Il gatto zoppo che nessuno voleva entrò nella nostra clinica per morire. Mesi dopo, quando lo mandarono via, capimmo chi teneva davvero insieme quel posto.
Quando sentii qualcosa raschiare contro la porta a vetri, mancavano dieci minuti alla chiusura.
Era un giovedì sera di novembre. Avevo già spento metà delle luci della piccola clinica veterinaria, in una cittadina dell’Emilia dove dopo le sette sembrava che tutti sparissero dietro le persiane.
Stavo passando lo straccio sul bancone pensando alla minestra avanzata dalla sera prima, quando arrivò di nuovo quel rumore.
Scrrr.
Pensai a un ramo trascinato dal vento.
Poi guardai verso l’ingresso.
C’era un gatto.
Non saprei dire quanti anni avesse. Otto? Dieci? Forse meno, ma la strada gli aveva messo addosso una vecchiaia che non gli apparteneva.
Era magro in quel modo che fa male guardare.
Un orecchio era piegato e strappato sul bordo. Una zampa anteriore sembrava quasi non reggerlo. Il pelo, un tempo forse bianco e grigio, era diventato una crosta di fango.
Sul naso aveva una ferita lunga.
Un lato del muso era gonfio.
Ma furono gli occhi a fermarmi.
Non miagolava.
Non soffiava.
Non chiedeva niente.
Mi guardava con l’espressione di chi aveva già chiesto abbastanza alla vita e non si aspettava più risposta.
Aprii la porta.
Fece un passo.
Poi un altro.
Al terzo crollò sullo zerbino.
«Madonna santa…»
Lo presi in braccio senza pensarci. Mi bagnò la casacca con la pioggia che aveva addosso.
Il veterinario, il dottor Riccardo, aveva già infilato il cappotto.
Quando mi vide entrare con quel fagotto tra le braccia se lo tolse senza dire una parola.
Restammo lì fino a tardi.
Gli pulimmo le ferite, controllammo che non avesse fratture gravi, gli mettemmo la flebo, gli sistemammo la zampa come potevamo.
Ogni tanto guardavo il suo torace per vedere se respirava ancora.
Ero convinta che non avrebbe superato la notte.
Invece la mattina dopo era ancora lì.
Aprì un occhio quando entrai.
Solo uno.
Come per dire: non vi siete ancora liberati di me.
Lo chiamai Rammendo.
Riccardo rise.
«Che razza di nome è?»
«Guardalo.»
Sembrava davvero cucito insieme con pezzi rimasti da vite diverse.
Una cicatrice sul naso.
L’orecchio storto.
La zampa che, anche dopo essere guarita, non tornò mai del tutto normale.
E un occhio leggermente più chiuso dell’altro, che gli dava un’espressione stanca ma incredibilmente dolce.
Rammendo guarì.
Piano.
Senza scenate.
Senza protestare.
Mangiava quello che gli davamo, dormiva su un asciugamano piegato e accettava le medicine con la rassegnazione di un vecchio pensionato davanti all’ennesima bolletta.
Quando finalmente fu abbastanza forte, cominciammo a cercargli una casa.
Gli feci delle fotografie.
Non bellissime, perché lui non collaborava affatto.
Scrissi un annuncio.
“Gatto adulto, tranquillo, abituato alla lettiera, cerca una casa paziente. Ha avuto una vita difficile, ma è dolcissimo.”
Arrivarono alcuni messaggi.
«Quanti anni ha?»
«Va d’accordo con i bambini?»
«Perché zoppica?»
«Quella cicatrice rimane?»
Poi silenzio.
Una signora venne persino a vederlo.
Aveva perso il suo gatto l’anno precedente e disse che voleva adottarne uno adulto.
Rammendo le si avvicinò.
Lei lo accarezzò.
Poi vide la zampa.
«È sempre così?»
«Sì. Non gli fa male. Zoppicherà probabilmente per sempre.»
La donna ritirò la mano.
Due giorni dopo adottò un gattino da un’altra parte.
Non le diedi la colpa.
Almeno cercai di non farlo.
Ma dopo tre settimane, poi sei, poi dieci, smisi di controllare il telefono ogni volta che vibrava.
La verità era semplice.
La gente voleva un gatto bello.
Facile.
Uno di quelli da mettere sul divano nuovo senza dover spiegare agli ospiti perché avesse il muso sfregiato.
E forse proprio per questo Rammendo cominciò a entrarmi dentro.
Avevo cinquantasette anni.
Vivevo sola da quando mia madre era morta e mio figlio si era trasferito a Milano per lavoro.
Ci sentivamo, certo.
La domenica qualche telefonata.
A Natale veniva a casa.
Ogni tanto mi diceva:
«Mamma, devi uscire di più.»
Come se a cinquantasette anni bastasse infilarsi un cappotto e aprire la porta per trovare una nuova vita sul pianerottolo.
