.

E la tese verso Arturo.

Non cercava di uscire.

Non graffiava.

La teneva semplicemente lì.

Le dita aperte.

Le unghiette appena visibili.

Come una vecchia signora che allunga una mano senza sapere se qualcuno la prenderà.

Arturo emise un suono minuscolo.

Non era neppure un vero miagolio.

Sembrava un sospiro rotto.

Poi appoggiò il fianco contro le sbarre della propria gabbia, proprio nel punto più vicino alla zampa di Lina.

Rimase immobile.

Io pure.

Nel corridoio del rifugio si sentiva il ronzio dei neon, qualche cane in lontananza e il rumore metallico di una ciotola spostata.

Fuori era dicembre.

Sui vetri c’era quella luce chiara e fredda che conosce bene chi vive nella pianura emiliana, quando il sole sembra vicino ma non scalda niente.

Io tenevo ancora il contratto in mano.

Sul foglio c’era scritto un nome soltanto.

Arturo.

«Sono arrivati insieme.»

La voce veniva da dietro di me.

Era Paola, una volontaria sui cinquantacinque anni, capelli raccolti male, occhiaie profonde e un vecchio maglione pieno di peli.

Aveva quel genere di faccia che si vede nelle persone abituate a pulire, correre, preoccuparsi e continuare a farlo anche quando nessuno le ringrazia.

Indicò i due gatti.

«Noi li chiamiamo i vedovi.»

La guardai.

«Perché?»

Paola abbassò la voce.

«Vivevano con un uomo anziano in una casa fuori paese. Il signor Renato. Settantaquattro anni. Viveva solo.»

Conoscevo quel nome.

In paese tutti conoscono tutti almeno di vista.

Ricordavo un uomo magro con il berretto, quello che comprava il pane sempre alla stessa ora e si sedeva qualche minuto sulla panchina davanti alla farmacia.

Non sapevo quasi niente di lui.

Nessuno, a quanto pareva, ne sapeva abbastanza.

Un giorno aveva smesso di uscire.

E nessuno se n’era accorto subito.

«Sono rimasti con lui in casa per parecchio tempo,» continuò Paola. «Quando sono entrati, questi due erano ancora lì.»

Abbassai gli occhi.

Arturo e Lina erano rimasti fermi uno di fronte all’altra.

«Avevano cibo?» chiesi.

«Sì. Qualcosa c’era. Ma mangiavano pochissimo.»

Paola si strinse nelle spalle.

«Stavano vicino a lui.»

Non servì aggiungere altro.

Immaginai quella casa.

Le tapparelle mezze abbassate.

Il frigorifero che continuava a ronzare.

Una tazza dimenticata nel lavello.

La televisione spenta.

Il paese fuori che continuava a vivere.

Il bar che apriva.

Le campane che suonavano.

Il fornaio che alzava la saracinesca.

La gente che passava e diceva: “Non l’ho visto oggi.”

Poi il giorno dopo.

Poi ancora.

E dentro quella casa due gatti che aspettavano un uomo che non avrebbe più alzato la mano per accarezzarli.

«Quando li separiamo per pulire,» disse Paola, «Lina va nel panico. Si lecca fino a farsi male. Arturo smette di mangiare.»

Guardai il foglio.

Un gatto.

Avevo deciso così.

A sessantaquattro anni avevo finalmente imparato a non complicarmi la vita.

Almeno era quello che mi raccontavo.

Mio marito Carlo era morto tre anni prima.

Infarto.

Una domenica mattina aveva bevuto il caffè, aveva detto che sarebbe sceso a prendere il giornale e mezz’ora dopo la mia vita era diventata un’altra.

Dopo di lui avevo passato mesi a eliminare cose.

Vestiti.

Scatoloni.

Doppi servizi di piatti.

Vecchie sedie.

Persino alcune piante.

Mi sembrava che semplificare significasse soffrire meno.

Una cosa per volta.

Una stanza ordinata.

Un cassetto senza sorprese.

Un gatto.

Arturo mi era sembrato perfetto.

Anziano.

Tranquillo.

Indipendente.

Io avrei fatto compagnia a lui.

Lui a me.

Nessuno avrebbe sconvolto nessuno.

Adesso, invece, Lina teneva ancora quella zampa tra le sbarre.

Mi chinai davanti ad Arturo.

«Vieni.»

Lui non si mosse.

Provai a prenderlo.

Si lasciò sollevare, ma girò la testa verso Lina.

E Lina non ritirò la zampa.

Nemmeno quando io cominciai ad allontanarmi.

La vidi restare sospesa nel vuoto.

Poi, molto lentamente, Lina si abbassò.

Non gridò.

Non protestò.

Si accucciò con quella pesantezza che conosce chi ha già perso qualcosa e si prepara a perderla una seconda volta.

Portai Arturo fino all’ingresso.

Paola non disse niente.

Quella donna ebbe il buon senso di non farmi la predica.

Fuori, il parcheggio era coperto da una crosta biancastra di gelo.

Aprii la macchina.

Misi il trasportino sul sedile posteriore.

Arturo non entrò.

Si girò verso la porta del rifugio.

Aspettò.

«Non guardarmi così.»

Lui continuò.

Io avevo sessantaquattro anni.

Avevo cresciuto due figli.

Avevo seppellito un marito.

Avevo affrontato bollette, ospedali, notai, pensionamenti, lavori in casa e parenti che comparivano solo quando c’era da discutere qualcosa.

Eppure quello stupido gatto grigio mi fece sentire una vigliacca.

Rimasi lì forse trenta secondi.

Poi richiusi lo sportello.

Presi il trasportino.

E tornai dentro.

Paola era dietro il bancone.

Alzò gli occhi.

«Ho bisogno di un altro modulo,» dissi.

Il suo viso cambiò appena.

«Un altro?»

«Prendo anche Lina.»

Paola appoggiò la penna.

«Ne è sicura?»

Quella domanda mi irritò.

Forse perché era quella che stavo facendo a me stessa.

«No.»

Lei sorrise.

«È già una risposta abbastanza sincera.»

Dieci minuti dopo tornammo nel corridoio.

Quando aprirono entrambe le gabbie, non ci fu nessuna scena da film.

Nessun balzo.

Nessuna musica.

Lina uscì piano.

Arturo fece due passi verso di lei.

Lei gli appoggiò la fronte sulla spalla.

Tutto lì.

Ma le zampe smisero di tremarle.

Mi voltai perché improvvisamente avevo gli occhi pieni.

A quell’età si dovrebbe diventare più duri.

È una bugia.

Con gli anni non diventi più duro.

Diventi soltanto più bravo a nascondere i punti molli.

Durante il tragitto verso casa guardai lo specchietto almeno venti volte.

Avevo sistemato i due trasportini vicini.

Lina teneva una zampa infilata contro la griglia di Arturo.

Lui dormiva con il muso appoggiato verso di lei.

Pensai a Carlo.

Alla sua abitudine di mettere la mano sul mio ginocchio quando guidavo io.

Non diceva nulla.

La teneva lì.

Come per dire: ci sono.

Il mio appartamento era al secondo piano di una palazzina costruita negli anni Settanta, con l’ascensore piccolo e le piastrelle marroni nell’androne.

Ci vivevo da trentasette anni.

Conoscevo quasi tutti.

O almeno credevo.

La signora Mirella al primo piano, settantanove anni, vedova.

Ahmed e sua moglie Samira al piano terra, arrivati in Italia tanti anni prima e ormai più informati delle feste patronali di metà paese.

Davide, trentotto anni, separato, con una figlia che veniva da lui nei fine settimana.

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