Il gatto randagio entrò nel suo letto durante il temporale, ma ciò che accadde dopo cambiò tutto

La prima notte in cui quel gatto randagio dormì nel mio letto, capii che in quella casa c’era qualcosa di più solo di me.

Avevo sessantun anni e vivevo in quell’appartamento da appena sei settimane.

Metà degli scatoloni erano ancora chiusi.

Non perché fossi impegnato.

Semplicemente, non vedevo il motivo di disfarli.

L’appartamento era al piano terra di una vecchia palazzina alla periferia di Bologna, in una strada dove i cortili avevano ancora i fili per stendere i panni, ma ormai quasi nessuno conosceva il nome del vicino.

Una camera da letto.

Una cucina stretta.

Infissi che lasciavano entrare l’aria.

Un termosifone che sembrava scaldare soprattutto il muro.

E una lampadina sopra il lavello che ronzava ogni sera come una mosca intrappolata.

Ci ero finito dopo la separazione da mia moglie.

Trentadue anni insieme.

Poi, improvvisamente, due vite diverse.

Nello stesso periodo, il piccolo magazzino di ferramenta dove lavoravo aveva ridotto gli orari.

A sessantun anni scopri una cosa che nessuno ti racconta quando sei giovane.

Non serve una tragedia enorme per spezzarti.

A volte bastano tre o quattro perdite piccole arrivate nello stesso momento.

Una moglie che non ti aspetta più.

Un lavoro che ti chiama sempre meno.

Una casa che non senti tua.

Un conto corrente che controlli prima di comprare perfino il caffè.

La sera mangiavo minestrone riscaldato nella stessa scodella scheggiata.

Guardavo qualche vecchio programma alla televisione.

Poi andavo a letto presto.

Non perché avessi sonno.

Perché dormire era il modo più economico per arrivare al giorno dopo.

Fu allora che comparve il gatto.

Era arancione.

Ma non di quell’arancione bello e lucido dei gatti nelle fotografie.

Il suo pelo era sporco, scolorito, quasi color ruggine.

Aveva un orecchio tagliato, il muso segnato e il corpo magro.

Sembrava uno di quei vecchi uomini del paese che hanno lavorato quarant’anni all’aperto e non hanno più voglia di spiegare niente a nessuno.

La prima volta lo vidi sotto la ringhiera arrugginita del mio piccolo balcone.

Mi osservava mentre cercavo le chiavi.

Gli dissi:

«Tu qui non ci abiti.»

Lui chiuse lentamente gli occhi.

Come se fossi io quello poco informato.

La sera dopo tornò.

Gli lasciai una ciotola d’acqua.

Il giorno successivo, un po’ di tonno avanzato.

Mangiò in fretta e sparì prima che chiudessi la porta.

Diventò la nostra abitudine.

Arrivava verso sera.

Mangiava.

Mi guardava.

Se ne andava.

Non si lasciava toccare.

Non entrava.

Non faceva le fusa.

Io continuavo a ripetermi che non mi importava.

Stavo soltanto dando da mangiare a un animale affamato.

Tutto qui.

Dopo una settimana, però, mi accorsi che alle sette guardavo l’orologio.

Dopo due settimane, avevo iniziato a parlargli.

«Giornata pesante.»

«Domani piove.»

«Una volta cucinavo le lasagne, sai? Quelle vere.»

Lui si sedeva a un paio di metri di distanza e mi fissava come se stesse decidendo se fossi matto o semplicemente innocuo.

Un pomeriggio Teresa, la vicina del piano rialzato, mi vide mettere giù la ciotola.

Teresa aveva sessantasette anni, capelli grigi raccolti male e ciabatte che indossava perfino per andare a prendere la posta.

Mi disse:

«Non ti affezionare. I gatti così non sono di nessuno.»

Risi.

«Non mi sto affezionando.»

Lei mi guardò come si guardano gli uomini che mentono male.

Poi salì le scale.

Quella frase, però, mi rimase addosso.

“I gatti così non sono di nessuno.”

Forse perché in quel periodo anch’io mi sentivo così.

Non proprio abbandonato.

Peggio.

Non necessario.

Tre giorni dopo, il gatto non venne.

La prima sera aspettai vicino alla finestra più del necessario.

La seconda uscii sul balcone due volte.

«Ehi.»

Mi sentii ridicolo.

La terza giornata fu una di quelle giornate storte che sembrano fatte apposta per trovarti quando sei già stanco.

Una bolletta più alta del previsto.

La schiena che faceva male.

Un messaggio dal lavoro: turno cancellato.

La sera cominciò un temporale.

Non una pioggerellina.

Acqua violenta.

Vento contro le tapparelle.

Tuoni.

Le luci saltarono per qualche secondo.

Io ero in cucina con le mani appoggiate al lavello e guardavo fuori.

Pensavo a quel gatto.

Mi vergognai perfino del dolore che sentivo.

Era assurdo.

Non mi aveva mai permesso di accarezzarlo.

Non sapevo da dove venisse.

Non mi doveva niente.

Eppure lasciai un vecchio asciugamano vicino alla porta.

Verso le dieci sentii un rumore.

Un graffio leggerissimo.

Aprii.

