Per sei mesi volevo cacciare il vicino e il suo pitbull, poi una notte ho visto qualcosa di incredibile

Per sei mesi ho fatto di tutto per cacciare il vicino tatuato e il suo enorme pitbull. Poi una notte di tempesta ho scoperto chi erano davvero.

«Se quel bestione supera ancora una volta il cancello e si avvicina al mio giardino, chiamo chi di dovere!»

Lo gridai stringendo Nerino contro il petto.

Nerino era il mio volpino di quattordici anni, tre chili scarsi, mezzo cieco e quasi completamente sordo. Tremava sempre, anche quando non aveva freddo.

Dall’altra parte della rete, il mio nuovo vicino tirò leggermente indietro il guinzaglio.

Era un uomo enorme.

Spalle larghe, testa rasata, barba scura e tatuaggi che gli uscivano dalle maniche fino alle mani.

Accanto a lui c’era il cane che mi aveva tolto il sonno da quando si erano trasferiti nella casa confinante.

Un pitbull gigantesco.

Marrone scuro, petto largo, muscoli grossi come quelli di un vitello e una cicatrice storta che gli attraversava il muso.

L’uomo sospirò.

«Signora Teresa, Bruno voleva solo annusarlo.»

«Il mio cane non ha bisogno di essere annusato.»

Lui abbassò gli occhi verso Bruno.

«Va bene.»

Poi guardò me.

«Buon pomeriggio.»

Nient’altro.

Non una risposta cattiva.

Non una minaccia.

Quasi mi dava più fastidio così.

Mi chiamo Teresa Bellini e allora avevo settantadue anni.

Vivevo da sola in una villetta alla periferia di Parma, in uno di quei quartieri costruiti negli anni Ottanta dove le siepi vengono tagliate tutte alla stessa altezza e tutti sanno chi ha cambiato macchina prima ancora di sapere se sta bene.

Mio marito Giulio era morto cinque anni prima.

Per quarantasei anni avevamo fatto tutto insieme.

La domenica a pranzo dai figli.

La spesa il venerdì mattina.

Le ferie sempre nello stesso albergo sull’Adriatico.

La passeggiata dopo cena, anche d’inverno.

Quando lui se ne andò, la casa diventò improvvisamente troppo grande.

Il silenzio pure.

Nerino era rimasto l’unica creatura che mi aspettava dietro la porta.

Così, quando nella villetta accanto arrivò quell’uomo gigantesco con quel cane enorme, decisi quasi subito che erano un problema.

Non sapevo niente di loro.

Ma non mi serviva.

O almeno, questo era quello che pensavo.

Il nuovo vicino si chiamava Davide.

Aveva poco più di cinquant’anni.

Viveva solo.

Non riceveva quasi mai visite.

Usciva molto presto la mattina e spesso rientrava dopo pranzo.

Qualche sera lo vedevo seduto sul gradino davanti a casa con Bruno sdraiato ai suoi piedi.

In paese bastò questo.

Le domande cominciarono prima ancora che finisse di svuotare gli scatoloni.

«Hai visto quanti tatuaggi?»

«Pare venga da fuori.»

«Uno così, da solo, con un cane del genere…»

«Chissà cosa gli è successo.»

Io non inventavo nulla.

Mi limitavo a raccogliere.

E poi aggiungevo il mio pezzetto.

È così che funzionano certe cose.

Nessuno accende un incendio pensando di essere un incendiario.

Ognuno porta solo un fiammifero.

Cominciai a partecipare a tutte le riunioni del comitato di quartiere.

Chiedevo regole più severe per i cani di grossa taglia.

Parlavo di sicurezza.

Di bambini.

Di anziani.

Di responsabilità.

Sembravo ragionevole perfino a me stessa.

Una volta presentai perfino una lamentela per rumori molesti.

Bruno, in realtà, abbaiava pochissimo.

Lo sapevo.

Ma scrissi che la sua presenza provocava «agitazione e timore costante».

Era vero.

Il timore era il mio.

Soltanto che nel modulo non lo specificai.

Lasciai anche due biglietti anonimi nella cassetta di Davide.

Uno diceva che certi cani non erano adatti a un quartiere familiare.

L’altro che avrebbe fatto meglio a cercarsi una casa più isolata.

Mi vergogno ancora a ricordarlo.

La cosa peggiore?

Mi sentivo dalla parte giusta.

Quando vedevo Davide avvicinarsi sul marciapiede, prendevo Nerino in braccio e attraversavo la strada.

Se lui salutava, giravo la faccia.

Se Bruno si fermava, io acceleravo.

Una mattina Davide mi disse soltanto:

«Signora Teresa, Bruno è sempre al guinzaglio.»

Gli risposi:

«Anche le disgrazie arrivano al guinzaglio, finché non succedono.»

Lui mi guardò per un lungo secondo.

Poi proseguì.

Ancora oggi ricordo quella faccia.

Non era rabbia.

Era stanchezza.

Ma io, allora, non sapevo distinguere le due cose.

La tempesta arrivò una notte di maggio.

Una di quelle notti che fanno tornare bambini anche i vecchi.

Il cielo continuava a illuminarsi a giorno.

Il vento piegava gli alberi.

La pioggia batteva sulle tapparelle come manciate di ghiaia.

Ero a letto con Nerino nella sua cesta quando sentii un colpo secco provenire dalla cucina.

Mi alzai.

Un’altra raffica fece tremare i vetri.

Poi un tuono esplose così vicino che la casa sembrò sollevarsi.

Nerino impazzì.

Nonostante l’età, saltò fuori dalla cesta e corse verso il corridoio.

