Alle tre di notte dovevano abbattere Nerone, ma ciò che fece un uomo nel recinto lasciò tutti senza parole

Alle tre di notte mi chiamarono per abbattere uno stallone impazzito dal dolore. Otto mesi dopo scoprii chi aveva provocato l’incendio che gli aveva portato via tutto.

«Se non riesci a calmarlo adesso, dobbiamo farla finita.»

La veterinaria quasi urlava per superare il rumore delle sirene.

Aveva una grossa siringa stretta nella mano destra e tremava così forte che l’ago batteva contro il flacone.

Quando arrivai al podere, sulle colline sopra Grosseto, il fienile principale non esisteva quasi più.

Il tetto era crollato.

Le travi ancora accese sputavano scintille nel cielo nero e l’odore di legno bruciato si mescolava a quello acre della plastica fusa.

Sei uomini della squadra antincendio stavano intorno al tondino di ferro.

Nessuno voleva avvicinarsi.

Dentro c’era Nerone.

Quasi cinquecento chili di muscoli neri, paura e rabbia.

Era stato recuperato anni prima da un branco semibrado della Maremma. Nessuno riusciva a gestirlo.

Nessuno, tranne Sara.

Sara Bianchi aveva trentotto anni, era veterinaria e aveva quella testardaggine che nei piccoli paesi viene considerata un difetto finché non salva qualcuno.

Per tre anni aveva lavorato con Nerone.

Mai frusta.

Mai forza inutile.

Ore intere passate appoggiata alla staccionata, aspettando che fosse lui a fare un passo.

La gente del paese rideva.

«Quella perde tempo con una bestia che prima o poi l’ammazza.»

Sara rispondeva sempre nello stesso modo.

«Non è cattivo. Ha paura.»

Quella notte, però, Sara non era accanto alla recinzione.

Due ore prima era entrata nel fienile in fiamme.

Aveva liberato Nerone tagliando la corda con cui era legato e lo aveva spinto verso l’uscita sul retro.

Lui era riuscito a uscire.

Lei no.

Una trave le era crollata addosso.

Adesso Nerone sembrava aver capito tutto.

Correva contro i pannelli.

Mordeva il ferro.

Si alzava sulle zampe posteriori e ricadeva con una violenza che faceva tremare il terreno.

Uno degli uomini aveva già due costole rotte dopo aver provato ad avvicinarsi.

«Carlo, non entrare.»

Il maresciallo del paese mi afferrò per il giaccone.

«Quello ti ammazza.»

Avevo sessantadue anni.

Camminavo male per una vecchia ferita alla gamba.

Il lato sinistro della mia faccia era pieno di cicatrici da ustione.

Le mani sembravano radici di ulivo.

Da molti anni parlavo più volentieri con i cavalli che con le persone.

Non risposi.

Aprii il cancello.

Entrai.

Poi lo richiusi alle mie spalle.

«Sei impazzito!» gridò qualcuno.

Non avevo corda.

Non avevo cavezza.

Non avevo mangime.

Nerone si impennò.

Gli zoccoli passarono abbastanza vicino alla mia testa da farmi sentire lo spostamento d’aria.

Gridò.

Non sembrava neppure il verso di un animale.

Sembrava dolore umano.

Io rimasi fermo.

Poi mi tolsi il giaccone.

Lo buttai fuori dal recinto.

E feci la cosa che nessuno sano di mente avrebbe fatto davanti a uno stallone terrorizzato.

Mi sedetti nel fango.

A gambe incrociate.

Con le mani sulle ginocchia.

Nerone si bloccò.

Mi fissò.

Aveva gli occhi spalancati e il petto che andava su e giù come un mantice.

«Lo so.»

Parlai piano.

Non con quella vocina dolce che usiamo quando vogliamo convincere un animale che va tutto bene.

Perché non andava tutto bene.

«Lo so cosa stai pensando.»

Nerone batté uno zoccolo.

«Pensi che dovevi restare là dentro.»

Un altro colpo contro il terreno.

«Pensi che se non fossi uscito, Sara sarebbe ancora viva.»

Gli uomini fuori dal recinto tacevano.

Io continuai.

«Anch’io ci ho messo trent’anni a capire che certe persone non muoiono perché noi siamo sopravvissuti.»

Nerone girò un orecchio verso di me.

Fu allora che raccontai una storia che non avevo mai raccontato interamente a nessuno.

Era l’estate del 1994.

