Alle tre di notte il mio gatto distrusse la doccia, ma quella follia finì per cambiarmi la vita

Il gatto che mi distrusse le tende finì per salvare una vicina… e costrinse un intero condominio a riaprire le porte

La prima volta che Cesare mi fece piangere erano le tre e dodici del mattino, e lui penzolava dalla tenda della doccia come un ladro vestito per un matrimonio.

Lo avevo adottato da tre giorni.

Accesi la luce del bagno e rimasi immobile sulla porta, in canottiera e pantofole, mentre quel gatto bianco e nero oscillava avanti e indietro aggrappato con tutte e quattro le zampe.

Il bastone della tenda scricchiolava.

Cesare mi fissava.

Io fissavo Cesare.

Poi il bastone cedette.

Lui precipitò nella vasca insieme alla tenda, fece un verso indignato come se fossi stato io a spingerlo e schizzò fuori dal bagno correndo lungo il corridoio.

In quel momento pensai una cosa molto semplice.

Avevo fatto una stupidaggine.

Avevo cinquantotto anni, vivevo solo in un appartamento alla periferia di Bologna e negli ultimi due anni avevo trasformato la tranquillità in una specie di religione.

Mi piacevano le giornate tutte uguali.

Il caffè nella moka alle sette e mezzo.

Il giornale sul tavolo della cucina.

Il lavoro al computer.

La pasta semplice.

La televisione bassa.

Nessuno che bussava.

Nessuno che pretendeva niente.

Quando avevo visto Cesare nel piccolo rifugio per animali della zona, se ne stava seduto composto in un angolo.

Zampe raccolte sotto il petto.

Occhi seri.

Baffi immobili.

Sembrava uno di quei vecchi professori che al bar leggono il giornale senza mai intervenire nelle discussioni degli altri.

«Questo fa per me», avevo pensato.

Mi sbagliavo.

Cesare aveva l’aspetto di un maggiordomo e l’anima di un muratore dopo quattro caffè.

Correva alle tre del mattino.

Si arrampicava sulle tende.

Entrava nei cassetti.

Spingeva le penne giù dal tavolo guardandomi negli occhi.

Una sera riuscì perfino a infilarsi dentro la credenza e a rovesciare una confezione di riso che trovai sparsa fino all’ingresso.

E soprattutto pretendeva che io mi muovessi.

Se rimanevo troppo a lungo sul divano, mi portava una pallina.

Se non reagivo, me la lasciava sui piedi.

Se continuavo a ignorarlo, saltava sullo schienale e mi batteva una zampa sulla testa.

«Io non ho adottato un gatto», gli dissi una mattina. «Ho assunto un personal trainer in smoking.»

La cosa ridicola è che funzionava.

Cominciai ad alzarmi più spesso.

A sistemare subito quello che lui faceva cadere.

A scendere all’alimentari invece di ordinare tutto a domicilio.

A buttare la spazzatura prima che il sacchetto diventasse una scultura contemporanea.

Piccole cose.

Talmente piccole che nessuno le avrebbe chiamate cambiamento.

Ma io sì.

Perché prima di Cesare ero diventato bravissimo a stare fermo.

Non ero sempre stato così.

Due anni prima era morta mia madre.

Aveva ottantatré anni e una voce capace di attraversare una casa intera.

Mi chiamava troppo.

Faceva troppe domande.

Se non rispondevo al telefono entro mezz’ora, chiamava di nuovo.

Se le dicevo che avevo già mangiato, chiedeva cosa.

Se rispondevo «pasta», voleva sapere con che cosa.

«Al pomodoro.»

«E il parmigiano?»

«Sì, mamma.»

«Poco, però. Devi stare attento.»

Quando era viva mi faceva impazzire.

Quando morì avrei dato qualsiasi cosa per sentirmi chiedere ancora se avevo messo troppo parmigiano.

Dopo il funerale avevo portato a casa alcune delle sue cose.

Una scatola con fotografie.

Due tazze sbeccate.

Un vecchio cardigan grigio che metteva sempre la domenica pomeriggio.

Lo avevo appeso nell’armadio del corridoio.

Poi avevo chiuso l’anta.

Per quasi due anni non l’avevo più aperta.

Continuavo a lavorare.

Pagavo le bollette.

Andavo dal medico quando serviva.

Rispondevo «tutto bene» a chiunque mi chiedesse come stessi.

Da fuori sembravo un uomo normale.

Dentro mi ero spento senza fare rumore.

In paese, mia madre avrebbe detto che facevo bella figura.

Pulito.

Educato.

In ordine.

Nessuno avrebbe mai pensato che certe domeniche passavo dal letto al divano e dal divano al letto senza parlare con nessuno.

Cesare questo non lo sapeva.

O forse lo sapeva benissimo.

Se restavo fermo troppo a lungo, mi saliva sul petto.

Mi fissava da pochi centimetri.

E cominciava a fare le fusa.

Non delle fusa delicate.

Un trattore.

Un motore vecchio.

Un rumore continuo che sembrava dire:

«Non provare a sparire. Io ti vedo.»

Una mattina, però, Cesare sparì davvero.

Avevo aperto la porta per raccogliere una busta della spesa lasciata sul pianerottolo.

Lui passò tra le mie gambe.

Una striscia bianca e nera.

«Cesare!»

Partii dietro di lui con un calzino blu e uno grigio.

Correvo lungo il corridoio del terzo piano come non correvo da anni.

Lui arrivò in fondo.

Pensai che sarebbe sceso dalle scale.

