Erano passate da poco le due quando trovai quel gatto grigio seduto esattamente davanti alla mia porta.
Non si spostò quando mi caddero le chiavi.
Non si mosse quando imprecarei sottovoce per il freddo.
Mi guardava soltanto.
Calmo.
Ostinato.
Come se mi stesse aspettando.
Avevo cinquantadue anni, lavoravo di notte nel magazzino di una ditta alla periferia di Torino e abitavo da appena quattro mesi in quella vecchia palazzina di sei piani, uno di quei posti dove la gente non viene per mettere radici.
Ci si ferma perché l’affitto è ancora sopportabile.
Perché la pensione non basta.
Perché un matrimonio è finito.
Perché un figlio adulto è tornato a vivere da solo.
Perché a una certa età bisogna smettere di chiedersi dove si pensava di arrivare e cercare semplicemente un posto dove dormire.
Sul vetro dell’androne c’era un cartello plastificato.
VIETATO TENERE ANIMALI NEGLI ALLOGGI.
Lo vedevo ogni sera.
Non ci avevo mai dato peso.
Quella notte, però, il problema aveva due occhi gialli e una coda avvolta ordinatamente intorno alle zampe.
Mi chinai.
Il gatto non scappò.
Sul collare aveva una medaglietta graffiata.
C’era scritto:
SONO SORDO. NON ARRIVARE ALLE MIE SPALLE.
Mi si strinse qualcosa nel petto.
Non saprei spiegare perché.
Forse perché a cinquantadue anni inizi a riconoscere certe frasi anche quando parlano di qualcun altro.
Non arrivare alle mie spalle.
Fammi capire che ci sei.
Non sorprendermi.
Non lasciarmi solo.
Provai a chiamarlo.
Niente.
Feci quel ridicolo verso che facciamo tutti con i gatti.
Niente.
Poi spostai il peso da un piede all’altro e il tacco dello scarponcino batté sul pavimento.
Il gatto si alzò di colpo.
Non aveva sentito il rumore.
Aveva sentito la vibrazione.
Fece qualche passo lungo il corridoio, poi si voltò verso di me.
Aspettò.
Ripartì.
Si voltò di nuovo.
«Ho capito», mormorai. «Devo seguirti.»
Avrei dovuto entrare.
Scaldare gli avanzi di pasta al forno che avevo nel frigorifero.
Bere mezzo bicchiere di vino.
Addormentarmi vestito davanti alla televisione.
Era quello il mio programma.
Da anni il mio programma era non immischiarmi.
Invece seguii quel gatto.
Attraversammo il corridoio con la moquette consumata e l’odore di candeggina che saliva dalle scale.
Il gatto si fermò davanti all’ultima porta.
Interno 18.
Alzò una zampa.
Toccò il legno.
Una volta.
Poi guardò me.
Bussai.
«Signora?»
Nessuna risposta.
Bussai più forte.
Dopo quasi un minuto, la porta si aprì di pochi centimetri.
Comparve una donna piccola, magrissima, dentro un cardigan color nocciola troppo largo per le sue spalle.
Avrà avuto settantotto anni.
I capelli d’argento erano schiacciati da una parte e spettinati dall’altra.
Aveva la faccia di chi si vergogna perfino di essere stato svegliato.
Poi vide il gatto.
E cambiò espressione.
Non sorrise davvero.
Fu qualcosa di più profondo.
Come quando riconosci qualcuno che temevi di aver perso.
«Eccoti, Mercurio.»
Pronunciò il nome lentamente, guardandolo in faccia.
Il gatto entrò e si strofinò contro la sua caviglia.
«Mi dispiace», disse la donna. «Ogni tanto esce quando si agita. Non sente la porta, non sente i passi… si spaventa per cose che noi non capiamo.»
«È venuto da me.»
Lei sollevò gli occhi.
«Da lei?»
«Si è seduto davanti alla mia porta. Poi mi ha portato qui.»
La donna abbassò lo sguardo verso Mercurio.
«Fa sempre così.»
«Così come?»
«Aspetta dove pensa che qualcuno tornerà.»
Non so perché quella frase mi fece più male di quanto avrebbe dovuto.
La donna si chiamava Lidia.
Vedova da tre anni.
Viveva lì da quasi venti.
Mentre parlavamo notai che teneva il capo leggermente inclinato verso di me.
Guardava le mie labbra.
«Anche lei sente poco?» chiesi.
Lidia annuì.
«Con l’orecchio destro quasi niente. Con il sinistro dipende. Le voci basse diventano tutte uguali.»
