Promisi alla mia migliore amica morente che avrei portato via la sua gatta. Tre settimane dopo, sua figlia bussò alla mia porta per riprendersela.
Mi chiamo Teresa, ho settantaquattro anni e vivo da sola da quando mio marito Carlo è morto, nove anni fa.
Abito in un paese dell’Emilia dove la gente saluta ancora dal finestrino, sa chi compra il pane alle sette e si accorge subito se per due sere di fila non accendi la luce della cucina.
Per molto tempo mi è piaciuto così.
Il silenzio mi sembrava più facile delle domande.
Nessuno chiedeva come stavo e io non dovevo rispondere: «Bene», quando bene non stavo affatto.
Le mie giornate erano diventate precise come un orologio vecchio.
Caffè alle sei. Radio accesa senza ascoltarla. Una passeggiata lenta fino alla cassetta della posta. Minestrina, formaggio o qualcosa di avanzato per cena. A letto prima delle dieci, anche quando sapevo che avrei fissato il soffitto per ore.
L’unica persona capace di entrare in quella quiete senza chiedere permesso era la mia amica Anna.
Ci conoscevamo da più di cinquant’anni.
Avevamo cresciuto i figli quasi insieme, litigato per sciocchezze, fatto marmellate ad agosto, aspettato mariti che tornavano tardi dal lavoro e passato domeniche intere a tavola quando ancora nessuno guardava l’orologio dopo il caffè.
Il tempo ci aveva tolto parecchio.
A lei il marito.
A me Carlo.
A entrambe la forza nelle ginocchia e l’illusione che le persone amate sarebbero rimaste per sempre.
Ma ci aveva lasciato l’una all’altra.
Anna abitava tre strade più in là, in una casetta color crema con persiane verdi, gerani ovunque e un gradino all’ingresso leggermente storto che suo marito aveva promesso di sistemare per almeno quindici anni.
E Anna aveva Nebbia.
Nebbia era una gatta grigia, anziana, con un orecchio segnato e quel modo prudente di camminare tipico degli animali che hanno già capito parecchie cose sugli esseri umani.
Non saliva in braccio.
Non faceva moine.
Ti osservava.
Poi, quando decideva di fidarsi, si sistemava abbastanza vicino da farti sentire il calore del suo corpo.
Non avevo mai pensato molto a lei.
Fino a quando Anna si ammalò.
All’inizio furono controlli, analisi, frasi rassicuranti dette troppo in fretta.
Poi arrivarono i pomeriggi con le tapparelle mezze abbassate, la posta ammucchiata sul mobile dell’ingresso e quel silenzio particolare che entra nelle case quando tutti conoscono la verità ma nessuno ha ancora il coraggio di pronunciarla.
L’ultima volta che mi sedetti accanto al suo letto, Anna mi prese la mano.
Le sue dita sembravano diventate leggere come carta.
«Teresa.»
«Sono qui.»
Guardò verso la finestra.
«Se me ne vado prima io, porta Nebbia al rifugio.»
Pensai di avere capito male.
«Cosa dici?»
«Non tenertela.»
Provai a protestare, ma mi strinse le dita.
«Hai già passato troppi anni a occuparti degli altri. Non voglio lasciarti un’altra responsabilità. Portala in un posto serio. Promettimelo.»
Avevo un groppo in gola così grande che parlare faceva male.
«Te lo prometto.»
Anna morì quattro giorni dopo, poco prima dell’alba.
Il funerale fu piccolo ma il paese sembrò presentarsi al completo.
C’erano parenti che non vedevo da anni, vicine con gli occhi rossi, donne che sussurravano quanto Anna fosse stata forte e uomini che, uscendo dalla chiesa, discutevano già di dove parcheggiare.
Così funziona la vita.
Anche quando il tuo mondo si ferma, quello degli altri continua.
Sua figlia Laura era arrivata da Torino la sera prima.
Aveva cinquantadue anni, due figli grandi, un lavoro impegnativo e quella stanchezza di chi trascorre metà della vita correndo e l’altra metà sentendosi in colpa per essere arrivato tardi.
Restò due giorni.
Poi dovette tornare.
Dopo il funerale andai a casa di Anna.
Nebbia era sulla sua poltrona.
Nello stesso punto in cui si sedeva sempre quando Anna lavorava a maglia.
Mi guardò.
Poi guardò la porta alle mie spalle.
Aspettava.
«Non torna, piccola.»
La voce mi si ruppe a metà.
Nebbia continuò a fissare la porta.
La portai a casa mia dicendomi che sarebbe stata soltanto per una notte.
