Il veterinario disse che non avrebbe superato la notte, ma quella minuscola gattina aveva ancora qualcosa da fare

IL VETERINARIO DISSE CHE NON AVREBBE SUPERATO LA NOTTE. QUATTRO MESI DOPO, QUELLA GATTINA SALVÒ UN ANZIANO DEL CONDOMINIO E CAMBIÒ TUTTI NOI.

«Non farlo. Ti prego, non farmi questo.»

Lo dissi a una gattina grande quanto due mani mentre mi trascinava dietro nel parcheggio del supermercato di zona.

Io cercavo di allontanarmi.

Lei continuava a seguirmi.

Male, tra l’altro.

Faceva tre passi, barcollava, si fermava. Poi sollevava quella testolina sporca e ripartiva.

Aveva un occhio completamente incollato, il pelo duro di fango e sangue secco, le costole così visibili che sembravano disegnate sotto la pelle.

E io, quel giorno, non avevo proprio bisogno di salvarne un’altra.

A dire la verità, non riuscivo nemmeno a salvare bene me stesso.

Avevo cinquantasei anni, vivevo da solo in un condominio alla periferia di Bologna e lavoravo in un magazzino che cambiava turni più spesso di quanto io cambiassi le lenzuola.

Il mutuo della vecchia casa era diventato un ricordo. Dopo la separazione avevo perso quasi tutto quello che chiamavo “casa” e adesso pagavo un affitto che ogni anno sembrava più alto.

Mia figlia viveva a Torino con il marito.

Ci sentivamo.

Ma non come una volta.

Non perché fosse successo qualcosa di terribile. Semplicemente la vita fa così.

Un giorno accompagni tua figlia a scuola tenendole la mano.

Poi ti svegli e per sentirla devi mandarle un messaggio chiedendo: “Quando hai cinque minuti?”

Quella sera ero entrato nel supermercato per comprare uova, pane, latte e quelle vaschette pronte che mangi quando cucinare per una persona ti sembra più triste che mangiare male.

Avevo già la testa piena.

Bollette.

Turni.

Una spia accesa sulla macchina.

La schiena che mi faceva male da settimane.

Non volevo un animale malato.

Non volevo un altro problema.

Per questo, quando vidi quella piccola sagoma muoversi vicino ai carrelli, feci una cosa di cui ancora oggi mi vergogno.

Guardai dall’altra parte.

Continuai a camminare.

Poi sentii un suono.

Non era nemmeno un vero miagolio.

Era un soffio rotto.

Mi voltai.

La gattina mi stava seguendo.

«No.»

Lei fece un altro passo.

«No, guarda che hai sbagliato persona.»

Un altro passo.

Mi misi una mano sulla fronte.

«Io non ho soldi, capito? Non ho tempo. Non so nemmeno dove mettere te.»

Lei cadde su un fianco.

Rimase immobile per qualche secondo.

Poi cercò di rialzarsi.

Fu lì che persi.

Lasciai le borse a terra e la presi.

Pesava niente.

Sembrava di sollevare un mucchietto di foglie bagnate.

Ma scottava.

Aveva il corpo bollente.

Sentivo ogni osso sotto le dita.

Mi guardò con l’unico occhio che riusciva ad aprire e, non so come spiegarlo, in quello sguardo non vidi gratitudine.

Vidi soltanto stanchezza.

Una stanchezza che conoscevo.

La portai in una piccola clinica veterinaria ancora aperta.

Il veterinario la visitò a lungo.

Poi si tolse i guanti e mi guardò.

Quello sguardo lo conoscono tutti quelli che hanno avuto un genitore anziano, un animale malato o una persona cara in ospedale.

È lo sguardo di chi vuole essere sincero senza toglierti completamente la speranza.

«È molto debilitata.»

Annuii.

«Ha una brutta infezione, è disidratata, ha parassiti. L’occhio è messo male. È troppo magra.»

«Si può curare?»

Lui esitò.

«Possiamo provarci.»

