La famiglia diceva che aveva sacrificato la famiglia per il lavoro.
Ma certe verità, Alberto, non le ascoltava.
Erano troppo scomode.
Come quell’uomo.
«Controllate il suo nome», ordinò agli addetti. «Tutto quello che trovate.»
Uno dei due si allontanò per telefonare.
L’altro rimase fra Tommaso e la macchina.
Pochi minuti dopo tornò scuotendo la testa.
«Nessun impiego recente. Nessun domicilio. Una vecchia vicenda giudiziaria legata a un incidente industriale. Il centro conferma che dorme lì ogni tanto.»
Alberto sentì la diffidenza riprendersi tutto lo spazio.
«Mi dispiace», disse, senza alcun calore. «Non posso rischiare.»
Tommaso annuì.
Sembrava abituato.
Era proprio questo che turbò il barista, un uomo sulla sessantina di nome Gianni.
Non l’umiliazione.
L’abitudine all’umiliazione.
«Dottore», intervenne Gianni, asciugandosi le mani sul grembiule, «Tommaso viene da me quasi ogni mattina. Non chiede mai niente. Mi sistema il frigorifero, la macchina del caffè, perfino l’impianto elettrico. In cambio accetta un panino.»
Alberto lo guardò infastidito.
«Stiamo parlando di un prototipo, non di una macchina del caffè.»
«Una cosa però gliela posso dire», continuò Gianni. «Quest’uomo non racconta storie.»
Tommaso fece un passo indietro.
«Va bene. Aspetti l’assistenza.»
La voce metallica tornò a farsi sentire.
«Attenzione. Ventitré minuti al danneggiamento critico.»
Il fumo aumentò.
Alberto guardò la macchina.
Poi l’orologio.
Poi Tommaso.
«Spiegami esattamente cosa faresti.»
Non era ancora fiducia.
Era disperazione.
Tommaso si avvicinò senza toccare nulla.
«Il sistema usa tre circuiti. Il primo controlla la temperatura ordinaria. Il secondo protegge i componenti ad altissima pressione. Il terzo contiene eventuali dispersioni.»
Indicò una presa d’aria.
«La microfrattura è probabilmente qui, nel punto di giunzione. Il liquido passa nel terzo circuito e vaporizza. Da qui il colore azzurro.»
Alberto conosceva abbastanza bene la tecnologia da capire che non stava improvvisando.
Tommaso descrisse materiali, temperature e pressioni con una precisione inquietante.
Parlava come un medico che conosce ogni arteria del paziente.
«Il protocollo ufficiale prevede lo smontaggio completo», continuò. «Ma serve soltanto perché il costruttore non vuole assumersi rischi. Io posso isolare la perdita, sigillarla e ripristinare la pressione.»
«E quanto durerà?»
«Tre settimane, forse quattro. Abbastanza per portarla in officina senza distruggere il motore.»
Un altro veicolo arrivò a grande velocità.
Ne scese Ettore Valenti, responsabile della sicurezza del vicino polo tecnologico.
Completo scuro, auricolare, mascella rigida.
«Dottor Rinaldi, abbiamo ricevuto una segnalazione. Quest’uomo sta tentando di accedere a tecnologia riservata?»
«Sta cercando di aiutarmi.»
Ettore guardò Tommaso dalla testa ai piedi.
«Con tutto il rispetto, non possiamo permettere a un individuo senza autorizzazione di toccare quel motore.»
La parola individuo cadde nell’aria come una porta chiusa.
Tommaso non reagì.
Alberto, invece, sentì tornare i dubbi.
Ettore si avvicinò e abbassò la voce.
«Negli ultimi mesi ci sono stati tentativi di spionaggio industriale. Potrebbe aver provocato lui il guasto. Potrebbe aspettare da settimane un’occasione del genere.»
«È assurdo», disse Gianni.
Ettore lo ignorò.
«Abbiamo avvisato le autorità.»
