Lo portarono a casa perché morisse al caldo. Tre settimane dopo, quel vecchio gatto trascinava un topo di stoffa e riapriva un segreto dimenticato.
Quando dal rifugio comunale ci telefonarono, nessuno cercò di addolcirci la verità.
«È molto anziano. Forse gli resta poco. Cerchiamo soltanto una casa tranquilla per l’ultimo tratto.»
Mia moglie Teresa era seduta davanti a me, al tavolo della cucina.
Ci guardammo.
Non ci fu bisogno di discutere.
Da quando nostra figlia si era trasferita con la sua famiglia a Bologna, la nostra casa alla periferia di Parma era diventata troppo silenziosa.
Avevamo sessantadue anni io, sessanta Teresa.
Avevamo tempo.
Avevamo una stanza vuota.
E, soprattutto, avevamo ancora molto affetto che non sapevamo più dove mettere.
«Portiamolo a casa», disse Teresa.
Al rifugio lo chiamavano Arturo.
Quindici anni.
Un grosso gatto tigrato dal muso ormai quasi bianco, con gli occhi velati e le zampe posteriori rigide.
Camminava come certi uomini anziani che incontri al bar del paese: lentamente, con dignità, facendo finta che ogni movimento non costi fatica.
Sul suo foglio c’erano poche righe.
“Anziano.”
“Scarsa attività.”
“Raramente si alza.”
“Ceduto dalla famiglia.”
E sotto, scritto in grande:
AFFIDO DI FINE VITA.
Parole pulite.
Persino eleganti.
Eppure facevano male.
Sembravano la sentenza di un tribunale.
Così preparammo casa come si prepara una stanza quando sai che qualcuno è venuto soltanto per salutarti.
Coprii con vecchi tappeti il pavimento del corridoio, perché Arturo non scivolasse.
Teresa tirò fuori una coperta di lana che aveva fatto sua madre molti anni prima.
Sistemammo una cuccia bassa vicino al termosifone.
Niente televisione alta.
Niente porte sbattute.
Persino la moka, al mattino, cercavo di appoggiarla sul fornello senza fare rumore.
Sembrava assurdo.
Eravamo due adulti che camminavano in punta di piedi dentro casa propria per non disturbare un gatto che probabilmente sarebbe morto presto.
Ma qualcosa in Arturo metteva soggezione.
Non sembrava malato nel modo in cui ci aspettavamo.
Sembrava stanco.
Stanco nel profondo.
La prima settimana dormì quasi sempre.
Non era il sonnellino leggero di un gatto davanti alla finestra.
Dormiva con tutto il corpo abbandonato.
Come dormono certe persone dopo mesi passati a badare a qualcuno, a preoccuparsi, a non concedersi mai una notte intera.
Ogni tanto apriva un occhio.
Guardava me.
Poi Teresa.
Controllava che fossimo ancora lì.
E tornava a dormire.
Teresa diceva:
«Questo non dorme. Si sta riposando da una vita intera.»
Forse aveva ragione.
Di Arturo non sapevamo quasi niente.
Sapevamo soltanto che qualcuno lo aveva portato al rifugio.
Che era anziano.
Che si alzava poco.
Che nessuno era tornato a cercarlo.
Io cercavo di non pensarci.
Alla nostra età impari una cosa: dietro molte cattiverie apparenti ci sono storie che non conosci.
Famiglie in difficoltà.
Malattie.
Case vendute.
Figli che lavorano lontano.
Genitori che diventano fragili.
Decisioni prese male perché non esistono decisioni buone abbastanza.
Non volevo inventarmi un colpevole.
Volevo soltanto rendere morbidi gli ultimi giorni di Arturo.
Poi arrivò la seconda settimana.
Una mattina ero in cucina.
Avevo appena versato il caffè quando sentii un rumore alle mie spalle.
Tac.
Pausa.
Tac.
Tac.
Mi voltai.
Arturo era sulla porta.
Due passi.
Pausa.
Altri due.
Aveva la testa bassa e le zampe rigide, ma avanzava.
«Teresa.»
Lei arrivò pensando fosse successo qualcosa.
«Guarda.»
Rimanemmo immobili.
Arturo attraversò metà cucina.
Quando presi la sua ciotola, la punta della coda fece un piccolo movimento.
Una sciocchezza.
Forse chi non ha mai avuto un animale nemmeno l’avrebbe notato.
Teresa invece si mise una mano sulla bocca.
«Hai visto?»
«Ho visto.»
Era come vedere sorridere qualcuno dopo settimane di lutto.
Quella mattina mangiò tutto.
