Restituirono Nino dopo appena sei giorni perché piangeva davanti alla porta della camera. Poi un vedovo di 74 anni disse una frase che cambiò tutto.
Sul foglio attaccato al trasportino c’era scritto soltanto:
“Restituito perché vocalizza insistentemente davanti alle porte chiuse.”
Niente graffi ai mobili.
Niente morsi.
Niente pipì sui tappeti.
Piangeva.
Tutto lì.
Lessi quella frase tre volte nel retro del piccolo rifugio dove facevo volontariato, alla periferia di Bologna.
Nino era rannicchiato nell’angolo del trasportino, il pelo arancione spento sotto la luce al neon, gli occhi grandi e stanchi.
Non soffiava.
Non cercava di graffiare.
Mi guardava soltanto.
Come se avesse già capito cosa significava essere riportato indietro.
Avevo cinquantasei anni, vivevo sola da quasi sette e, quella sera, avevo già abbastanza problemi per conto mio.
L’affitto era aumentato.
La caldaia faceva un rumore inquietante.
Il vicino del piano di sopra sembrava convinto che mezzanotte fosse l’orario ideale per trascinare mobili.
E io non dormivo bene da giorni.
L’ultima cosa che desideravo era un gatto che piangesse tutta la notte.
Ma il rifugio era pieno.
Così pronunciai una delle bugie più pericolose che una donna della mia età possa raccontarsi.
“Lo porto a casa solo fino a lunedì.”
A casa gli misi una ciotola vicino alla cucina.
Il mio appartamento non era niente di speciale.
Un soggiorno piccolo.
Una camera.
Un corridoio stretto.
Un divano che aveva ormai più anni del matrimonio di mia sorella.
Nino uscì dal trasportino, annusò le gambe del tavolo, guardò sotto il termosifone e poi si sedette vicino ai miei piedi mentre lavavo una tazzina.
Ogni tanto alzava gli occhi verso di me.
Non sembrava pretendere nulla.
Controllava.
Solo questo.
Quando andai a dormire, entrai in camera e chiusi la porta per abitudine.
Per qualche secondo ci fu silenzio.
Poi arrivò quel suono.
Un miagolio piccolo.
Spezzato.
Quasi una domanda.
Rimasi immobile.
Ne arrivò un altro.
Poi un altro ancora.
Non era il verso capriccioso di un gatto che voleva giocare.
Sembrava il pianto di qualcuno che aveva già visto troppe porte chiudersi.
Mi sedetti sul letto.
“Passerà,” pensai.
Dopotutto lo diciamo sempre.
Si abituerà.
Gli passerà.
Deve imparare.
Dopo cinque minuti mi alzai.
Aprii la porta.
Nino non corse dentro.
Non fece festa.
Mi guardò, emise ancora quel piccolo suono rauco e passò accanto alle mie gambe.
Saltò sulla cassapanca ai piedi del letto, girò due volte su se stesso e si sdraiò.
Fine.
Non voleva stare sul cuscino.
Non pretendeva carezze.
Non voleva svegliarmi.
Voleva soltanto che la porta restasse aperta.
Quella notte dormì profondamente.
La seconda sera provai di nuovo a chiuderla.
Lo ammetto.
Volevo essere sicura.
Il primo miagolio arrivò quasi subito.
Aprii la porta dopo dieci secondi.
Lui entrò, saltò sulla cassapanca e si addormentò.
Fu allora che capii una cosa.
Nino non aveva paura di dormire da solo.
Aveva paura di essere lasciato fuori.
Il lunedì mattina, mentre ero al rifugio, entrò un uomo alto e magro, con una camicia a quadri perfettamente stirata e quella delicatezza nei gesti che hanno certe persone quando vivono sole da troppo tempo.
Si chiamava Giorgio.
Aveva settantaquattro anni.
Sua moglie, Teresa, era morta l’anno precedente dopo quarantotto anni di matrimonio.
“Cerco il gatto arancione,” disse. “Quello con gli occhi tristi.”
Gli raccontai tutto.
Anche la parte della porta.
“Devo essere chiara,” gli dissi. “Se chiude la camera, lui piange.”
Giorgio guardò Nino.
Poi guardò me.
E rispose come se fosse la cosa più semplice del mondo.
“Allora non chiuderò la porta.”
Mi voltai verso la scrivania fingendo di cercare un modulo.
In realtà avevo bisogno di qualche secondo per rimettermi insieme.
Tre settimane dopo passai da casa sua per portargli un sacco di crocchette.
Giorgio viveva in una palazzina anni Sessanta in un quartiere dove i balconi erano ancora pieni di gerani e la gente sapeva chi aveva lasciato la macchina in doppia fila prima ancora di scendere in strada.
La porta della camera era aperta.
Nino dormiva sopra una coperta piegata ai piedi del letto.
“Verso le due si sveglia,” mi raccontò Giorgio. “Alza la testa, mi guarda e poi torna a dormire.”
Sorrise.
“Deve controllare che io sia ancora qui.”
Quella frase mi rimase dentro.
Perché Giorgio la disse come se stesse parlando soltanto del gatto.
Ma non era così.
Anche lui, dopo la morte di Teresa, aveva iniziato a lasciare accesa la televisione in soggiorno mentre cucinava.
Anche lui dormiva male.
Anche lui si svegliava nel cuore della notte e tendeva la mano verso una metà del letto che non apparteneva più a nessuno.
Nino controllava Giorgio.
Giorgio controllava Nino.
Due creature spaventate dalla stessa cosa, anche se nessuno dei due avrebbe saputo dirlo.
Dall’essere rimasti soli.
Pensai che la storia fosse finita lì.
Mi sbagliavo.
Tre mesi dopo ricevetti una telefonata.
“Voi riprendete anche gli animali già adottati?”
Riconobbi subito la voce della figlia di Giorgio.
Elena.
Non sembrava cattiva.
Sembrava esausta.
“Mio padre è caduto. È in riabilitazione. Io non posso tenere il gatto.”
Quando arrivai a casa di Giorgio, trovai Nino nel trasportino vicino al divano.
La camera da letto era chiusa.
Nino non piangeva.
Quella fu la cosa peggiore.
Era seduto in silenzio, con il corpo raccolto su se stesso.
“Cos’è successo?”
Elena si passò entrambe le mani sui capelli.
“Mio padre si è alzato durante la notte. È caduto in bagno. Ha battuto una spalla e la testa. La vicina l’ha trovato la mattina dopo.”
“Ha inciampato nel gatto?”
Elena esitò.
“Quel gatto gli sta sempre fra i piedi.”
Non era una risposta.
Guardai la porta chiusa della camera.
Nino seguì il mio sguardo.
E fece un solo verso.
Piccolissimo.
Elena chiuse gli occhi.
“Ecco. Vedi?”
La guardai.
“Piangere non è un reato.”
Lei si irrigidì.
“E mio padre ha settantaquattro anni, vive da solo ed è rimasto per ore sul pavimento del bagno. Perdonami se oggi ho problemi più grossi del fatto che il gatto sia triste.”
Aveva ragione.
Almeno in parte.
Ed era proprio questo a rendere tutto difficile.
Nella vita vera raramente trovi un santo da una parte e un mostro dall’altra.
Più spesso trovi due paure che si scontrano.
Elena aveva un figlio adolescente.
Un lavoro a tempo pieno.
Una suocera che cominciava ad avere problemi di memoria.
Un mutuo.
Una casa dove già viveva un altro animale e un ragazzo allergico ai gatti.
Era terrorizzata dall’idea che suo padre potesse cadere di nuovo.
Io ero terrorizzata dall’idea che, nel tentativo di proteggerlo, tutti cominciassero a togliergli le poche cose che gli facevano ancora desiderare di tornare a casa.
Presi Nino.
Prima di uscire chiesi dove fosse ricoverato Giorgio.
Elena mi scrisse l’indirizzo sul retro di una bolletta.
Poi disse:
“Digli che il gatto sta bene.”
Fece una pausa.
“Ma non dirgli che l’ho riportato indietro.”
“E cosa dovrei dirgli?”
Elena mi guardò.
“Non lo so.”
Fu la frase più sincera che pronunciò quel giorno.
Al rifugio Nino entrò nella gabbia, fece un giro sulla coperta e si mise con il muso rivolto verso il muro.
Un ragazzo che aiutava nel fine settimana lesse il foglio.
“Ancora restituito?”
Una volontaria più giovane sospirò.
“Forse non dovremmo dare animali così dipendenti a persone anziane che vivono sole.”
Dal lavandino, Carlo, un pensionato di sessantasette anni che veniva ogni mattina a pulire le ciotole, si girò.
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