Quando Marco prese in braccio la mia gatta, i suoi occhi cambiarono: quella domenica capii cosa ci univa davvero

Quando Marco prese in braccio la mia gatta per la prima volta, gli occhi gli si gonfiarono quasi subito.

Mina era saltata sul piano della cucina inseguendo il ferretto di una confezione come se fosse una lucertola. Marco la afferrò prima che rovesciasse la tazzina del caffè e rimase lì, con quella bestiola bianca, nera e arancione stretta al petto.

Dopo pochi secondi iniziò a sbattere le palpebre.

Poi starnutì.

Una volta.

Due.

Tre.

«Puoi metterla giù», gli dissi.

Marco si strofinò il naso con il polso e sorrise.

«Ma guarda come mi guarda. Le sto simpatico.»

Era proprio quello il problema.

Anche Mina sembrava averlo scelto.

Io avevo cinquantadue anni e, a quell’età, avevo smesso di credere che qualcuno sarebbe arrivato nella mia vita con la semplicità delle storie che raccontano nei film.

Mina, invece, era arrivata sette anni prima.

In un inverno brutto.

Uno di quegli inverni in cui esci di casa per lavorare, torni con una busta della spesa, scaldi qualcosa nel microonde e ti accorgi che non hai pronunciato una frase intera da ore.

Abitavo da sola in un appartamento alla periferia di Bologna.

Mia figlia era ormai adulta e viveva con il compagno in un’altra città. Mia madre non c’era più. Il matrimonio con il padre di mia figlia era finito da anni, senza grandi scene, soltanto consumandosi lentamente come certi mobili che un giorno guardi e scopri scoloriti.

Lavoravo in amministrazione per una piccola azienda.

Pagavo le bollette.

Facevo la spesa al supermercato di zona.

Telefonavo a mia sorella Laura la domenica.

E per il resto sopravvivevo con quella dignità un po’ triste che noi della nostra generazione conosciamo bene.

Non stavo male abbastanza da chiedere aiuto.

Ma non stavo neanche bene.

Un sabato accompagnai Laura in un piccolo rifugio per animali.

Doveva portare delle vecchie coperte.

Io non avevo nessuna intenzione di prendere un gatto.

Mina era magra, aveva un orecchio leggermente segnato e un modo arrogante di osservare tutti.

Entrai nel recinto.

Lei mi saltò sulle ginocchia.

Fine della storia.

O forse inizio.

Da quel giorno Mina non fu mai semplicemente “la gatta”.

Era quella che mi aspettava dietro la porta quando rientravo.

Quella che dormiva vicino alle mie gambe.

Quella che mi faceva alzare dal divano quando avrei potuto restarci fino a sera.

Quella a cui parlavo mentre cucinavo.

Può sembrare sciocco a chi non ci è mai passato.

Ma ci sono creature che entrano nella tua vita nel momento esatto in cui stai dimenticando di avere ancora qualcosa da dare.

Mina era stata questo.

Casa.

Quando conobbi Marco avevo quasi smesso di cercare qualcuno.

Lui aveva cinquantacinque anni, lavorava in un magazzino di distribuzione e aveva una calma che inizialmente mi innervosiva.

Ci incontrammo tramite amici comuni durante una cena in trattoria.

Al terzo appuntamento gli dissi:

«Devo avvertirti. Ho una gatta.»

Al quarto mi confessò:

«Devo avvertirti anch’io. Sono allergico ai gatti.»

Pensai che sarebbe finita lì.

Invece il sabato successivo arrivò sotto casa mia con due purificatori d’aria nel bagagliaio, una confezione enorme di fazzoletti e l’espressione di uno che aveva deciso di dichiarare guerra al proprio sistema immunitario.

«Non mi faccio battere da quattro chili di gatto.»

«Sono quasi cinque.»

«Non cambia niente.»

Per qualche mese funzionò.

O almeno ci convincemmo che funzionasse.

Passavo l’aspirapolvere quasi ogni giorno.

Le coperte finivano continuamente in lavatrice.

Marco teneva un rullo adesivo in macchina, uno in ingresso e uno persino nella tasca del giubbotto.

Prima di fermarsi a dormire prendeva le sue medicine.

Ridevamo.

«Guarda cosa mi tocca fare per corteggiarti.»

«Nessuno ti obbliga.»

«Ormai Mina ha approvato. Non posso deluderla.»

Erano battute.

Ma sotto le battute cominciarono a comparire piccole crepe.

La notte lo sentivo tossire in bagno.

Al mattino lo vedevo seduto sul bordo del letto con la bocca aperta, aspettando che il naso si liberasse abbastanza da bere il caffè.

Trovavo scatole vuote di farmaci nel cestino.

A volte tornava dal lavoro stanco e, prima ancora di togliersi le scarpe, Mina gli si strofinava contro i pantaloni.

Lui sorrideva.

Poi starnutiva.

Non si lamentava mai.

E forse era quello che mi faceva stare peggio.

Una sera spensi il televisore e glielo dissi.

«Se hai bisogno che trovi un’altra sistemazione per Mina, lo faccio.»