Invece si fermò davanti all’appartamento della signora Teresa.

Teresa aveva settantasei anni.

Vedova.

Capelli bianchi sempre in ordine.

Abitava due porte più in là da almeno vent’anni.

Io vivevo lì da nove.

In nove anni ci saremo detti cento parole.

«Buongiorno.»

«Buonasera.»

«È arrivata una busta per lei.»

«L’ascensore oggi non funziona.»

Tutto lì.

Cesare si sedette davanti alla sua porta.

Poi lo sentii anch’io.

Piangere.

Non quel pianto educato che si cerca di trattenere per non farsi sentire dai vicini.

Pianto vero.

Quello che viene dal fondo.

Bussai.

«Signora Teresa?»

Silenzio.

Poi altri singhiozzi.

Bussai più forte.

Dopo quasi un minuto aprì.

Aveva gli occhi gonfi e i capelli spettinati.

Non l’avevo mai vista così.

Sul pavimento della cucina c’erano i pezzi di una tazza.

«Mi scusi», disse.

Mi scusi.

Era sola in casa, in lacrime, e la prima cosa che le venne in mente fu chiedermi scusa.

Mi raccontò che sua sorella Anna era morta durante la notte.

Ottantuno anni.

Avevano litigato tre giorni prima per una stupidaggine.

Un vecchio servizio di piatti rimasto nella casa dei genitori.

«Le avevo detto che non volevo più sentirla», sussurrò Teresa.

Si coprì il viso con le mani.

«E adesso non la sentirò davvero più.»

Non seppi cosa rispondere.

Perché certe frasi non hanno una risposta.

Cesare invece entrò.

Camminò piano fino alla sedia dove Teresa si era seduta.

Saltò sulle sue ginocchia.

E rimase immobile.

Il gatto che alle tre del mattino dichiarava guerra alle tende.

Il gatto che attaccava i lacci delle scarpe.

Il gatto che considerava ogni superficie una pista da corsa.

Immobile.

Teresa poggiò una mano sulla sua schiena.

Poi l’altra.

E ricominciò a piangere.

Io raccolsi i cocci.

Preparai una moka nuova.

Non sapevo come consolare una donna che aveva perso una sorella con una frase terribile ancora sospesa tra loro.

Così feci l’unica cosa che mi sembrò possibile.

Misi due tazzine sul tavolo.

Ci sedemmo.

Teresa beveva il caffè con tre cucchiaini di zucchero.

Tre.

Mia madre avrebbe chiamato direttamente il parroco.

Non dissi niente.

Quella mattina parlammo per quasi due ore.

Non diventammo amici all’improvviso.

La vita vera non funziona così.

Però qualcosa si aprì.

Nei giorni successivi cominciai a bussare ogni tanto.

Una domenica le portai un piatto di lasagne che avevo comprato alla gastronomia sotto casa fingendo di averne prese troppe.

La domenica dopo lei mi restituì il contenitore con dentro polpette al sugo.

«Ne ho fatte troppe», disse.

Mentiva peggio di me.

Diventò una piccola abitudine.

Il caffè dopo pranzo.

Una chiacchiera sul pianerottolo.

Qualche volta un piatto scambiato.

Cesare, naturalmente, interpretò la nuova amicizia come un’acquisizione immobiliare.

L’appartamento di Teresa divenne territorio suo.

Se la porta era socchiusa, entrava.

Se Teresa stava sul divano, lui le saltava in grembo.

Lei cominciò a comprargli topolini di stoffa e palline con i campanelli.

Cesare li ignorava tutti.

Preferiva il laccetto metallico del sacchetto del pane.

Lo spingeva sotto il frigorifero.

Poi urlava finché uno di noi non si inginocchiava per recuperarlo.

«Ci sta educando bene», diceva Teresa.

Aveva ragione.

Senza rendermene conto, io avevo cominciato di nuovo a vivere.

Camminavo intorno all’isolato.

Scendevo al mercato il sabato.

Salutavo il fruttivendolo.

Mi fermavo cinque minuti in più al bar sotto casa.

Rispondevo ai messaggi.

Non a tutti.

Non esageriamo.

Ma abbastanza.

Una domenica aprii l’armadio del corridoio.

Il cardigan di mia madre era ancora lì.

Grigio.

Un bottone allentato.

Una macchia quasi invisibile vicino alla tasca.

Lo toccai.

La prima volta ritirai subito la mano.

La seconda lo presi dall’appendiabiti.

La terza me lo portai in soggiorno.

Lo tenni sulle ginocchia.

Profumava ancora vagamente di sapone vecchio e di quella casa in cui ero cresciuto.

Cesare saltò sul divano.

Annusò una manica.

La morse.

«Quello era di mia madre, disgraziato.»

Lui tirò più forte.

Risi.

Una risata vera.

Poi mi misi a piangere con il cardigan tra le mani e Cesare che cercava di infilarci la testa dentro.

Fu allora che capii una cosa.

Il dolore non se ne andava.

Ma aveva smesso di occupare tutta la stanza.

Arrivò ottobre.

In condominio comparvero i soliti fogli.

«Si prega di non lasciare sacchetti sulle scale.»

«Si ricorda di chiudere il portone.»

«Gli animali non devono circolare negli spazi comuni senza controllo.»

Quello era per me.

O meglio, per Cesare.

Lo ammetto.

Avevano ragione.

Cesare aveva sviluppato una tecnica militare.

Aspettava davanti alla porta fingendo disinteresse.

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