Gli diedero trenta giorni per rendere sicuro un cavallo che tutti volevano abbattere. Poi un quindicenne pieno di rabbia entrò nella stalla e cambiò tutto.
«Quello prima o poi ti ammazza, Ettore.»
Il veterinario incaricato del controllo richiuse il pesante cancello del box con un colpo secco.
Dentro, Golia si impennò.
Gli zoccoli anteriori colpirono le assi con una forza tale da far tremare la mangiatoia.
Io non mi mossi.
Mi limitai a stringere meglio il bastone d’alluminio e a spostare il peso sulla gamba destra. Sotto il ginocchio sinistro, da vent’anni, non avevo più nulla che appartenesse al mio corpo.
«Non è cattivo», dissi.
L’uomo guardò le cicatrici sulle spalle del cavallo.
«Ha già mandato due addestratori all’ospedale.»
«Ho detto che non è cattivo. Ho detto che ha paura.»
Il veterinario sospirò.
«Trenta giorni, Ettore. Poi non potrò più aiutarti.»
Golia era un enorme Percheron nero, quasi una tonnellata di muscoli, con l’occhio sinistro completamente cieco e la pelle segnata da vecchie frustate.
Del precedente proprietario non parlavo volentieri.
Mi bastava sapere che qualcuno, per anni, aveva pensato che per farsi obbedire da un animale bastasse fargli abbastanza male.
Quando Golia era arrivato nella mia piccola fattoria sulle colline dell’Appennino, non permetteva a nessuno di avvicinarsi.
Mordeva.
Scalciava.
Si gettava contro le pareti se sentiva un movimento dal lato cieco.
Per molti era diventato una pratica da chiudere.
Un animale pericoloso.
Un problema.
Conoscevo bene quello sguardo.
Vent’anni prima ero tornato da una missione all’estero con una gamba in meno e la sensazione che tutti, anche quelli che mi volevano bene, stessero facendo mentalmente l’elenco delle cose che non avrei più potuto fare.
Mia madre mi tagliava ancora il pane a tavola.
Mio fratello non mi lasciava portare una cassetta d’acqua.
Al bar abbassavano la voce quando entravo.
Non era cattiveria.
A volte la pietà ferisce quasi quanto il disprezzo.
Guardai Golia agitarsi nel box e pensai che forse anche lui era stanco di essere osservato soltanto attraverso ciò che gli era successo.
Il furgone del servizio sociale arrivò mentre il veterinario stava ancora scendendo lungo la strada bianca.
Da dentro scese una donna sulla cinquantina.
Dietro di lei comparve un ragazzo magro, felpa troppo larga, capelli scuri e quello sguardo che alcuni adolescenti imparano quando hanno già capito che aspettarsi poco dalle persone fa meno male.
«Ettore?»
«Sono io.»
La donna mi porse alcuni documenti.
«Questo è Matteo. Quindici anni.»
Matteo non mi diede la mano.
Guardò la protesi.
Poi il bastone.
Poi il fango.
Infine sentì Golia colpire la parete del box e alzò gli occhi.
«Che roba è?»
«Un cavallo.»
«Quello non è un cavallo. È un carro armato.»
La donna si schiarì la voce.
Matteo era cresciuto passando da una comunità a una famiglia affidataria e poi di nuovo in comunità.
L’ultimo guaio era successo nel supermercato del paese vicino.
Una vetrina rotta.
Scaffali buttati a terra.
Una discussione degenerata.
Il giudice minorile aveva accettato che svolgesse un lungo percorso di attività riparativa presso la mia fattoria, dove da anni ospitavo animali difficili e ragazzi che avevano bisogno soprattutto di stare lontani da stanze con troppe sedie e troppe domande.
Matteo ascoltò metà della spiegazione.
Poi sputò nella ghiaia.
«Io non spalerei letame per un vecchio zoppo e un cavallo pazzo.»
La donna impallidì.
