Pensavo di salvare due vecchi gatti che nessuno voleva, ma furono loro a riportare mio marito dentro una casa diventata muta
«Li prendo tutti e due.»
Mia figlia Elena mi fissò come se non avesse capito.
«Mamma… tutti e due?»
Davanti a noi, sul fondo di una gabbia del piccolo rifugio comunale fuori paese, due vecchi gatti tigrati erano rannicchiati l’uno contro l’altro.
Uno aveva una macchia bianca sotto il mento.
L’altro un occhio velato e un orecchio segnato da una vecchia ferita.
Avevano dieci anni.
Per un gatto non è la fine della vita.
Ma per molti di quelli che entravano lì dentro era già troppo.
La gente passava davanti alla loro gabbia, sorrideva ai cuccioli, indicava quelli con il pelo lucido e tirava dritto.
Loro invece restavano in fondo.
Stretti.
Come se avessero capito che, almeno finché rimanevano insieme, il mondo poteva anche dimenticarsi di loro.
La volontaria mi aveva appena spiegato che appartenevano a un uomo anziano ricoverato dopo una brutta malattia.
Non sarebbe più tornato a casa.
I parenti avevano svuotato l’appartamento.
I gatti erano finiti lì.
«Sono inseparabili», disse la donna. «Per questo è più difficile trovare qualcuno. Chi vuole un gatto anziano, di solito, non ne vuole due.»
Mi uscì una domanda di cui mi vergogno ancora.
«E se qualcuno volesse prenderne soltanto uno?»
La volontaria abbassò gli occhi.
«Cerchiamo di evitarlo.»
Proprio in quel momento quello con il mento bianco iniziò a leccare lentamente la testa dell’altro.
Un gesto semplice.
Preciso.
Antico.
Come una cosa fatta mille volte.
Io sono qui.
Tu sei qui.
Finché ci siamo entrambi, va bene.
Mi voltai perché stavo già piangendo.
E vidi Paolo.
Non davvero.
Mio marito era morto otto mesi prima.
Ma in quel gesto vidi la sua mano cercare la mia sotto il lenzuolo dell’ospedale.
Vidi trentasette anni di matrimonio.
Vidi lui che la sera mi chiedeva dove avesse messo gli occhiali anche quando li aveva sulla testa.
Vidi le nostre domeniche con il sugo sul fuoco.
Le discussioni per le bollette.
Le vacanze al mare fatte risparmiando tutto l’anno.
I figli cresciuti.
Le ginocchia diventate più lente.
Le medicine sul comodino.
E gli ultimi anni, quando senza nemmeno accorgercene avevamo cominciato a controllare continuamente dove fosse l’altro.
«Paolo?»
«Sono qui.»
«Maria?»
«Sono in cucina.»
Come se sapere che l’altro era ancora dentro casa fosse diventato sufficiente.
Guardai quei due gatti.
Poi dissi:
«Elena, vai a prendere i moduli.»
«Per entrambi?»
«Ho passato una vita accanto a qualcuno. So cosa significa quando sparisce. Io non li separo.»
Dopo la morte di Paolo la mia casa era diventata silenziosa in un modo difficile da spiegare.
Non era pace.
Non era riposo.
Era quel silenzio che ti fa sentire il frigorifero quando parte.
Il legno del corridoio che scricchiola.
Il rubinetto che perde.
L’ascensore del palazzo vicino che si ferma al piano.
Lasciavo la televisione accesa anche quando non la guardavo.
La voce di uno sconosciuto che parlava di ricette o di partite mi sembrava comunque meglio del nulla.
A volte dicevo ad alta voce:
«Paolo, domani ricordami di…»
Poi mi fermavo.
All’inizio, dopo il funerale, la casa era stata piena.
Mia cognata aveva portato lasagne.
La vicina del piano di sotto una torta.
Il salumiere mi aveva lasciato un sacchetto della spesa davanti alla porta senza farmelo pagare.
C’erano telefonate.
Caffè.
Abbracci.
Persone che dicevano:
«Maria, qualsiasi cosa.»
Ed erano sincere.
Ma la vita degli altri riparte.
Deve ripartire.
Le persone tornano al lavoro, ai nipoti, alle visite mediche, alla macchina dal meccanico, alla domenica dai suoceri.
Tu invece resti.
Con due tazze nell’armadietto e una sola da usare.
Elena mi telefonava ogni sera.
Aveva quarantadue anni, un marito sempre fuori per lavoro e due figli adolescenti.
«Hai mangiato?»
«Sì.»
«Sei uscita?»
«Sono andata al forno.»
«Hai dormito?»
«Abbastanza.»
Una sera rimase zitta.
Poi disse:
«Mamma, mi fai paura.»
«Perché?»
«Perché ogni settimana sembri un po’ più lontana.»
Quella frase mi rimase dentro.
Tre giorni dopo mi trascinò al rifugio.
Io continuavo a ripeterle che non volevo animali.
Che a sessantasette anni avevo già abbastanza da fare.
Che non avevo bisogno di sostituire nessuno.
E infatti non sostituii nessuno.
Tito e Franco arrivarono a casa un sabato pomeriggio.
Tito era quello con il mento bianco.
Franco quello con l’occhio velato.
Uscirono dai trasportini con la cautela di due pensionati che entrano per la prima volta in una pensione fuori stagione.
Annusarono il corridoio.
Le gambe del tavolo.
La cucina.
La cesta del bucato.
Poi Tito si fermò davanti alla poltrona di Paolo.
La guardò.
Fece un giro.
E si sdraiò sotto.
Io dovetti appoggiarmi al muro.
Franco invece entrò in camera.
Saltò sul letto con una fatica dignitosa, fece due giri e si sistemò esattamente dalla parte di Paolo.
Non al centro.
Non dalla mia parte.
Dalla sua.
«Pure tu?» sussurrai.
La prima notte mi svegliò un piccolo graffio sulla porta.
Aprii.
Tito e Franco erano seduti uno accanto all’altro.
Mi guardavano.
Scoppiai a ridere.
Poi a piangere.
Poi di nuovo a ridere.
Era la prima volta, da mesi, che un rumore nel corridoio significava che qualcuno aveva bisogno di me.
Da quel giorno la casa cambiò.
Non in modo miracoloso.
Il dolore non scomparve.
Paolo continuava a mancarmi mentre apparecchiavo.
Quando vedevo il suo cappotto.
Quando preparavo il caffè.
Quando la domenica sentivo le campane e ricordavo lui che borbottava perché voleva ancora dormire.
Ma adesso al mattino c’erano due ciotole.
C’era acqua da cambiare.
Pelo sul divano.
Una zampa che mi toccava il polpaccio mentre cucinavo.
Tito pretendeva la colazione alle sei e venti con la precisione di un ferroviere.
Franco aspettava due metri più indietro fingendo indifferenza.
Se Tito entrava in una stanza, Franco lo seguiva.
Se Tito saltava sul divano, Franco aspettava qualche secondo prima di imitarlo.
Dormivano così vicini che spesso sembravano un unico gatto con troppe zampe.
Poi accadde una cosa strana.
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