Mangiavo spesso in piedi.
Dormivo male.
Sorridevo ai clienti anche nei giorni in cui avrei voluto chiudermi nel ripostiglio.
E quando guardavo Rammendo pensavo che, in fondo, ci assomigliavamo.
Non perché fossi ferita come lui.
Ma perché anche io avevo imparato quella cosa lì.
Continuare a funzionare abbastanza bene da non preoccupare nessuno.
Così smettemmo di cercargli casa con troppa convinzione.
Rammendo rimase.
Non proprio come animale della clinica.
Nessuno lo decise ufficialmente.
Semplicemente, un giorno era ancora lì.
Poi il giorno dopo.
Poi quello dopo ancora.
Dormiva dietro il bancone.
Alle otto e venti si metteva sulla finestra.
A mezzogiorno si sdraiava vicino al termosifone.
Alle quattro pretendeva uno spuntino.
Era diventato parte del posto quanto il frigorifero dei medicinali e la vecchia macchina del caffè che faceva un caffè orrendo ma nessuno aveva il coraggio di buttare.
Poi arrivò Mimì.
Una gatta grigia dentro un trasportino blu.
Appena la proprietaria entrò, Mimì cominciò a sbattere contro le pareti di plastica.
Aveva gli occhi enormi.
Respirava velocissimo.
La signora quasi piangeva.
«Ogni volta è così. L’ultima volta ci hanno rimandate a casa.»
Provai ad aprire lo sportello.
Peggio.
Mimì soffiò e si schiacciò sul fondo.
Poi Rammendo arrivò dal corridoio.
Non fece niente.
Questo è importante.
Niente.
Non mise la zampa dentro.
Non annusò il trasportino.
Non cercò di avvicinarsi.
Si sedette a mezzo metro.
Piegò sotto di sé la zampa malandata.
E rimase lì.
Mimì continuò ad agitarsi per qualche secondo.
Poi si fermò.
Rammendo chiuse lentamente gli occhi.
Una volta.
Li riaprì.
Mimì si spostò verso il lato del trasportino più vicino a lui.
Cinque minuti dopo riuscimmo a visitarla.
Ricordo che io, Riccardo e la proprietaria ci guardammo senza sapere cosa dire.
«È stato lui?» domandò la signora.
«Non lo so.»
La settimana successiva successe di nuovo.
Poi ancora.
Un gatto anziano che normalmente graffiava chiunque.
Un cucciolone terrorizzato dal tavolo della visita.
Una gatta trovata in un garage.
Rammendo compariva.
Si sedeva.
Aspettava.
Era come se dicesse, senza bisogno di alcun verso:
Lo so.
Anche io ho avuto paura.
Passa.
Non sempre.
Ma passa.
Quello divenne il suo lavoro.
Anche se nessuno glielo aveva dato.
I clienti cominciarono a chiedere di lui.
«Dov’è quello con l’orecchio storto?»
«Può stare qui mentre aspettiamo?»
Una signora gli portò una copertina verde fatta a maglia.
Il signor Giulio, settantatré anni, ex muratore, ogni due venerdì arrivava con un pezzetto di pollo lesso dentro un contenitore.
«Senza sale», precisava.
Come se Rammendo avesse un nutrizionista personale.
Una ragazza ci lasciò un disegno.
Rammendo era ritratto con il naso storto e l’orecchio piegato.
Sotto aveva scritto:
“SEMBRA UNO CHE HA PRESO LE BOTTE DALLA VITA E NON SE N’È ANDATO.”
Attaccai il foglio dentro un armadietto.
Nei giorni brutti lo guardavo.
E di giorni brutti ce n’erano.
La clinica era sempre piena.
Telefonate.
Urgenze.
Persone che non avevano abbastanza soldi.
Persone convinte che un veterinario potesse aggiustare tutto.
Persone arrabbiate perché il dolore degli animali non segue gli orari e nemmeno il conto in banca.
In mezzo a tutto questo c’era Rammendo.
Tranquillo.
Brutto, secondo qualcuno.
Bellissimo, secondo chi aveva imparato a guardare.
Poi mi accorsi di una cosa che cominciò a infastidirmi.
Quando avevamo pubblicato l’annuncio per trovargli casa, quasi nessuno lo voleva.
Ora che era diventato “il gatto che calma gli altri gatti”, tutti lo adoravano.
Fotografie.
Commenti.
Carezze.
«Che tesoro.»
«Che creatura speciale.»
Era cambiato lui?
No.
Eravamo cambiati noi.
Prima aveva soltanto bisogno.
Ora era diventato utile.
E la gente vedeva finalmente il suo valore.
Questa cosa mi rimase nello stomaco.
Perché a cinquantasette anni cominciavo a riconoscere certi meccanismi.
Li avevo visti in famiglia.
Nei matrimoni.
Sul lavoro.
Persino attorno al pranzo della domenica.
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