Entrò al gattile per un cucciolo, ma una gatta adulta le offrì qualcosa che non dimenticò mai

Entrai al gattile per un cucciolo, ma una gatta adulta mi offrì il suo unico orsetto come affitto per essere amata.

«Cerco un gattino piccolo.»

Lo dissi prima ancora che la volontaria finisse di chiudere la porta alle mie spalle.

Avevo cinquantasei anni, vivevo da sola in un appartamento alla periferia di Modena e mi ero preparata quella frase per tutto il tragitto.

Un gattino.

Piccolo, allegro, senza passato.

Una cosa semplice.

Avevo già abbastanza pesi.

Le bollette sul tavolo della cucina, mia madre che cominciava ad avere bisogno di me più di quanto volesse ammettere, un lavoro dove ero diventata quella che risolveva sempre i problemi degli altri.

E poi quella casa.

Da quando il mio matrimonio era finito, il silenzio aveva cominciato a fare rumore.

La sera sentivo il frigorifero accendersi dalla camera da letto.

Sentivo l’ascensore fermarsi ai piani.

Sentivo il vicino trascinare una sedia.

A volte lasciavo la televisione accesa senza guardarla solo perché una voce qualunque riempisse le stanze.

Per questo volevo un cucciolo.

Non perché avessi qualcosa contro i gatti adulti.

Mi raccontavo che fosse una scelta pratica.

Un gattino sarebbe cresciuto con me.

Nessuna vecchia abitudine.

Nessuna paura che non capivo.

Nessuna ferita lasciata da qualcun altro.

Un inizio pulito.

A cinquantasei anni ero diventata abbastanza brava a chiamare “praticità” ciò che in realtà era paura.

La volontaria annuì.

«Ne abbiamo tre arrivati da poco.»

Mi fece cenno di seguirla lungo il corridoio.

Fu lì che la vidi.

In una gabbia bassa, quasi in fondo.

Una gatta adulta, tigrata, con il pelo un po’ spento e un orecchio segnato da una vecchia cicatrice.

Non miagolava.

Non graffiava la rete.

Non cercava di attirare l’attenzione.

Stava seduta immobile con qualcosa tra i denti.

Un piccolo orsetto di pezza.

Era malridotto.

Un orecchio penzolava attaccato a due fili, la stoffa sulla pancia era consumata e da una cucitura usciva un ciuffetto d’imbottitura.

Sembrava uno di quei giocattoli che una nonna normale avrebbe buttato via dieci anni prima.

Mi fermai.

La gatta mi guardò.

Poi si alzò.

Fece tre passi.

Posò l’orsetto proprio davanti alla rete.

E aspettò.

«Che sta facendo?»

La volontaria tornò indietro.

Appena vide dove guardavo, il suo viso cambiò.

Non molto.

Solo quel piccolo movimento degli occhi che fanno le persone quando sanno già quale parte di una storia farà male.

«Lo fa spesso.»

«Cosa?»

«Porta l’orsetto davanti quando passa qualcuno.»

La gatta continuava a fissarmi.

«Perché?»

La volontaria abbassò la voce.

«È arrivata con quello. La famiglia che l’aveva prima non poteva più tenerla. Nei primi giorni non lasciava avvicinare nessuno. Restava in fondo alla gabbia con l’orsetto stretto sotto la pancia.»

Guardai quella cosa sfilacciata sul pavimento.

«E poi?»

«Poi ha iniziato a fare così. Quando qualcuno si ferma, glielo porta.»

«Come se volesse giocare?»

La volontaria esitò.

«A volte sembra quasi che voglia offrire la cosa più importante che ha.»

Sentii una stretta al petto.

Ma invece di ascoltarla, feci quello che avevo sempre fatto quando qualcosa diventava troppo vero.

Mi difesi.

«Be’, magari è solo un’abitudine.»

«Può darsi.»

La volontaria non insistette.

Fu quella gentilezza a farmi sentire peggio.

Guardai verso la stanza dei cuccioli.

Ero venuta per quello.

Un gattino.

Una scelta felice.

Una storia semplice da raccontare.

“Mi sono presa un cucciolo.”

Fine.

Feci persino due passi.

Poi arrivò una coppia.

Si fermò davanti alla gabbia della gatta.

Lei si illuminò.

Prese l’orsetto.

Corse alla rete e lo lasciò davanti a loro.

La donna la guardò appena.

«È già grande.»