Poi aggiunse:

«Però deve sapere che potrebbe non superare la notte.»

Quelle parole mi fecero quasi arrabbiare.

Non con lui.

Con la situazione.

Perché io non avevo chiesto niente.

Ero entrato per comprare il pane.

Il pane.

Ed ero finito con una gattina mezza morta e un uomo in camice che mi parlava di miracoli.

Per alcuni minuti pensai davvero di lasciarla lì.

Pensai che forse sarebbe stato più responsabile.

Che qualcuno più preparato avrebbe potuto occuparsene.

Che io ero stanco.

Che ero solo.

Che già facevo fatica ad arrivare alla fine del mese senza imprevisti.

Poi un’assistente mise la gattina su un asciugamano.

Io dissi qualcosa sottovoce.

Lei girò la testa verso di me.

Piano.

Come se riconoscesse la mia voce.

Fine della discussione.

La portai a casa.

Quella notte preparai una scatola di cartone accanto al letto.

Dentro misi due vecchie magliette, un asciugamano e una copertina che mia madre aveva lavorato anni prima, una di quelle cose che non riesci a buttare anche se non servono più a niente.

Ogni ora mi svegliavo.

Controllavo che respirasse.

Verso le due e mezza la vidi completamente immobile.

Mi sedetti sul bordo del letto.

Non ebbi nemmeno il coraggio di toccarla.

Restai lì.

Poi un orecchio si mosse.

Solo un piccolo tremito.

Scoppiai a piangere.

A cinquantasei anni.

Seduto in mutande sul bordo del letto.

Per una gattina che conoscevo da poche ore.

Le parlai per tutta la notte.

Le raccontai cose che non dicevo a nessuno.

Le dissi che mi mancava sentirmi utile.

Che da quando mia madre era morta e mia figlia si era costruita la sua famiglia avevo iniziato a vivere come se dovessi soltanto occupare meno spazio possibile.

Lavoro.

Casa.

Televisione.

Letto.

Di nuovo lavoro.

Le dissi:

«Non devi farcela per me. Però, se vuoi restare, io resto con te.»

La mattina dopo respirava ancora.

Non stava meglio.

Ma c’era.

La chiamai Briciola.

Perché darle un nome importante mi sembrava quasi una presa in giro.

Le settimane successive furono faticose.

Medicine.

Controlli.

Ciotole quasi intatte.

Notti in bianco.

Asciugamani sporchi.

Telefonate alla clinica.

Giorni in cui sembrava riprendersi e mattine in cui la trovavo così debole che mi si chiudeva lo stomaco.

Una sera mi sedetti sul pavimento della cucina con Briciola avvolta in un asciugamano.

Mi chiesi se amare qualcosa significasse soprattutto avere paura di perderla.

Poi, qualche giorno dopo, successe una cosa piccolissima.

Briciola si leccò una zampa.

Tre giorni dopo miagolò perché voleva mangiare.

La settimana seguente mi svegliai con lei in piedi sul mio petto.

Mi fissava.

Come una padrona di casa venuta a riscuotere l’affitto.

Risi.

Risi davvero.

Mi accorsi che non ridevo così in casa da mesi.

Al secondo mese correva lungo il corridoio alle tre del mattino.

Al terzo aveva deciso che il tavolo era suo.

Al quarto era diventata una creatura completamente diversa.

Saltava sul divano.

Rubava pezzi di pollo.

Buttava le penne per terra.

Si infilava nei sacchetti.

Urlava davanti alla ciotola se la cena tardava di quattro minuti.

La gattina che non avrebbe dovuto vedere il mattino governava il mio appartamento come un’amministratrice di condominio con i baffi.

E, senza accorgermene, cominciai a cambiare anch’io.

Tornavo a casa subito dopo il lavoro.

Aprivo le finestre.

Lavavo i piatti invece di lasciarli lì due giorni.

Compravo verdura.

Preparavo il ragù la domenica, come faceva mia madre, congelandone metà.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto