Per anni avevo detto a mio figlio di stare lontano dal vicino tatuato. Poi lo trovai davanti alla terapia intensiva con un gatto ferito.
Gli misi entrambe le mani sul petto e lo spinsi con tutta la forza che avevo.
«Stai lontano da mio figlio!»
La mia voce rimbombò nel corridoio dell’ospedale.
Due infermiere mi afferrarono per le braccia mentre io continuavo a dibattermi. Davanti a me c’era Arturo, il vicino che per cinque anni avevo indicato a mio figlio come l’uomo da evitare.
Sessantadue anni, quasi due metri, giubbotto di pelle consumato, braccia coperte di vecchi tatuaggi e una cicatrice che gli attraversava il mento.
Nel quartiere dicevano di tutto su di lui.
Che aveva un brutto carattere.
Che aveva passato anni nell’esercito.
Che viveva solo perché nessuno riusciva a sopportarlo.
Io non sapevo quanto ci fosse di vero.
Ma avevo fatto quello che fanno tante madri quando hanno paura di ciò che non conoscono.
Avevo giudicato.
«Lorenzo, se lo incontri, cambia marciapiede.»
Glielo avevo ripetuto decine di volte.
E ora Arturo era davanti alla stanza di mio figlio diciassettenne, mentre Lorenzo lottava per restare vivo.
Venti minuti prima avevo ricevuto la telefonata che divide la vita di una madre in un prima e un dopo.
«Signora, suo figlio è stato portato in ospedale. È grave.»
Aveva ingerito dei farmaci che tenevo in casa.
Non ricordo nemmeno come arrivai in ospedale.
Ricordo solo le porte automatiche.
Le luci bianche.
Il rumore delle mie scarpe.
E Arturo.
«Che cosa gli hai fatto?» urlai.
Lo colpii ancora sul petto.
«Che cosa gli hai dato? Perché eri a casa mia?»
Arturo non alzò le mani.
Non reagì.
Mi guardò soltanto.
Aveva gli occhi rossi.
Stanchi.
Poi un agente uscì dalla stanza di Lorenzo.
«Signora.»
Si mise tra noi.
«Quest’uomo non ha fatto del male a suo figlio.»
Io continuavo a piangere.
«Allora perché è qui?»
L’agente abbassò la voce.
«Perché se non fosse stato per lui, probabilmente suo figlio non sarebbe arrivato vivo in ospedale.»
Mi mancò l’aria.
Guardai Arturo.
Lui teneva in mano un vecchio trasportino di plastica, crepato in due punti e tenuto insieme con del nastro adesivo.
Da dentro arrivò un miagolio rauco.
Arturo si schiarì la gola.
«Non sono stato io a capire che qualcosa non andava.»
Abbassò gli occhi.
«È stato Barnaba.»
Aprì lo sportello.
Ne uscì lentamente il gatto più malconcio che avessi mai visto.
Un grosso soriano arancione.
Mezzo orecchio sinistro mancante.
Un occhio chiuso da una vecchia cicatrice.
Pelo irregolare.
Corpo magro.
E le zampe anteriori avvolte nelle garze.
Il gatto si strinse contro gli scarponi di Arturo.
«Che cosa è successo?» sussurrai.
Arturo accarezzò appena il trasportino.
«Barnaba non si fida di nessuno. Quando l’ho trovato anni fa viveva tra i cassonetti dietro un capannone abbandonato. Per mesi non mi ha lasciato avvicinare.»
Fece una pausa.
«Stanotte, invece, verso l’una, ha cominciato a urlare.»
Barnaba aveva iniziato a lanciarsi contro la finestra del soggiorno di Arturo.
Quella finestra guardava direttamente verso la camera di Lorenzo, dall’altra parte del piccolo cortile che separava le nostre case.
Arturo aveva provato a calmarlo.
Il gatto continuava a graffiare il vetro, agitato, fissando la finestra di mio figlio.
Alla fine Arturo aveva guardato anche lui.
La luce della camera era accesa.
Lorenzo era immobile accanto alla scrivania.
Arturo aveva capito subito che qualcosa non andava.
Aveva attraversato il cortile.
Aveva chiamato i soccorsi.
Poi era entrato in casa per raggiungerlo.
Era rimasto con lui fino all’arrivo dell’ambulanza.
Io mi lasciai cadere su una sedia di plastica.
In quel momento non provai gratitudine.
Non subito.
Provai vergogna.
Io ero sua madre.
Dormivo a pochi metri da lui.
E un gatto mezzo cieco, dall’altra parte del cortile, aveva capito prima di me che mio figlio stava sprofondando.
Arturo si sedette accanto.
Dalla tasca del giubbotto tirò fuori un quaderno nero.
Lo riconobbi.
Era il quaderno da disegno di Lorenzo.
Una volta me lo mostrava continuamente.
Da piccolo riempiva fogli di locomotive, ulivi, facce dei vicini, mani dei nonni.
Poi aveva smesso.
«Sono cose mie, mamma.»
Io avevo pensato che fosse normale.
Diciassette anni.
Ormoni.
Scuola.
Il carattere che cambia.
E poi io avevo altro a cui pensare.
Lavoravo in una trattoria alla periferia di Bologna.
Pranzi, cene, matrimoni, domeniche.
Facevo turni doppi appena potevo.
Mettevo via soldi.
Poco alla volta.
Per l’università.
Perché mio figlio non dovesse fare la mia vita.
Era questa la frase che ripetevo.
Non dovrai fare la mia vita.
Come se la mia fosse una disgrazia.
Come se il suo futuro potesse essere costruito soltanto evitando tutto ciò che somigliava al mio presente.
Arturo mi porse il quaderno.
«Era sulla scrivania.»
Le mani mi tremavano.
Pensavo di trovare parole di rabbia.
Un addio.
Invece trovai Barnaba.
Pagina dopo pagina.
Barnaba sul davanzale.
Barnaba sotto la pioggia.
Barnaba addormentato.
Barnaba che guardava una falena.
Barnaba sotto la luce gialla del lampione.
Decine di disegni.
Accanto, piccole frasi.
In una pagina Lorenzo aveva scritto:
Siamo uguali. Tutti e due un po’ rotti. Tutti e due facciamo paura alle persone quando ci guardano troppo da vicino.
Non riuscii a continuare.
Arturo fissava il pavimento.
«Quando lei lavorava la sera, suo figlio lasciava la finestra aperta.»
Alzai lo sguardo.
«Come lo sai?»
«Barnaba usciva.»
Il gatto si era abituato a raggiungere il davanzale della camera di Lorenzo.
Non si faceva accarezzare.
Lorenzo non cercava di prenderlo.
Semplicemente stavano lì.
Uno dentro.
Uno fuori.
Due creature diffidenti, sedute nel buio, senza chiedersi spiegazioni.
Per mesi.
Io tornavo dal lavoro convinta che Lorenzo stesse dormendo.
Lui invece sedeva alla finestra con un vecchio gatto randagio che sembrava capire la sua solitudine meglio di tutti noi.
Arturo si passò una mano sul viso.
«So cosa vuol dire avere la testa piena di buio.»
Non parlava mai di sé.
Quella fu la prima volta.
Anni prima, dopo essere tornato a casa da un lungo periodo lontano, aveva attraversato mesi in cui non riusciva più a immaginarsi utile a nessuno.
Poi, una notte, aveva sentito rumore vicino ai bidoni.
Aveva trovato un gattino arancione ferito e infreddolito.
Barnaba.
«Non avevo nessun grande progetto», disse.
«Dovevo soltanto arrivare alla mattina perché quella bestia dipendeva da me.»
Guardò il gatto.
«A volte non riesci a trovare una ragione abbastanza grande per te stesso. Allora ne trovi una piccola. Gli prepari da mangiare. Gli cambi una coperta. Ti alzi perché lui ti aspetta.»
Poi indicò la porta di Lorenzo.
«Suo figlio sa che lei gli vuole bene.»
Mi guardò.
«Ma forse deve ancora capire che la sua presenza serve a qualcuno.»
Quando il medico uscì, mi sembrò improvvisamente vecchissimo.
«È stabile.»
Le gambe quasi mi cedettero.
Lorenzo sarebbe sopravvissuto.
Entrai nella stanza con Arturo.
E con Barnaba.
Mio figlio sembrava ancora un bambino in quel letto enorme.
Quando aprì gli occhi, cominciò a piangere.
«Scusa, mamma.»
Gli strinsi la mano.
Non gli chiesi come aveva potuto farmi una cosa simile.
Non gli dissi che doveva pensare a noi.
Per una volta non parlai della mia paura.
Gli dissi soltanto:
«Mi dispiace che tu sia stato così male senza riuscire a farmelo capire.»
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