Lasciò la sua gatta morente sul bancone dopo aver sentito il prezzo. Lo odiai all’istante. Poi trovai un biglietto che mi fece vergognare.
«Se non posso pagare tutto… cosa le succede?»
L’uomo aveva settantatré anni, un cappotto consumato sui gomiti e un berretto stretto tra le mani.
Davanti a lui, sul bancone della piccola clinica veterinaria dove lavoravo alla periferia di Bologna, c’era un trasportino di plastica scolorita.
Dentro, una gatta anziana respirava male.
Piano.
Troppo piano.
Erano quasi le dieci di sera e stavamo chiudendo. Avevo già spento metà delle luci della sala d’attesa. Il pavimento aspettava ancora lo straccio, il caffè nella mia tazza era freddo da almeno un’ora e io pensavo soltanto al letto.
Poi il campanello sopra la porta aveva suonato.
Una volta sola.
Debole.
Come se anche lui fosse stanco.
L’uomo era entrato tenendo quel trasportino con entrambe le mani, non come si tiene un oggetto, ma come si regge qualcosa che potrebbe rompersi per sempre.
«Per favore», aveva detto. «La mia gatta non sta bene.»
Non serviva essere veterinari per capirlo.
La gatta non protestava.
Non miagolava.
Non cercava nemmeno di uscire.
Era sdraiata su un fianco, gli occhi socchiusi, il respiro corto.
La portammo subito dietro.
La dottoressa Marta la visitò, fece alcuni controlli e tornò dall’uomo con quella voce che noi impariamo ad avere quando dobbiamo dire una verità senza schiacciare chi la riceve.
Servivano cure immediate.
Ossigeno.
Farmaci.
Esami.
Forse un ricovero.
Poi arrivò il preventivo.
L’uomo lo guardò.
Non protestò.
Non alzò la voce.
Non chiese sconti.
Non disse che eravamo ladri, come purtroppo capitava qualche volta.
Fissò semplicemente il foglio.
Poi guardò il trasportino.
«Se non posso pagare tutto… cosa le succede?»
Nessuno rispose subito.
E credo che quel silenzio gli abbia detto più di qualunque spiegazione.
Si chinò.
Infilò due dita attraverso lo sportello e sfiorò la zampa della gatta.
«Mimì», sussurrò.
Fu la prima volta che sentii il suo nome.
Poi l’uomo si raddrizzò lentamente.
«Fate almeno quello che è più umano per lei.»
Lo disse senza piangere.
Questo, stranamente, mi fece arrabbiare ancora di più.
Si girò.
Aprì la porta.
E se ne andò.
Così.
Io rimasi a guardare la porta chiusa con il sangue che mi bolliva dentro.
Lo giudicai.
Subito.
Senza esitazione.
Pensai tutte quelle frasi che si dicono con tanta facilità quando il problema appartiene agli altri.
Se prendi un animale devi potertene occupare.
L’amore è bello finché non arriva il conto.
Facile voler bene quando non costa niente.
Ero furiosa.
Perché noi restavamo lì.
Noi vedevamo gli animali soffrire.
Noi dovevamo raccogliere i pezzi delle decisioni altrui.
Poi andai a sistemare il trasportino.
Sotto Mimì c’era uno strofinaccio da cucina.
Non una coperta comprata apposta.
Uno di quegli strofinacci vecchi che nelle case italiane non si buttano mai, perché «può sempre servire».
Era consumato quasi fino a diventare trasparente.
Ma profumava di bucato.
Era pulito.
Piegato con cura.
Dentro una bustina per alimenti trovai alcuni pezzetti di carta.
Pensai fossero ricevute.
Li aprii.
C’era scritto:
“Medicina del mattino.”
“Medicina della sera.”
“Scaldare la pappa pochi secondi.”
“Acqua fresca solo nella ciotola blu, dall’altra beve poco.”
“Lasciare la luce del corridoio accesa quando dorme.”
“A Mimì piace sentire qualcuno vicino.”
Lessi tutto una seconda volta.
Poi vidi l’ultimo biglietto.
La scrittura tremava.
“Per favore, se succede qualcosa, non lasciatela svegliare da sola.”
Mi sedetti sullo sgabello di metallo.
Di colpo non ero più arrabbiata.
O almeno non nello stesso modo.
Le persone indifferenti non lavano uno strofinaccio cento volte per farne un cuscino.
Le persone indifferenti non annotano quale ciotola preferisce una gatta.