Era lì.

Nell’angolo del balcone.

Fradicio.

Il pelo incollato al corpo.

Respirava forte.

Gli occhi erano enormi.

Ma non scappò.

Quello è il dettaglio che ricordo meglio.

Non il temporale.

Non il vento.

Lui che rimaneva fermo a guardarmi.

Come se avesse finito tutte le alternative.

Feci due passi indietro.

«Va bene.»

Aspettai.

«Entra.»

Rimase immobile ancora qualche secondo.

Poi attraversò la soglia.

Senza correre.

Senza abbassarsi.

Entrò come uno che aveva pensato a quella decisione per settimane.

Chiusi la porta.

E il silenzio della casa cambiò suono.

Provai ad asciugarlo.

Si lasciò fare per circa venti secondi, poi mi guardò offeso.

Preparai una scatola vicino al termosifone.

Dentro ci misi una vecchia felpa.

Lui la annusò.

Fece un giro.

La ignorò completamente.

«Perfetto. Grazie.»

Andai a dormire.

Nel cuore della notte mi svegliai perché avevo i piedi caldi.

Lui era lì.

Acciambellato contro la mia caviglia.

Dormiva.

Profondamente.

Una zampa appoggiata sulla coperta.

Come se quel letto fosse stato anche suo da sempre.

Rimasi immobile.

E piansi.

Senza fare rumore.

Non perché fossi triste.

Perché era da troppo tempo che nessun essere vivente sceglieva spontaneamente di restare accanto a me.

La mattina, quando aprii gli occhi, era ancora lì.

Allungato sul piumone.

Una zampa sulla mia gamba.

Come se volesse assicurarsi che fossi io a non sparire.

Lo chiamai Franco.

Non so perché.

Forse perché aveva la faccia di uno che poteva chiamarsi soltanto così.

Un nome semplice.

Solido.

Da uomo che ha passato anni difficili senza raccontarli a nessuno.

Franco cambiò le mie giornate senza fare nulla di straordinario.

La prima mattina aprii uno scatolone.

Solo uno.

Dentro c’erano posate spaiate, strofinacci, due tazze e un vecchio colapasta.

Franco si sedette in mezzo alla cucina a controllare il lavoro.

Quando buttavo qualcosa, la annusava.

Quando sistemavo qualcosa, la annusava.

Quando mi fermavo, mi guardava.

Mi resi conto che stavo mettendo ordine perché qualcuno mi stava osservando vivere.

Sembra stupido.

Ma la solitudine cambia perfino il modo in cui tieni una casa.

Quando sei solo puoi dirti:

“Domani.”

Lavo domani.

Cucino domani.

Sistemo domani.

Mi rimetto in piedi domani.

Dopo un po’, “domani” comincia ad assomigliare troppo a “mai”.

Franco non conosceva il domani.

Aveva fame oggi.

Voleva un posto caldo oggi.

Voleva la porta aperta oggi.

La sua presenza era scomoda.

E proprio per questo mi faceva bene.

Cominciai a rifare il letto.

A lavare i piatti la sera.

Comprai uova, pane, pomodori.

Una confezione di cibo per gatti che costava più di quanto avessi previsto.

Al magazzino, però, le cose peggioravano.

Una volta lavoravo cinque giorni.

Adesso potevano essere quattro.

O tre.

Il responsabile dava gli orari il venerdì.

Tutti facevamo finta di non essere preoccupati.

Ma appena arrivava il foglio, ognuno tirava fuori il telefono e iniziava a fare conti.

Affitto.

Luce.

Benzina.

Spesa.

Una settimana mi assegnarono soltanto quattro turni corti.

Guardai il foglio.

Il responsabile mi disse:

«Purtroppo stiamo facendo sacrifici tutti.»

Era una di quelle frasi dette da chi sa che il sacrificio, per lui, pesa in modo diverso.

Piegai il foglio.

Me lo misi in tasca.

Quella sera Franco mi aspettò davanti alla porta.

Non come un cane.

Lui non avrebbe mai ammesso di essere contento.

Comparve semplicemente nel corridoio.

Mi lasciò grattare il mento per qualche secondo.

Poi andò verso la cucina.

Come a dire:

“Abbiamo già esagerato con i sentimenti. Adesso cena.”

Qualche giorno dopo Teresa mi fermò.

Franco era seduto dietro il vetro della finestra.

«Alla fine è entrato.»

Finsi indifferenza.

«Solo per il temporale.»

Teresa indicò il gatto.

«Certo. E io sono la regina d’Inghilterra.»

Poi diventò seria.

«Hai letto bene il contratto d’affitto?»

Mi si strinse lo stomaco.

L’avevo letto.

Animali soltanto con autorizzazione scritta del proprietario.

Cauzione aggiuntiva in caso di danni.

Documentazione veterinaria.

Pulizia finale a carico dell’inquilino.

«Non è esattamente mio.»

Teresa sbuffò.

«Giovanni, dorme nel tuo letto.»

Aveva ragione.

Mi avvertì che in primavera il proprietario faceva controllare gli appartamenti.

Caldaia.

Rubinetti.

Infissi.

Piccoli lavori.

«Te lo dico perché è meglio saperlo prima.»

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