Tommaso posò lentamente a terra gli attrezzi che Alberto gli aveva appena consegnato.
«Mancano diciassette minuti.»
«Si allontani dal veicolo», ordinò Ettore.
«Fra sedici minuti il liquido raggiungerà l’unità di stabilizzazione. Non dovrà cambiare soltanto i cuscinetti. Dovrà ricostruire il nucleo.»
Alberto esitò.
Ettore allungò una mano verso il braccio di Tommaso.
«Non mi tocchi», disse Tommaso.
Non urlò.
Ma tutti sentirono la dignità di quell’uomo raddrizzarsi sotto il vecchio giaccone.
«Ho vissuto tre anni senza una porta da chiudere. Ho mangiato alla mensa. Ho dormito seduto. Ho visto persone cambiare marciapiede quando mi incontravano. Ma non permetterò a nessuno di trattarmi come un ladro soltanto perché non ho un indirizzo.»
Ettore ritirò la mano.
Alberto abbassò lo sguardo.
Per un istante gli tornò in mente suo padre.
Un muratore con le mani spaccate dal cemento.
Quando Alberto era ragazzo, si vergognava di lui.
Alle riunioni scolastiche sperava sempre che non si presentasse con i pantaloni da lavoro.
Una volta gli aveva persino chiesto di aspettarlo lontano dal cancello.
Suo padre non aveva detto niente.
Era rimasto sotto la pioggia con l’ombrello chiuso, per non farsi vedere.
Alberto non pensava a quel giorno da quarant’anni.
«Faccia una telefonata», disse Tommaso. «Una sola.»
«A chi?»
«Alla professoressa Elena Ferri. Dirige il reparto termico di un importante centro aerospaziale. Dica che sono qui.»
Alberto conosceva Elena.
Avevano partecipato insieme a diversi convegni.
Prese il telefono.
Quando la donna rispose, Alberto spiegò rapidamente la situazione.
Poi pronunciò il nome.
Dall’altra parte cadde il silenzio.
«Tommaso De Santis?»
«Sì.»
«È lì con te?»
Alberto attivò il vivavoce.
«Sono qui, Elena.»
La voce della donna cambiò.
«Tommaso… santo cielo. Dove sei stato? Ti abbiamo cercato per anni.»
«È una storia lunga.»
«Alberto», disse Elena, tornando improvvisamente ferma, «sai chi hai davanti? È il miglior ingegnere termico con cui abbia mai lavorato. Diversi sistemi che usiamo ancora oggi portano le sue soluzioni.»
Ettore impallidì.
Alberto guardò Tommaso.
«Sostiene di poter riparare la mia auto.»
«Se Tommaso dice che può farlo, lascialo lavorare. Probabilmente conosce quel sistema meglio degli ingegneri che l’hanno montato.»
La macchina emise un nuovo avviso.
«Dodici minuti al danneggiamento critico.»
Elena sentì la voce elettronica.
«Alberto, smetti di perdere tempo. Dagli gli attrezzi.»
Alberto chiuse la chiamata.
Per qualche secondo non riuscì a parlare.
Poi si avvicinò a Tommaso.
«Le devo delle scuse.»
«Le scuse dopo. Ora mi deve undici minuti.»
Gianni corse nel bar e tornò con una scatola di matite.
Tommaso ne scelse una morbida, spezzò il legno e raccolse la grafite.
«Mi servono più luce e silenzio.»
Tre persone accesero immediatamente le torce dei telefoni.
Ettore fece arretrare la folla.
Tommaso tolse il giaccone.
Sotto portava un maglione sformato, ma le sue mani si muovevano con la sicurezza di un chirurgo.
Aprì il pannello di accesso.
Un sibilo sottile attraversò l’aria.
«Eccola.»
La frattura era quasi invisibile.
Una riga sottile come un capello.
«Tutto questo per quella crepa?» domandò Alberto.
«Le cose più piccole sono spesso quelle che fanno crollare le strutture più grandi.»
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