L’uomo disse qualcosa sottovoce.

Poi proseguirono verso i cuccioli.

La gatta rimase ferma.

Dopo qualche secondo riprese l’orsetto e tornò lentamente nell’angolo.

Non fu il rifiuto a colpirmi.

Di rifiuti ne avevo visti abbastanza nella vita.

Fu il fatto che ci riprovasse.

Ogni volta.

Come se pensasse ancora che, offrendo abbastanza, qualcuno sarebbe rimasto.

Mi venne in mente mia madre.

Ottantadue anni e ancora incapace di lasciarmi uscire da casa sua senza infilarmi in mano un contenitore di lasagne.

«Portale via, tanto qui avanzano.»

Non avanzavano mai.

Le preparava apposta.

Mi venne in mente mio padre, morto anni prima.

Ogni volta che aveva litigato con mamma tornava a casa con qualcosa.

Una rivista.

Una confezione di paste.

I mandarini che lei amava.

Non chiedeva scusa.

Portava qualcosa.

Mi venne in mente me stessa.

Le domeniche a tavola.

Le cene con amici.

Il lavoro.

Il matrimonio.

Quante volte avevo offerto il mio tempo, il mio silenzio, la mia pazienza soltanto per poter dire a me stessa che ero una brava persona?

Quante volte avevo fatto la bella figura mentre dentro ero stanca da morire?

Improvvisamente il mio famoso “inizio pulito” mi sembrò una scusa da bambina.

Non volevo qualcosa senza ferite.

Volevo qualcosa che non mi ricordasse le mie.

Tornai davanti alla gabbia.

Mi accovacciai.

La gatta mi guardò da lontano.

Poi afferrò di nuovo l’orsetto.

Questa volta avanzò piano.

Lo depose tra noi.

Io non toccai il giocattolo.

Avvicinai invece due dita alla rete.

«Questo puoi tenertelo.»

Lo dissi sottovoce.

La volontaria mi sentì lo stesso.

Io continuai a guardare la gatta.

«Non devi pagare per venire a casa.»

Passò qualche secondo.

Poi alzai la testa.

«Come si chiama?»

«Nina.»

«Porto a casa Nina.»

Due anni dopo, quell’orsetto dormiva ancora con noi.

Dico “con noi” perché Nina aveva impiegato meno di un mese a convincersi che metà del mio letto fosse di sua proprietà.

All’inizio, però, non fu così.

Per tre giorni restò quasi sempre in bagno.

Avevo preparato una coperta, le ciotole e una scatola aperta dove potesse nascondersi.

Mangiava quando non la guardavo.

Beveva di notte.

E spostava continuamente l’orsetto.

Dalla coperta alla scatola.

Dalla scatola vicino alla porta.

Dalla porta dietro il bidet.

Come se la posizione di quel pupazzo potesse decidere se fosse al sicuro.

Non la forzai.

A quell’età avevo finalmente imparato almeno una cosa: quando qualcuno ha paura, tirarlo fuori a forza non significa aiutarlo.

Dopo una settimana cominciò a esplorare il corridoio.

Si muoveva piano.

Con discrezione.

Era una gatta che sembrava chiedere permesso anche al pavimento.

Non saltava sui mobili.

Non pretendeva.

Non rovesciava nulla.

Non faceva quelle pazzie che la gente racconta ridendo dei gattini.

Nina aveva imparato a occupare poco spazio.

E quella cosa mi spezzava il cuore più di qualsiasi miagolio.

La prima sera in cui venne in soggiorno mentre ero sul divano, portò l’orsetto.

Lo posò a quasi due metri da me.

Poi arretrò.

«Grazie.»

Finsi di guardare il televisore.

Lei rimase lì.

Dopo dieci minuti riprese il pupazzo.

Lo portò mezzo metro più vicino.

«Te l’ho detto che puoi tenerlo.»

Non so perché continuassi a parlarle.

Forse perché certe guarigioni iniziano proprio così.

Con conversazioni ridicole che nessuno sente.

La quinta sera Nina saltò sul divano.

Non sulle mie gambe.

Sul cuscino più lontano.

Naturalmente con l’orsetto.

Lo posò tra noi.

Poi si sedette guardando dritto davanti a sé, come fanno certe persone al primo appuntamento quando hanno paura persino di voltare la testa.

Io rimasi immobile.

Dopo un po’ si sdraiò.

Poi mise una zampa sull’orsetto.

Passò ancora qualche minuto.

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