Le persone indifferenti non hanno paura che un animale apra gli occhi senza trovare nessuno.
Tornai al bancone.
Lì c’erano dei soldi.
Tre banconote stropicciate.
Monete da due euro, da uno, da cinquanta centesimi.
Aveva lasciato tutto quello che aveva nel portafoglio.
Non bastava.
Nemmeno lontanamente.
Ma aveva svuotato le tasche.
Fu in quel momento che la storia che mi ero raccontata su di lui cominciò a rompersi.
Mimì superò le prime ore.
A fatica.
Alle due di notte mi sedetti vicino alla gabbia durante la pausa.
Ogni tanto apriva gli occhi e guardava verso la porta.
Come se aspettasse qualcuno.
Fu quella la parte peggiore.
Non i tubi.
Non il rumore delle macchine.
L’attesa.
Verso le sei meno un quarto, il campanello all’ingresso suonò di nuovo.
L’uomo era lì.
Non era nemmeno entrato del tutto.
Restava sulla soglia con il berretto in mano.
Aveva gli stessi vestiti della sera prima.
«È ancora viva?»
Solo quello.
Non chiese il prezzo.
Non chiese quanto mancasse.
Non chiese se poteva rateizzare.
«È ancora viva?»
Gli dissi di sì.
Il suo volto non si illuminò.
Sembrò semplicemente rompersi un po’ più lentamente.
Si sedette sulla sedia accanto alla parete.
Girò il berretto tra le mani per almeno un minuto.
Poi disse:
«Sono tornato a casa a cercare qualcosa da vendere.»
Io non risposi.
«Il televisore l’ho venduto il mese scorso.»
Silenzio.
«Poi gli attrezzi.»
Fece un piccolo sorriso senza allegria.
«Facevo il manutentore. Avevo chiavi inglesi vecchie di quarant’anni. Pensavo sarebbero morte con me.»
Deglutì.
«Ho venduto anche la poltrona buona.»
La poltrona buona.
Quella frase mi fece pensare immediatamente a mio padre.
Anche a casa nostra esisteva “la poltrona buona”.
Quella che non si buttava.
Quella dove sedeva il nonno dopo pranzo.
Quella che aveva visto domeniche, partite alla radio, nipoti addormentati, discussioni e Natali.
«Non ve lo dico perché voglio compassione», continuò. «Solo… non sono uscito perché non mi importava.»
Alzò gli occhi.
«Non riuscivo a sopportare l’idea che morisse sul pavimento del mio appartamento soltanto perché a me erano finiti i soldi.»
Quella frase uccise la mia rabbia.
Mi lasciò soltanto la vergogna.
La dottoressa Marta parlò ancora con lui.
Trovammo una strada diversa.
Meno completa.
Meno sicura.
Ma possibile.
Un trattamento essenziale che dava a Mimì una possibilità vera.
Lui ascoltò tutto come se persino sperare fosse diventato un lusso.
Per tre giorni tornò ogni mattina.
Portava lo stesso strofinaccio.
Si sedeva accanto alla gabbia.
Le parlava sottovoce.
Il quarto giorno Mimì sollevò la testa sentendo la sua voce.
Il quinto mangiò da sola.
Quando finalmente gli consegnammo il trasportino, le mani dell’uomo tremavano più di quando ce l’aveva portato.
«Grazie», disse.
Io avrei voluto dirgli: “Mi dispiace.”
Ma non ebbi il coraggio.
Pensai che non servisse.
Pensavo che la storia fosse finita lì.
Mi sbagliavo.
Una settimana dopo tornò con una torta fatta in casa coperta da carta stagnola.
Non c’era Mimì.
Solo lui, la torta e una busta di carta.
«Non doveva», dissi.
«Lo so.»
Spinse il piatto verso di me.
«Crostata. Marmellata di albicocche. Quella del supermercato, eh. Non facciamo miracoli.»
Mi scappò da ridere.
Lui sorrise.
Dentro la busta c’era un foglio a quadretti piegato a metà.
Davanti aveva scritto:
“PER QUELLI DEL TURNO DI NOTTE.”
Dentro:
“Grazie per aver curato Mimì come se appartenesse a qualcuno importante.”
Rimasi immobile.
Quella frase mi arrivò addosso peggio di un rimprovero.
Perché Mimì apparteneva a qualcuno importante.
A lui.
E questo avrebbe dovuto bastare.
«Io mi chiamo Giovanni», disse l’uomo.
Mi resi conto che fino a quel momento nessuno glielo aveva chiesto davvero.
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