Io presi un forcone appoggiato al muro e glielo lanciai.
Matteo lo afferrò per istinto.
«Perfetto», dissi. «Perché non sei qui per spalare.»
«E per cosa sarei qui?»
«Per imparare ad ascoltare.»
Rise.
Una risata breve, sporca di rabbia.
«Bella questa.»
La prima settimana fu un disastro.
Matteo arrivava tardi.
Rispondeva male.
Faceva il minimo indispensabile.
Se gli dicevo di riempire due secchi, ne riempiva uno e mezzo.
Se gli chiedevo di pulire una testiera, la lasciava sul tavolo appena sembrava decente.
Golia, nel frattempo, non migliorava.
Appena vedeva una cavezza, indietreggiava fino al muro.
Quando qualcuno entrava troppo velocemente nel suo campo visivo, mostrava i denti.
Una mattina mi strappò una corda dalle mani e per poco non mi fece cadere.
Matteo, appoggiato alla porta, commentò:
«Te l’avevo detto che ti ammazza.»
«Eppure sei ancora qui.»
«Mi obbligano.»
«Certo.»
«Che vuol dire?»
«Niente.»
Questo lo faceva infuriare più di una predica.
Al nono giorno pioveva.
Una pioggia fina, di quelle che dalle nostre parti sembrano entrare nelle ossa.
Credevo Matteo fosse nel magazzino a pulire le selle.
Invece lo trovai seduto su un secchio rovesciato davanti al box di Golia.
Non mi vide.
Stava piangendo.
Senza rumore.
A quindici anni si può piangere in tanti modi.
Quello era il modo di chi aveva imparato che farsi sentire non serviva.
Golia smise improvvisamente di muoversi.
Il cavallo avanzò verso il cancello.
Piano.
Un passo.
Poi un altro.
Matteo alzò la testa.
Rimase immobile.
Golia abbassò il grande muso nero fino all’altezza della sua spalla.
Matteo trattenne il fiato.
Il cavallo chiuse l’occhio buono.
Poi appoggiò appena il naso contro la felpa del ragazzo.
Un lungo soffio.
Caldo.
Silenzioso.
Matteo sollevò una mano.
«Non farlo», sussurrai da lontano, quasi senza voce.
Ma era troppo tardi.
Il ragazzo gli posò il palmo sulla fronte.
Golia non si mosse.
Matteo disse una frase che non ho mai dimenticato.
«Pure tu fai paura quando hai paura, eh?»
Il cavallo espirò di nuovo.
«Pensano che sei cattivo.»
Pausa.
«Anche di me lo pensano.»
Quel pomeriggio capii che avevo sbagliato tutto.
Io credevo di dover salvare Golia.
Forse non ero io quello giusto.
Da quel giorno smisi di parlare di addestramento.
Niente forza.
Niente sottomissione.
Niente prove per dimostrare chi comandava.
Insegnai a Matteo a guardare le orecchie.
Le narici.
La tensione del collo.
La posizione dei piedi.
Gli spiegai che un cavallo ti dice quasi sempre cosa farà prima di farlo, ma devi smettere di pensare a te stesso abbastanza a lungo da accorgertene.
Matteo imparava in fretta.
Il ragazzo che odiava ogni regola diventò il più disciplinato tra tutti quelli passati di lì.
Per ore sedeva fuori dal box leggendo ad alta voce i libri di scuola.
All’inizio lo faceva perché glielo chiedevo.
Poi perché Golia ascoltava.
Al ventesimo giorno riusciva a spazzolarlo.
Al venticinquesimo, Golia lo seguiva nel paddock senza corda.
Al trentesimo giorno tornò il veterinario.
Arrivò con la cartellina sottobraccio e la faccia di chi si prepara a una brutta decisione.
«Facciamola breve», disse. «Vediamo se si lascia montare.»
Indicai il campo.
«Non serve la sella.»
«Come sarebbe?»
In fondo al prato comparve Golia.
Camminava lentamente.
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