Lucia gli andò incontro.
«Se non mi abbracci adesso, giuro che partorisco qui per dispetto.»
Marco rise e pianse nello stesso momento.
La strinse piano, come se avesse paura di rompere qualcosa.
Poi si inginocchiò davanti alla pancia.
«Anna, sono papà.»
La bambina scalciò.
Lucia gli accarezzò i capelli.
«Ti ha riconosciuto.»
Marco pensò a Tito che correva dietro i camion.
Quella sera, seduti nella cucina di casa, raccontò tutto.
Non parlò delle parti più dure della missione. Quelle continuava a tenerle chiuse dentro.
Parlò del cane.
Della prima notte sotto il mezzo.
Della zampa fasciata.
Delle ore passate seduti insieme.
Della corsa sull’asfalto.
Lucia ascoltava con una mano sulla pancia.
Quando Marco finì, lei gli chiese soltanto:
«Dove si trova adesso?»
«In una struttura temporanea. Non so se riusciremo a portarlo qui.»
«Quanto costa?»
Marco esitò.
La cifra non era piccola.
Tra cure, controlli, trasporto e pratiche, servivano soldi che loro non avevano. Avevano appena comprato la culla, un passeggino usato e una lavatrice perché quella vecchia perdeva acqua.
Lucia aprì il cassetto della credenza.
Tirò fuori una busta.
«Questi erano per cambiare le finestre della cameretta.»
«No.»
«Marco.»
«No, Lucia. Non possiamo spendere tutto per un cane che non hai mai visto.»
Lei lo guardò a lungo.
«Io quel cane l’ho visto.»
«Dove?»
«Negli occhi che hai da quando sei tornato.»
Marco abbassò la testa.
Lucia gli spinse la busta davanti.
«Le finestre possono aspettare. Quello che ti ha tenuto in piedi laggiù, no.»
La notizia si sparse nel quartiere in tre giorni. Qualcuno la ingrandì, dicendo che Tito aveva salvato un intero reparto.
La verità era più semplice.
Non aveva salvato tutti. Aveva salvato Marco un poco alla volta, nelle notti in cui nessuno vedeva.
Il sabato mattina, il fornaio mise sul bancone una scatola di cartone con scritto a pennarello: “Per il cane del soldato.”
Marco la vide e arrossì.
«Non voglio elemosina.»
Il fornaio, un uomo di sessantotto anni con mani grandi e farina sui baffi, lo fissò male.
«Questa non è elemosina. È il quartiere che fa il quartiere.»
«Ma io posso arrangiarmi.»
«Certo. E noi possiamo decidere di non lasciarti arrangiare da solo.»
La signora Mirella del secondo piano portò cinquanta euro avvolti in un fazzoletto.
«Sono quelli che avevo messo da parte per il pranzo dell’anniversario,» disse. «Mio marito è morto da otto anni. Lui avrebbe fatto la stessa cosa.»
Il meccanico offrì di costruire una cuccia.
I ragazzi del bar organizzarono una cena nel cortile condominiale.
Le donne prepararono pasta al forno, polpette e crostate. Gli uomini sistemarono tavoli diversi, coperti con tovaglie che non combaciavano.
C’erano anziani, famiglie nuove, vedove, bambini e perfino il vicino che parcheggiava sempre davanti al passo carrabile. Per una volta, nessuno litigò.
Sul muro appesero una foto stampata male di Tito.
Marco rimase in piedi davanti a tutti, incapace di trovare le parole.
Vittorio era venuto apposta dal suo paese con una busta consegnata dagli uomini dell’unità.
«Questi sono per le spese che mancano,» disse.
Marco provò a rifiutare.
Vittorio lo fermò con uno sguardo.
«Rinaldi, certe volte bisogna imparare a ricevere. È più difficile che dare, lo so.»
A fine serata avevano raccolto abbastanza.
Non solo per il viaggio.
Anche per le cure.
