Lo riportarono indietro due volte perché era troppo affettuoso, poi una vedova di 78 anni pronunciò il suo nome

Lo avevano riportato indietro due volte perché era “troppo appiccicoso”. Poi una vedova di 78 anni entrò e lo chiese proprio per quel difetto.

La prima volta riportarono Fortunato al rifugio un martedì, poco dopo pranzo.

Era quell’ora morta in cui il telefono smette per qualche minuto di squillare, i volontari sistemano le coperte e dalla piccola cucina arriva ancora l’odore del caffè della moka.

La coppia entrò senza guardare nessuno negli occhi.

Lui teneva il trasportino di plastica con entrambe le mani. Lei camminava mezzo passo dietro, con la borsa stretta al petto.

Appoggiarono Fortunato sul bancone.

«È un gatto buonissimo», disse subito la donna.

Poi abbassò lo sguardo.

«Davvero. Non ha fatto niente di male. Solo che… noi non ce la facciamo.»

Conoscevo quella frase.

Quando lavori abbastanza tempo in un rifugio, impari a riconoscere il peso di certe parole prima ancora che arrivino alla fine.

Chiesi cosa fosse successo.

Cominciarono a parlare insieme.

Fortunato li seguiva dappertutto.

Se uno dei due andava in cucina a riempire un bicchiere d’acqua, lui compariva dietro.

Se andavano in corridoio, trotterellava appresso.

Se chiudevano la porta del bagno, si sedeva davanti e miagolava come se dall’altra parte fosse sparita l’unica persona rimasta al mondo.

Non un piccolo «miao».

Un lamento lungo, ostinato, disperato.

La sera avevano provato a lasciarlo in una stanza con cuccia, acqua, cibo e lettiera.

«Appena sentiva scattare la porta», raccontò l’uomo, «iniziava.»

Graffiava.

Miagolava.

Spingeva la testa contro la porta.

Poi ricominciava.

Per ore.

«Abbiamo provato a non dargli attenzione», disse lui.

Aveva due occhiaie profonde.

«Tre notti. Non abbiamo praticamente dormito.»

Tre giorni.

Erano durati tre giorni.

Aprii il trasportino.

Fortunato non soffiò.

Non graffiò.

Non cercò di mordermi.

Era raggomitolato in fondo, con le orecchie leggermente abbassate e il muso rivolto verso l’asciugamano.

Sembrava uno di quei bambini che, dopo essere stati sgridati, cercano di diventare piccoli piccoli per non dare più fastidio.

Al rifugio vedevamo restituzioni di ogni genere.

Allergie.

Traslochi.

Separazioni.

Persone anziane finite improvvisamente in ospedale.

Figli che si erano opposti.

Proprietari di casa che non accettavano animali.

E poi c’erano quelli che amavano l’idea di avere un gatto molto più del gatto vero.

Ma «troppo affettuoso» faceva male in un modo particolare.

Perché come lo spieghi a un animale?

Come gli dici che deve voler bene un po’ meno?

Rimisi Fortunato nel suo box.

Lui si sistemò vicino alla rete e guardò passare ogni persona.

La volontaria con i sacchi di crocchette.

Il ragazzo che lavava i pavimenti.

Una signora venuta a vedere i gattini.

Ogni volta alzava la testa.

Ogni volta sembrava chiedere la stessa cosa.

Tu?

Sei tu quello che resta?

Una settimana dopo arrivò una famiglia.

Madre, padre e due figli già grandi.

«Vorremmo proprio un gatto da divano», disse la madre sorridendo. «Uno che venga in braccio, non uno di quelli che ti considerano soltanto quando hanno fame.»

Sembrava perfetto.

Quando aprii il box, Fortunato si avvicinò alla donna e le strofinò la guancia sulla mano.

Lei rise.

«Ecco. Questo mi piace.»

Compilarono i documenti.

Lo portarono via.

Per sette giorni pensai che fosse finita bene.

L’ottavo giorno vidi quella famiglia entrare dal vetro dell’ingresso.

E Fortunato era di nuovo nel trasportino.

Questa volta il padre non sembrava dispiaciuto.

Sembrava stanco.

«Gli abbiamo dato una possibilità vera», disse. «Ma non può stare da solo nemmeno cinque minuti.»

Fortunato li seguiva fino alla cassetta delle lettere.

Aspettava fuori dalla doccia.

Se qualcuno usciva sul pianerottolo, iniziava a chiamarlo.