Poi rimase qualche minuto accanto alla nostra sedia.
Non chiedeva niente.
Non faceva le fusa.
Semplicemente restava lì.
Come se avesse deciso che la nostra compagnia meritava uno sforzo.
Nei giorni successivi cominciò a seguirci.
Lentamente.
Io andavo in soggiorno, lui arrivava dopo cinque minuti.
Teresa stendeva il bucato, e dopo un po’ Arturo compariva sulla soglia.
Sempre due passi.
Pausa.
Due passi.
Pausa.
Non sembrava più un animale in attesa della fine.
Sembrava qualcuno che stava controllando se davvero quella casa gli appartenesse.
La terza settimana successe la cosa che cambiò tutto.
In soggiorno avevamo una vecchia cesta.
Dentro c’erano alcuni giochi rimasti dai tempi in cui nostra figlia portava a casa la bambina piccola.
Pupazzi spelacchiati.
Una palla di stoffa.
Un coniglietto senza un occhio.
Cose che Teresa non aveva mai avuto il coraggio di buttare.
Un pomeriggio Arturo infilò il muso nella cesta.
Cominciò a rovistare.
Sentivamo solo il rumore della stoffa.
Poi tirò fuori un piccolo topo.
Era brutto.
Veramente brutto.
Grigio, scolorito, con un orecchio mezzo staccato e una coda fatta con un pezzo di cordino.
Teresa rise.
«Tra tutti, proprio quello.»
Arturo lo prese delicatamente tra i denti.
E se ne andò.
Da quel momento il gatto destinato a morire cominciò a passeggiare per casa con quel topo come se avesse vinto una coppa.
Lo portava dalla cucina al corridoio.
Dal corridoio al soggiorno.
Dal soggiorno alla nostra camera.
A volte ce lo lasciava davanti ai piedi.
Poi ci guardava.
Non chiedeva di giocare.
Sembrava un’offerta.
Come se dicesse:
Questo è quello che ho.
Lo condivido con voi.
Una mattina alle sei sentii qualcosa sulla mano.
Aprii gli occhi.
Arturo era seduto accanto al letto.
Aveva appoggiato una zampa sulle mie dita.
Vicino al cuscino c’era il topo.
«Teresa.»
Lei aprì un occhio.
«Che succede?»
«Il moribondo vuole colazione.»
Arturo fece un piccolo verso.
Teresa rise sotto le coperte.
Fu la prima volta da mesi che ci svegliammo ridendo.
Da allora diventò un’abitudine.
Alle sei precise, Arturo arrivava.
Una zampa.
Una testata contro la mano.
Il topo vicino al cuscino.
Poi aspettava.
Quella casa silenziosa improvvisamente aveva di nuovo un orario.
Una routine.
Qualcuno che pretendeva la colazione.
Qualcuno da aspettare.
Persino io, che per anni avevo brontolato quando nostra figlia lasciava luci accese e tazze in giro, mi ritrovavo a cercare Arturo appena entravo dalla porta.
Fu allora che capii una cosa dolorosa.
Forse Arturo non aveva smesso di alzarsi perché non ne fosse capace.
Forse aveva semplicemente smesso di avere un motivo.
Ci sono stanchezze che non vengono dalle ossa.
Vengono da tutte le volte in cui chiami e nessuno arriva.
Dalle porte che si chiudono.
Dall’essere spostati da un posto all’altro come un mobile vecchio.
Dalla sensazione di occupare spazio invece di appartenere a qualcuno.
Non sapevamo cosa avesse vissuto Arturo.
Ma sotto quella rigidità c’era ancora moltissima vita.
Tre giorni dopo squillò il telefono.
Era il rifugio.
Pensai volessero sapere come stava.
Invece una voce gentile mi disse:
«Dobbiamo parlare del piano di fine vita di Arturo.»
Sentii lo stomaco chiudersi.
Guardai verso il soggiorno.
Arturo era seduto sul tappeto.
Il topo tra le zampe.
Teresa stava lavando una tazza.
Quando le dissi sottovoce «è il rifugio», smise di muoversi.
La voce al telefono continuò.
Mi chiesero se mangiava.
Se beveva.
Se usava la lettiera.
Se respirava bene.
Risposi a tutto.
«Mangia.»
«Cammina.»
«Mi sveglia alle sei.»
Esitai.
«E ruba anche il pollo dal tavolo.»
La donna rise piano.
Poi tornò seria.
«Il veterinario ha riguardato la cartella. È fragile. Potrebbe peggiorare improvvisamente. Dobbiamo sapere se, quando arriverà quel momento, sarete pronti a riportarlo qui.»
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