Tito arrivò in Italia quasi tre mesi dopo.
Anna era nata da ventidue giorni.
Il trasportino venne portato fuori da un furgone in una zona riservata. Marco aveva le mani fredde nonostante fosse estate.
Lucia teneva la bambina in braccio.
Vittorio, Enrico e Aldo erano arrivati con le famiglie. Dietro le transenne c’erano anche il fornaio, Mirella, il meccanico e metà della via.
«Sembra una festa patronale,» mormorò Marco.
«Manca solo la banda,» disse Enrico.
Dal trasportino arrivò un movimento.
Tito uscì lentamente.
Era ingrassato un poco. Il pelo era stato pulito, ma l’orecchio restava piegato e la zampa posteriore gli dava ancora un’andatura storta.
Per un istante guardò intorno spaesato.
Poi sentì la voce di Marco.
«Tito.»
Il cane si immobilizzò.
Il muso si alzò.
Marco fece un passo.
Tito partì.
Non correva come quella mattina dietro il convoglio. Non ne aveva bisogno.
Correva verso qualcuno che questa volta era rimasto fermo ad aspettarlo.
Gli saltò addosso con tutto il peso che aveva e lo fece quasi cadere.
Marco rise, si inginocchiò e lo strinse forte.
Tito gli leccava il mento, il naso, le mani.
La gente applaudiva.
Mirella piangeva apertamente.
Vittorio guardava da un’altra parte, come se fosse interessatissimo a un cartello appeso al muro.
Lucia si avvicinò.
Tito si fermò davanti a lei e annusò la coperta della bambina.
Marco trattenne il fiato.
Il cane abbassò il muso con una delicatezza che nessuno si aspettava.
Anna mosse una mano e gli afferrò un ciuffo di pelo.
Tito non si ritrasse.
Lucia sorrise tra le lacrime.
«Ecco tua sorella.»
Da quel giorno, il quartiere adottò Tito quasi quanto Marco.
Il fornaio gli teneva da parte il pane secco. Mirella lo portava a passeggio quando Lucia era stanca. Il meccanico gli costruì una cuccia così robusta che, secondo Enrico, avrebbe resistito a un terremoto.
Tito però dormiva raramente nella cuccia.
Preferiva il tappeto accanto al letto di Marco.
Le prime settimane sembrarono serene.
Poi arrivarono le notti.
Marco si svegliava di colpo, con il cuore impazzito e la sensazione di non essere nella sua stanza.
Vedeva il soffitto di casa, ma sentiva ancora sirene lontane.
Lucia cercava di toccarlo.
Lui si scostava senza volerlo.
Una notte rovesciò il comodino.
Anna si mise a piangere nella stanza accanto.
Marco rimase seduto sul letto, le mani sul viso.
«Mi dispiace,» ripeteva. «Mi dispiace.»
Lucia non sapeva cosa dire.
Tito sì.
Si alzò, posò le zampe anteriori sul materasso e spinse il petto contro Marco.
L’uomo lo abbracciò come aveva fatto sulla strada polverosa.
Il respiro rallentò.
Il cuore smise di correre.
Da allora, ogni volta che Marco si agitava, Tito arrivava prima ancora che Lucia si svegliasse.
Non abbaiava.
Non faceva rumore.
Gli si metteva accanto e aspettava.
Marco cominciò anche a chiedere aiuto.
Fu Vittorio a convincerlo.
Lo fece durante un pranzo della domenica a casa sua, nel paese di montagna dove sua madre continuava a preparare cibo per un esercito anche quando a tavola erano in sei.
C’erano tagliatelle, coniglio al forno, patate e una bottiglia di vino aperta troppo presto.
Marco cercava di sembrare tranquillo.
Vittorio lo osservò per tutto il pranzo.
Quando gli altri andarono in cucina a prendere il dolce, gli disse:
«La bella figura serve solo a far credere agli altri che non stai affondando.»
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