Se una porta veniva chiusa, lui si piazzava davanti come se quella porta fosse un affronto personale.

La madre abbassò la voce.

«È come se dovesse controllare continuamente che non siamo spariti.»

Quella frase mi rimase addosso.

Perché era esattamente così.

Fortunato non rompeva niente.

Non urinava sui mobili.

Non rovesciava piatti.

Non attaccava le persone.

Non era cattivo.

Aveva paura.

Paura che la vicinanza potesse scomparire da un momento all’altro.

Dopo la seconda restituzione qualcosa in lui cambiò.

Non smise di mangiare.

Usava la lettiera.

Accettava le carezze.

Faceva persino le fusa.

Ma smise di essere il primo ad avvicinarsi.

Prima correva alla rete ogni volta che qualcuno passava.

Adesso rimaneva mezzo metro indietro.

Guardava.

Aspettava.

Come se stesse imparando una regola nuova:

non far capire troppo che hai bisogno di qualcuno.

Forse così farà meno male quando se ne andrà.

Poi arrivò Teresa.

Settantotto anni.

Vedova da poco più di un anno.

Entrò con un deambulatore color grigio, una borsa di stoffa appesa al manico e un cardigan beige che sembrava quello che mia nonna indossava per andare alla messa delle sette.

Aveva i capelli argentati, ben pettinati.

Scarpe comode.

Niente profumo forte.

Niente trucco.

Il viso di una donna che aveva già attraversato abbastanza vita da non sentire più il bisogno di impressionare nessuno.

Pensai che avrebbe chiesto un gatto tranquillo.

Magari anziano.

Magari indipendente.

Invece disse:

«Avete quello che hanno riportato indietro perché sta sempre dietro alle persone?»

La guardai.

«Fortunato?»

«Credo si chiami così.»

«Come fa a saperlo?»

Teresa fece un piccolo gesto con la mano.

«Me l’ha detto Anna del negozio sotto casa. Sua nipote fa volontariato qui.»

Poi aggiunse:

«Mi hanno detto che è troppo appiccicoso.»

Esitò.

«Io ne vorrei uno così.»

Ci sono frasi che, quando le senti nel momento giusto, ti obbligano a rimettere in ordine tutto quello che credevi di sapere.

«Perché proprio lui?» domandai.

Teresa strinse le mani sul deambulatore.

«Perché casa mia è troppo silenziosa.»

Non lo disse per commuovermi.

Lo disse come avrebbe detto: il rubinetto perde.

Un fatto.

«Da quando è morto mio marito, la mattina sento persino il frigorifero.»

Fece una breve pausa.

«Prima mi dava fastidio quando lui lasciava la radio accesa mentre faceva colazione. Adesso certe volte la accendo io, anche senza ascoltarla.»

Sorrise appena.

«Uno passa quarantanove anni a dire a un uomo di abbassare il volume. Poi quello non c’è più e ti manca perfino il rumore.»

Non seppi cosa rispondere.

Teresa continuò.

«Non voglio un gatto che passa la giornata sopra un armadio e ogni tanto viene a controllare se sono ancora viva solo perché vuole mangiare.»

Mi guardò dritto.

«Voglio compagnia.»

La accompagnai lungo il corridoio.

Le mostrai due gatti tranquilli.

Uno si avvicinò.

L’altro rimase nella cuccia.

Teresa li accarezzò entrambi.

Ma continuava a guardare avanti.

«Fortunato dov’è?»

Quando arrivammo al suo box, lui era seduto in fondo.

Alzò la testa.

Teresa si fermò.

E accadde una cosa piccola.

Così piccola che, se avessi guardato altrove, forse non l’avrei nemmeno notata.

Fortunato si alzò.

Fece un passo.

Poi un altro.

Arrivò lentamente alla rete.

Teresa si piegò quanto il suo corpo le permetteva e infilò due dita attraverso le sbarre.

Fortunato le annusò.

Poi strofinò la guancia contro quelle dita.

Una volta.

Due volte.

Teresa si morsicò appena il labbro.

Gli occhi le diventarono lucidi.

«Ah», sussurrò.

Poi sorrise.

«Sei tu.»

Portammo Fortunato nella stanza degli incontri.

Mi aspettavo agitazione.

Un ambiente nuovo, odori nuovi, una persona sconosciuta.

Invece camminò direttamente verso Teresa.

Le passò accanto alle gambe.

Poi saltò sulla sedia libera vicino a lei.

Teresa si sedette lentamente.

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