Sorrise con amarezza.
«Dopo un po’ impari a fare sì con la testa. Così gli altri non devono ripetere.»
Mi rimase impressa quella frase.
Impari a fingere di aver capito.
Avevo passato mezza vita così.
Fingendo di aver capito perché un matrimonio finisce.
Perché gli amici smettono di chiamare.
Perché tuo figlio cresce e ti telefona soltanto quando ha bisogno di qualcosa.
Perché a un certo punto torni dal lavoro e nessuno sa se sei rientrato oppure no.
Dietro Lidia, il piccolo appartamento era ordinato quasi in modo doloroso.
Ogni cosa aveva il suo posto.
Sul mobile dell’ingresso c’era una fotografia capovolta.
Sulla porta interna, invece, vidi un foglio.
DIVIETO DI ANIMALI.
Lidia seguì il mio sguardo.
Subito si irrigidì.
«Lo so.»
«Non ho detto niente.»
«Lo tengono appeso anche sotto. Ho già avuto richiami anni fa.»
Si strinse nel cardigan.
«Mercurio non dà fastidio a nessuno.»
Mi guardò.
«Lo tengo pulito. Non lo faccio uscire. Non voglio problemi.»
Aveva detto non voglio problemi come lo dicono le persone che ne hanno già avuti abbastanza.
Mercurio appoggiò la testa contro la sua gamba.
Lidia abbassò una mano e gli accarezzò il dorso.
«Buonanotte, signora Lidia.»
«Buonanotte…»
«Paolo.»
«Buonanotte, Paolo.»
Tornai al mio appartamento.
Mi sdraiai sul letto ancora con il giubbotto.
Il termosifone ticchettava.
Dal piano di sopra arrivava il ronzio di un televisore acceso.
Dopo anni vissuti con qualcuno, ti accorgi che la solitudine non è silenzio.
La solitudine è sentire perfettamente le vite degli altri.
Stavo quasi dormendo quando percepii una vibrazione sul materasso.
Aprii gli occhi.
Mercurio era sul letto.
Mi fissava.
Una zampa batteva ripetutamente sul materasso.
Tum.
Tum.
Tum.
Non miagolava.
Non poteva chiamarmi.
Ma tutto il suo corpo era agitato.
Saltò giù.
Corse verso la porta.
Si voltò.
Aspettò.
Sentii il sangue gelarmi.
«Lidia.»
Mercurio partì.
Io dietro.
Arrivammo all’interno 18.
Bussai.
«Signora Lidia?»
Silenzio.
Bussai ancora.
Poi sentii una voce debole.
«Qui.»
Non disse sto bene.
Non disse entra.
Disse soltanto:
«Qui.»
La porta era socchiusa.
Entrai.
Lidia era a terra accanto alla poltrona.
Una pantofola era rimasta vicino al tappeto.
Lei aveva una mano premuta sul fianco.
Era pallida.
Arrabbiata più con se stessa che con il dolore.
«Sono inciampata.»
«Non si muova.»
«Sto bene.»
«Signora Lidia.»
«Ho detto che sto bene.»
Mercurio le si accoccolò accanto.
Lei abbassò lo sguardo verso di lui.
La voce le cedette.
«Odio essere un peso.»
Quelle cinque parole mi fecero più paura della caduta.
Presi una coperta.
Chiamai aiuto.
Rimasi lì.
Non salvai nessuno.
Non feci niente di eroico.
Feci ciò che per anni avevo considerato una perdita di tempo.
Restai.
Quando tutto si calmò, Lidia era di nuovo seduta sulla poltrona.
Mercurio le stava accanto.
Lei mi prese una mano.
«Non può sentirmi cadere», disse.
«Ma sente il pavimento.»
Guardò il gatto.
«Sente tutto.»
Poi alzò gli occhi verso di me.
«Sa qual è la cosa peggiore della vecchiaia, Paolo?»
Scossi la testa.
«Non essere soli.»
Fece una pausa.
«È pensare che, se succedesse qualcosa, nessuno se ne accorgerebbe.»
Prima di andare via presi un foglio dal suo tavolino.
Scrissi con un pennarello grosso:
BUSSARE FORTE.
MERCURIO È SORDO.
LIDIA SENTE POCO.
FACCIAMOCI SENTIRE.
Lo attaccai alla sua porta.
Lidia mi guardò come se avessi commesso una follia.
«Lo strapperanno.»
«Può darsi.»
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