All’epoca lavoravo negli incendi boschivi.

Mio fratello minore, Paolo, faceva parte della stessa squadra.

Quel pomeriggio eravamo su un costone dell’Appennino quando il vento cambiò all’improvviso.

Le fiamme salirono sulle chiome degli alberi.

Nel giro di pochi minuti ci trovammo chiusi dentro una gola.

Un pino bruciato cadde.

Intrappolò Paolo dalle gambe.

Provai a sollevare il tronco.

Non si muoveva.

Le fiamme arrivavano.

Paolo mi guardò.

Avevo ancora una bambina piccola a casa.

«Vai, Carlo.»

Io continuavo a tirare.

«Vai!»

Poi urlò una frase che per trent’anni avrei voluto dimenticare.

«Tua figlia ha bisogno di un padre. Corri!»

Io corsi.

E Paolo morì.

Davanti allo stallone, nel fango ghiacciato, lo dissi per la prima volta senza addolcire niente.

«Sono scappato.»

La voce mi si spezzò.

«Ho lasciato mio fratello lì.»

Nerone aveva smesso di camminare.

«Per trent’anni ho chiamato vigliaccheria quello che lui aveva chiamato amore.»

Abbassai gli occhi sulle mie mani.

«Ho rovinato il matrimonio. Ho smesso di vedere amici. Ho lasciato che mia figlia crescesse pensando che suo padre preferisse la montagna alla famiglia.»

Il fienile crepitava alle nostre spalle.

«Credevo che soffrire fosse il modo giusto per restare fedele a Paolo.»

Indicai ciò che rimaneva della stalla.

«Sara ti ha fatto uscire perché voleva che vivessi.»

Nerone respirò forte.

«Non ti ha liberato perché tu passassi il resto della notte a distruggerti contro una recinzione.»

Mi si riempirono gli occhi.

«Non possiamo restituire la vita a chi ci ha salvati.»

Il cavallo fece un passo.

«Possiamo soltanto decidere cosa fare con quella che ci hanno lasciato.»

Fece un altro passo.

Gli uomini dietro di me non si muovevano.

Nerone arrivò davanti alle mie ginocchia.

Abbassò lentamente il muso.

Sentii il suo respiro caldo sulla faccia.

Alzai una mano.

Gli toccai il collo.

Tremava.

Poi successe qualcosa che non ho mai saputo spiegare bene.

Non cadde a terra.

Cadde dentro.

Tutta quella furia si svuotò.

Chiuse gli occhi e appoggiò la testa sulla mia spalla.

Io gli misi entrambe le braccia intorno al collo.

Rimanemmo così per ore.

All’alba la veterinaria rimise la siringa nella borsa.

Otto mesi dopo avevo comprato il podere di Sara.

Ricostruito il fienile.

Rimesso in piedi le staccionate.

E Nerone era diventato un altro cavallo.

Due mattine alla settimana lo portavo in un centro della provincia dove seguivano ex militari e persone segnate da incidenti e traumi.

Nerone stava fermo in mezzo al maneggio.

Senza essere legato.

Lasciava che uomini e donne si appoggiassero al suo fianco.

Alcuni gli parlavano.

Alcuni piangevano.

Lui non si spostava.

Come se riconoscesse quella lingua silenziosa.

Una mattina la veterinaria venne per il controllo.

Guardò Nerone prendere una fetta di mela dalla mia mano.

«Ancora non capisco come tu abbia fatto a salvarlo quella notte.»

Accarezzai il cavallo.

«Hai capito male.»

Lei mi guardò.

«Non l’ho salvato io.»

Sorrisi appena.

«Eravamo due disgraziati dentro lo stesso incendio. Ci siamo solo mostrati a vicenda da che parte stava l’uscita.»

Tre giorni dopo, il ragazzo che aveva provocato quell’incendio comparve davanti al mio cancello.

Nerone lo vide prima di me.

Un istante stava annusando la brina.

Quello dopo diventò rigido.

Testa alta.

Orecchie indietro.

Poi partì verso la recinzione.

«Nerone!»

Lo stallone colpì le assi con il petto.

Dall’altra parte c’era un ragazzo magro, forse diciannove anni.

Giacca troppo grande.

Scarponi consumati.

Occhiaie profonde.

Aveva l’aria di uno che da mesi dormiva male e mangiava peggio.

Quando Nerone lo vide, lanciò lo stesso grido della notte dell’incendio.

Il ragazzo impallidì.

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