Solo pronunciare quella frase mi fece venire la nausea.

Marco mi guardò come se gli avessi dato uno schiaffo.

«Ma sei impazzita?»

«Ti vedo.»

«E quindi?»

«Stai male.»

Lui rimase zitto per qualche secondo.

«Tu pensi davvero che io voglia diventare l’uomo che entra nella tua vita e ti dice di liberarti di ciò che ami?»

«Non è soltanto qualcosa che amo.»

«Lo so.»

Abbassò gli occhi verso Mina, che dormiva acciambellata sulla poltrona.

«È proprio questo il punto.»

Un mese dopo Mina crollò accanto al divano.

Stava camminando verso di me con la coda alta.

Poi le zampe cedettero.

Cadde come se qualcuno avesse tolto la corrente.

Mi buttai in ginocchio così forte che il giorno dopo avevo due lividi viola.

Non ricordo nemmeno di aver chiamato Marco.

Ricordo lui che arrivò.

Ricordo l’asciugamano.

Ricordo Mina tra le sue braccia.

Ricordo la corsa in macchina verso una clinica veterinaria aperta la sera.

Io la tenevo sulle gambe e continuavo a dirle:

«Resta qui. Mina, resta con me.»

Fu allora che scoprimmo il problema al cuore.

Da quel momento la nostra vita cambiò.

Compresse al mattino.

Compresse la sera.

Controlli.

Visite.

Occhi puntati sul suo petto per capire se respirava troppo velocemente.

Telefonate.

Notti interrotte.

Ciotole spostate.

Medicine nascoste dentro bocconi che Mina imparava puntualmente a sputare.

E soldi.

Molti più soldi di quanto avessimo previsto.

A cinquant’anni passati dovresti sentirti stabile.

O almeno è quello che ci hanno insegnato.

La casa sistemata.

Qualche risparmio.

Un lavoro.

Una cena fuori ogni tanto.

Magari una settimana al mare ad agosto.

Invece noi avevamo fatture attaccate al frigorifero con una calamita.

Marco iniziò a fare più turni.

Io smisi di comprare praticamente tutto ciò che non fosse necessario.

Saltammo un fine settimana che avevamo programmato sull’Appennino.

Rinunciammo a qualche cena.

Mangiavamo pasta riscaldata alle dieci di sera.

Non litigavamo.

Quasi peggio.

Eravamo stanchi.

Cominciai a domandarmi se l’amore potesse sopravvivere abbastanza a lungo quando essere innamorati significava stare scomodi ogni giorno.

Poi una sera tornai prima dal lavoro.

L’auto di Marco era parcheggiata sotto casa.

Lui era dentro.

Motore spento.

Buio.

Le mani sul volante.

Rimasi sul marciapiede a guardarlo.

E nella mia testa arrivò una frase sola.

È finita.

Aprii lo sportello del passeggero.

Mi sedetti.

Non riuscii neppure a guardarlo.

«Se vuoi lasciarmi, lo capisco.»

Marco si girò verso di me.

All’inizio sembrava davvero confuso.

Poi capì.

La sua faccia cambiò.

«Tu pensi che io sia qui per questo?»

Non risposi.

Si strofinò gli occhi e fece una risatina senza allegria.

«Sono rimasto in macchina perché ho avuto una giornata terribile con l’allergia. Non volevo entrare tossendo e starnutendo e vederti sentire in colpa anche stasera.»

Quella frase mi distrusse.

Non l’allergia.

Non i soldi.

Quella frase.

Mi prese la mano.

«Sono stanco, Giulia.»

Chiusi gli occhi.

«Lo so.»

«Ma non sono stanco di te.»

Mi vennero le lacrime.

«E non ti chiederò di scegliere tra me e Mina. Amo te. E Mina fa parte della vita che avevi prima che arrivassi io.»

Mina visse altri undici mesi.

L’ultima notte io non riuscivo più a tenerla perché mi tremavano troppo le mani.

La prese Marco.

La tenne contro il petto.

Le parlò piano.

«Brava vecchietta. Sei stata una gran rompiscatole.»

Aveva gli occhi lucidi.

In parte per le lacrime.

In parte per l’allergia.

Le baciò la testa lo stesso.

Quando Mina se ne andò, l’appartamento diventò insopportabilmente ordinato.

Nessun pelo sul divano.

Nessuna ciotola.

Nessun miagolio davanti alla porta.

Nessun animale che pretendeva la colazione mentre io cercavo di bere il primo caffè.

Per settimane mi mossi per casa come se fossi ospite di qualcuno.

Poi, un sabato pomeriggio, Marco mi chiamò.

«Scendi un attimo.»

Nel sedile posteriore della sua macchina c’era un trasportino.

Dentro, una gattina piccola, grigia e bianca, con due occhi color miele enormi.

«Marco.»

Lui alzò subito le mani.

«Prima che inizi…»

«Marco!»

«Mi hanno detto che potrebbe darmi meno problemi. Pelo diverso, perde meno. Non esistono garanzie.»

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