Il mattino dopo avrei mantenuto la promessa.
Quella notte, però, successe qualcosa di minuscolo.
Nebbia bevve da una ciotola nella mia cucina come se l’avesse sempre fatto.
Esplorò il corridoio.
Annusò le gambe del tavolo.
Saltò sul divano, scese subito e infine, quando andai a letto, si sistemò ai miei piedi.
Non mi toccò.
Non fece le fusa.
Rimase lì.
E per la prima volta dopo anni la casa non sembrò vuota.
Il mattino seguente preparai il trasportino.
Misi dentro una vecchia coperta di Anna.
Presi i documenti.
Guidai fino a una struttura per animali nella cittadina vicina.
Nebbia non miagolò neppure una volta.
Mi guardava attraverso la griglia.
Quando arrivammo, vidi pavimenti puliti, coperte piegate, ciotole ordinate.
Era un posto dignitoso.
Sicuro.
Esattamente ciò che Anna mi aveva chiesto.
Una donna si avvicinò.
«Quando se la sente.»
Posai il trasportino sul banco.
Ma non mollai la maniglia.
Guardai Nebbia.
Si era avvicinata alla porticina.
Una zampa comparve tra le sbarre.
Non cercava di scappare.
Sembrava soltanto cercare qualcosa.
O qualcuno.
Pensai ad Anna.
Alla mia promessa.
Poi pensai alla sera precedente.
Alla casa che per qualche ora aveva smesso di sembrare una sala d’attesa.
«Mi dispiace.»
La donna mi guardò.
«Non riesco a lasciarla.»
Non fece domande.
Sorrise appena.
«Allora riportatela a casa.»
Uscii stringendo il trasportino al petto.
Mi sentivo colpevole.
Eppure respiravo meglio.
Nei giorni successivi comparvero una ciotola vicino al lavello, una coperta sul divano e un piccolo tappeto davanti alla finestra.
Comprai perfino un cuscino apposta per lei.
Nebbia non lo usò mai.
Preferiva un vecchio golfino di Anna che avevo portato via dalla sua casa prima che Laura iniziasse a svuotarla.
Tre settimane dopo avevo già smesso di dire che era temporanea.
Nebbia conosceva il rumore delle mie ciabatte.
Sapeva che alle sei aprivo la credenza.
Sapeva quale sedia veniva raggiunta dal sole verso le nove.
E soprattutto aveva imparato qualcosa che io avevo nascosto perfino a me stessa.
Sapeva quando ero triste.
Se restavo troppo a lungo immobile davanti alla tazza del caffè, arrivava.
Non mi saliva addosso.
Si sedeva accanto.
Bastava.
Cominciai a parlarle.
Le dicevo quando il caffè era venuto troppo amaro.
Le raccontavo che mi faceva male la schiena.
Un mattino vidi un pettirosso sul davanzale e le raccontai di Carlo, che fischiava agli uccelli convinto che prima o poi uno gli avrebbe risposto.
Le parlavo perfino di Anna.
«Sai che mi manca?»
Nebbia socchiudeva gli occhi.
«Mi manca da fare male.»
Non rispondeva.
Era già più utile di molti consigli ricevuti negli ultimi nove anni.
La casa cambiò lentamente.
Aprivo le tende prima.
Spazzavo più spesso per via dei peli.
Lasciavo accesa la luce del portico la sera.
Quando un’altra creatura aspetta che tu ti svegli al mattino, perfino le stanze sembrano meritare maggiore cura.
La prima ad accorgersene fu Mirella, la mia vicina.
Mi trovò fuori mentre scuotevo la coperta di Nebbia.
«Guarda un po’ Teresa.»
«Che c’è?»
«Sei diversa.»
«Ho più peli sui vestiti, questo sì.»
Lei sorrise.
«No. Hai di nuovo la faccia di una che pensa di esserci anche domani.»
Risi.
Poi rientrai in casa e piansi per dieci minuti.
Perché aveva ragione.
Quel pomeriggio qualcuno bussò.
Non era il colpetto veloce del postino.
Non era Mirella, che bussava sempre tre volte come se stesse annunciando un’incursione.
Era un colpo deciso.
Aprii.
Laura era sul portico.
Dietro di lei c’era una macchina piena di borse e una valigia appoggiata sul sedile posteriore.
Prima ancora di guardare me, guardò oltre la mia spalla.
Verso la finestra.
Nebbia era lì.
«È lei.»
Non era una domanda.
«Sì.»
Laura entrò.
Nebbia saltò giù dal davanzale.
Per un istante pensai che sarebbe corsa verso di lei.
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