Ma con Marco era diverso.
Un mattino, il cane non si presentò alla mensa.
Marco lo trovò dietro un deposito, accucciato con una zampa sollevata. Aveva un taglio profondo sul cuscinetto e il sangue scuro impastato alla polvere.
«Vieni qui.»
Tito ringhiò piano.
Non per attaccare.
Per paura.
Marco si sedette a terra, a due metri da lui.
«Va bene. Non vengo. Però nemmeno tu puoi restare così.»
Rimasero immobili per dieci minuti.
Poi Tito abbassò il muso.
Marco avanzò lentamente, si tolse la maglietta sotto la divisa e ne strappò una striscia.
Gli pulì la ferita con l’acqua della borraccia e gli fasciò la zampa.
Il cane non si mosse.
Quando Marco finì, gli diede una carezza breve sulla testa.
«Non abituarti a me,» disse. «Io non sono permanente.»
Tito lo guardò come guardano i cani quando hanno già deciso che le parole degli uomini contano meno dell’odore delle loro mani.
Da quel giorno gli rimase vicino.
La sera, Marco si sedeva dietro la palazzina delle comunicazioni, dove il segnale arrivava meglio. Chiamava casa quando poteva.
Sua moglie, Lucia, viveva in una piccola città dell’Emilia, in un appartamento al terzo piano senza ascensore. Era incinta di sette mesi.
Marco vedeva la pancia crescere attraverso uno schermo che si bloccava ogni tre minuti.
«Si muove tantissimo,» gli diceva lei. «Secondo me avrà il tuo carattere.»
«Allora sei rovinata.»
Ridevano.
Poi cadeva il silenzio.
Perché entrambi sapevano che la bambina sarebbe potuta nascere prima del suo ritorno.
Lucia cercava di non fargli pesare la distanza. Gli raccontava del vicino che parcheggiava male, della madre che portava lasagne per dieci persone, della culla montata storta dal fratello.
Marco ascoltava e sorrideva.
Quando la chiamata finiva, restava seduto con il telefono in mano.
Tito arrivava senza essere chiamato.
Si sdraiava accanto a lui.
«Si chiamerà Anna,» gli disse una sera. «Mia figlia. Anna, come mia nonna.»
Il cane sbadigliò.
«Lei non lo sa, ma io ho paura.»
Tito sollevò un orecchio.
«Ho paura di tornare diverso. Ho paura che Lucia mi guardi e capisca che non sono più quello di prima. Ho paura di prendere in braccio mia figlia e sentirmi un estraneo.»
Il cane appoggiò il muso sul ginocchio di Marco.
«Tu almeno non dai consigli stupidi.»
Le notti peggiori erano quelle tranquille.
Quando non succedeva niente, la mente riempiva il silenzio con tutto quello che era successo prima.
Marco si svegliava sudato, convinto di sentire sirene, passi, metallo.
Usciva dalla branda per non disturbare gli altri.
Tito lo aspettava spesso fuori.
Non si sa come facesse.
Forse riconosceva il respiro.
Forse certi animali imparano il dolore degli uomini nello stesso modo in cui imparano il rumore di una ciotola.
Marco si sedeva a terra e il cane gli si metteva contro la schiena.
Niente parole.
Niente domande.
Solo calore.
Il giorno in cui arrivò l’ordine di partenza, la base esplose in un’attività nervosa.
Casse chiuse, documenti controllati, materiali contati tre volte. Ognuno pensava a casa, anche chi faceva finta di pensare soltanto al lavoro.
Enrico mostrava a tutti la foto della nipotina nata da due settimane.
Aldo parlava già del ragù che avrebbe preparato la domenica successiva.
Vittorio aveva ricevuto un messaggio dalla sorella: “Mamma non vuole iniziare a mangiare finché non arrivi tu.”
Sua madre aveva ottantadue anni e per lei un figlio che tornava significava ancora mettere il servizio buono sulla tavola.
Tito seguiva gli uomini tra i camion.
Annusava borse, casse, stivali.
Nessuno gli spiegò nulla.
Non per cattiveria.
Per vigliaccheria.
Tutti avevano capito che il cane sarebbe rimasto lì, ma nessuno voleva essere quello che avrebbe guardato Marco negli occhi dicendoglielo.
«Qualcuno del posto gli darà da mangiare,» disse Enrico.
«Sì,» rispose Aldo. «Si arrangia.»
Le frasi più crudeli spesso sono quelle pronunciate per tranquillizzare noi stessi.
Marco passò l’ultima sera seduto vicino al cancello con Tito accanto.
Aveva in mano un pezzo di pane, ma il cane non lo mangiò.
«Domani vado via.»
Tito guardava il piazzale.
«Tu resti qui.»
Il cane si voltò verso di lui.
Marco abbassò gli occhi.
«Non posso portarti in Italia come si porta una valigia. Ci sono controlli, permessi, soldi. E io nemmeno so se Lucia sarebbe d’accordo.»
Tito si avvicinò.
Marco gli prese il muso tra le mani.
«Non guardarmi così.»
Il cane chiuse gli occhi.
Marco rimase lì fino a tardi.
Poi si alzò.
Fece tre passi.
Tornò indietro e lo abbracciò forte.
«Perdonami.»
La mattina seguente, mentre i mezzi venivano messi in moto, Tito non si vedeva.
Marco si disse che era meglio così.
Forse era andato verso il paese.
Forse aveva capito.
Forse, non vedendoli partire, avrebbe sofferto meno.
Poi il convoglio si mosse.
E il cane uscì da dietro un muro correndo.
Dopo che Vittorio ordinò di caricarlo, cominciò la parte che nessuno racconta nelle storie semplici.
Perché fermare un convoglio per pietà richiede un minuto.
Portare davvero a casa un animale trovato in un luogo lontano richiede mesi, firme, visite, denaro e una pazienza che mette alla prova persino le buone intenzioni.
Al punto di raccolta, Tito venne controllato da un veterinario. Era disidratato, sottopeso e aveva una vecchia frattura saldata male a una zampa posteriore.
Aveva anche una piccola cicatrice sul collo, come se in passato avesse portato una corda troppo stretta.
Marco la vide e sentì salire una rabbia muta.
«Ce la fa?» chiese.
Il veterinario alzò le spalle.
«Se supera le prossime settimane, sì. Ma non può viaggiare subito. Servono esami, isolamento e documenti.»
Marco rimase in silenzio.
Il rientro degli uomini era fissato.
Tito non poteva partire con loro.
Per la seconda volta in due giorni, il cane rischiava di vedere Marco sparire.
Vittorio convocò i responsabili, fece telefonate, chiese permessi. Ricevette no, forse, vedremo.
Alla fine trovò una struttura civile temporanea che poteva accogliere Tito durante i controlli.
«Non è garantito che arrivi in Italia,» disse a Marco. «Devi capirlo.»
Marco annuì.
Ma quando lasciò Tito dietro una rete, il cane cominciò a girare su se stesso cercando un’uscita.
«Tornerò,» gli disse Marco.
La frase gli fece male appena uscì dalla bocca.
Perché Tito non aveva nessun motivo per credergli.
Durante il viaggio verso casa, Marco non riuscì a dormire.
Gli altri parlavano di mogli, figli, letti veri, caffè decente, domeniche senza sveglia.
Lui guardava una foto sfocata di Tito seduto davanti alla mensa.
Quando arrivò in Italia, Lucia lo aspettava con un pancione enorme e gli occhi rossi.
Marco la vide dietro la barriera e per un attimo rimase fermo con il borsone in mano.
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