«Nerino!»

Un’altra folata spalancò la porta sul retro.

La vecchia serratura aveva ceduto.

Vidi solo una piccola ombra bianca attraversare la cucina.

Poi il buio.

«NERINO!»

Uscii in camicia da notte, cardigan e ciabatte.

La pioggia mi colpì in faccia così forte che per un attimo non riuscii nemmeno ad aprire gli occhi.

Il giardino era già pieno d’acqua.

Il cancelletto laterale sbatteva contro il muro.

Nerino era sparito.

Non sentiva quasi più.

Vedeva pochissimo.

Era troppo piccolo perfino per resistere a una corrente d’acqua nel fosso.

Cominciai a correre.

Lo chiamavo sapendo che non poteva sentirmi.

Guardai sotto la macchina.

Dietro il capanno degli attrezzi.

Tra le ortensie.

Lungo la siepe.

Nulla.

Uscii sulla strada.

Le foglie volavano ovunque.

Un grosso ramo era caduto davanti al cancello dei signori Ferri.

L’acqua correva lungo i marciapiedi come un torrente.

Camminai quasi un’ora.

A settantadue anni.

Con le ginocchia che mi facevano male già nei giorni normali.

Alla fine arrivai vicino al piccolo parco dietro il quartiere.

Ero fradicia.

Avevo perso una ciabatta.

Mi tremavano le gambe.

Poi sentii un suono.

Basso.

Profondo.

Un brontolio.

Mi fermai.

Lo riconobbi subito.

Bruno.

Il sangue mi diventò ghiaccio.

Il primo pensiero non fu che stesse aiutando Nerino.

Il primo pensiero fu:

L’ha trovato lui.

Ancora oggi mi pesa ammetterlo.

Corsi verso il suono.

«Nerino!»

Attraversai un tratto di erba trasformato in fango.

Mi graffiai le mani contro dei rami.

Poi un lampo illuminò il grande cedro vicino alla recinzione del parco.

E io vidi.

Bruno era sdraiato sotto i rami bassi.

Non stava mordendo.

Non stava ringhiando.

Era rannicchiato su se stesso, con il corpo enorme curvato come una barriera contro il vento.

E in mezzo alle sue zampe anteriori c’era Nerino.

Il mio minuscolo, vecchio Nerino.

Vivo.

Bruno lo copriva con il proprio corpo.

Ogni tanto gli leccava la testa.

Quando una raffica arrivava più forte, spostava il muso sopra di lui.

Rimasi immobile.

Non riuscivo nemmeno a piangere.

Poi una torcia attraversò la pioggia.

«Bruno!»

Davide comparve dal buio.

Era senza giacca.

Fradicio.

Ansante.

Quando mi vide, non disse:

Avevo ragione.

Non disse:

E adesso che ne pensa del mio cane?

Non disse niente di tutto ciò che avrei meritato.

Corse verso Bruno.

Si abbassò.

Prese Nerino con una mano e controllò rapidamente che respirasse bene.

Poi accarezzò Bruno sul collo.

«Bravo, vecchio mio.»

Io piangevo.

Davide si tolse la felpa bagnata e avvolse Nerino.

«Andiamo a casa.»

«Io…»

«Dopo, signora Teresa.»

Solo questo.

«Dopo.»

Mi accompagnò fino alla mia porta.

Fece entrare prima me.

Poi Bruno.

Per la prima volta quel cane gigantesco entrò nella casa dalla quale avevo passato mesi a volerlo cacciare.

Nerino tremava.

Bruno si sdraiò a due metri dalla cesta e non si mosse più.

Davide accese il bollitore.

Sapeva dove erano le tazze perché glielo indicai con una mano che non smetteva di tremare.

Mi preparò una camomilla.

Poi si sedette.

Fu quella notte che, per la prima volta, guardai davvero il mio vicino.

Non i tatuaggi.

Non le spalle.

Non le cicatrici.

Lui.

Si chiamava Davide Moretti.

Aveva cinquantatré anni.

Per molti anni aveva lavorato come sanitario nell’esercito.

Aveva visto cose di cui non voleva parlare.

Dopo essere tornato a casa aveva fatto fatica a dormire.

Aveva cambiato città due volte.

Aveva perso amici.

Alcuni mentre prestavano servizio.

Altri negli anni successivi.

Bruno lo aveva adottato tre anni prima da un rifugio.

«E quella cicatrice?» domandai.

Davide guardò il cane.

«Incendio.»

Pensai a maltrattamenti.

Invece scosse la testa.

«Prima di finire al rifugio viveva con una famiglia. Durante un incendio è entrato nella camera di una bambina. L’ha tirata fuori prendendola per il pigiama.»

Mi coprii la bocca.

«È rimasto ferito al muso.»

«E poi?»

Davide rimase zitto.

«Poi la famiglia ha perso la casa. Si sono trasferiti dove non potevano portarlo.»

Guardai Bruno.

Il mostro del quartiere.

La minaccia.

Il bestione.

Stava dormendo vicino alla cesta di Nerino.

«Perché l’ha preso lei?»

Davide si passò una mano sulla nuca.

«Perché al rifugio nessuno lo voleva.»

Poi aggiunse:

«Avevano paura della faccia.»

Quelle parole mi entrarono dentro come un coltello.

Passai sei mesi a guardare la faccia di Bruno.

E quella di Davide.

Avevo deciso chi erano senza conoscere nemmeno i loro nomi.

Piansi.

Non con eleganza.

Non quelle lacrime discrete che si asciugano col fazzoletto.

Piansi con il naso rosso, il mento che tremava e una vergogna che mi faceva male allo stomaco.

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