Questa è la casa dove Lucia aveva piantato il rosmarino.
Dove Andrea aveva imparato ad andare in bicicletta.
Dove mio padre veniva la domenica a bere mezzo bicchiere di vino.
Dove Nostromo dorme con il muso appoggiato sulle mie pantofole.
Non è soltanto una casa.
È il posto dove la mia vita sa ancora chi sono.
Adesso Andrea viene più spesso.
La domenica porta i suoi figli.
Mangiamo insieme.
Pasta al forno.
Pollo.
Verdure.
Quello che capita.
Nostromo si sistema sotto il tavolo sperando che qualcuno faccia cadere qualcosa «per sbaglio».
I miei nipoti conoscono la storia.
Naturalmente la raccontano in modo molto più spettacolare.
Secondo il piccolo, Nostromo avrebbe affrontato onde alte tre metri.
Secondo la grande, avrebbe nuotato per almeno cinque chilometri.
Io li correggo.
«Non c’erano onde di tre metri.»
«Ma nonno, così è più bello.»
«Non serve renderla più bella.»
Ed è questo che penso davvero.
Non c’è bisogno di esagerarla.
Un cane che nuotava male ha visto il suo uomo privo di sensi.
È entrato nell’acqua.
Lo ha afferrato.
Lo ha trascinato verso terra.
Ha continuato finché si è lesionato una spalla.
E grazie a lui quell’uomo oggi siede ancora a tavola con suo figlio e i suoi nipoti.
Che cosa vuoi aggiungere?
Per anni avevo cercato segni di Lucia nelle piccole cose.
Una canzone alla radio.
Un profumo per strada.
Una fotografia che cadeva da un cassetto proprio quando pensavo a lei.
Non so se credo davvero ai segni del destino.
Sono sempre stato uno concreto.
Ma certe coincidenze ti costringono almeno a lasciare una porta aperta.
Io trovai Nostromo tornando dal cimitero di mia moglie.
Era solo.
Io ero solo.
Lo portai a casa pensando di aver salvato lui.
Anni dopo, in mezzo a un lago, fu lui a salvare me.
A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se quella domenica di novembre avessi continuato a guidare.
Se non mi fossi fermato.
Se avessi detto: «Un cane grosso alla mia età? Lasciamo perdere.»
Probabilmente Nostromo avrebbe trovato qualcun altro.
Forse una brava famiglia.
Forse sarebbe vissuto bene.
Io invece, quasi sicuramente, non sarei qui.
Questo pensiero mi accompagna ogni volta che usciamo in barca.
Il destino, se esiste, forse non arriva con le campane.
Magari è solo un cane dietro una rete che ti guarda mentre torni dal cimitero.
E tu, senza capire perché, accosti.
Nostromo ormai è vecchio.
Ha il muso quasi tutto bianco.
Quando dorme russa.
Quando si alza dopo molte ore deve fare qualche passo piano prima che la spalla si scaldi.
Ogni tanto lo osservo e penso alla quantità di vita contenuta in quella zoppia.
Non mi fa tristezza.
Mi fa gratitudine.
Quella spalla rigida è il motivo per cui posso ancora sentire il profumo del caffè la mattina.
È il motivo per cui posso ancora litigare con Andrea.
È il motivo per cui posso ancora vedere crescere i miei nipoti.
È il motivo per cui posso ancora andare al cimitero e raccontare a Lucia le cose successe durante la settimana.
Una volta Andrea mi ha chiesto:
«Se potessi tornare indietro, andresti comunque a pescare quella mattina?»
Ci ho pensato.
«No.»
«Per l’incidente?»
«No. Per Nostromo.»
Se potessi cancellare quella mattina e restituirgli una spalla sana, lo farei subito.
Gli restituirei il nuoto.
Gli toglierei quella zoppia.
Ma non posso.
Quindi faccio l’unica cosa che posso fare.
Gli restituisco il lago.
Non dentro l’acqua.
Sopra.
Sul suo sedile imbottito.
Ogni fine settimana.
Finché avrà voglia di andarci.
L’ultima domenica siamo usciti poco dopo pranzo.
Sul lago c’era poca gente.
Nostromo è salito lentamente.
Ho dovuto sostenergli il posteriore.
Si è sistemato davanti.
Ho acceso il motore.
Siamo andati verso il centro.
A un certo punto ho spento tutto.
Silenzio.
Solo l’acqua contro lo scafo.
Nostromo guardava davanti a sé.
Io guardavo Nostromo.
Mi è venuta in mente una frase di mio padre.
Una delle poche cose quasi tenere che gli abbia mai sentito dire.
Avevo forse quindici anni.
Non avevamo preso neanche un pesce.
Io ero nervoso.
Lui mi disse:
«Carlo, se torni a casa senza pesce ma sei stato bene con chi avevi accanto, non hai perso la giornata.»
Ci avevo messo quasi cinquant’anni a capire cosa intendesse.
Accarezzai Nostromo dietro le orecchie.
«Aveva ragione il nonno, comandante.»
Lui mi guardò.
Poi tornò a fissare l’acqua.
Non prendiamo mai niente.
Non portiamo a casa pesci.
Non abbiamo fotografie spettacolari.
Non facciamo nulla che agli occhi degli altri abbia un’utilità.
Torniamo solo con due ore in più trascorse insieme.
E alla mia età ho capito che è già moltissimo.
Perché il tempo è una cosa strana.
Da giovani lo spendiamo come se fosse infinito.
A cinquanta cominciamo a contarne il valore.
A sessanta capiamo finalmente che quasi tutto quello che credevamo importante era soltanto rumore.
Nostromo non sa nulla di questo.
Per lui basta salire sulla barca.
Sentire il vento.
Avere il suo uomo vicino.
Forse è per questo che i cani ci battono sempre sulle cose essenziali.
Io ho passato una vita a fare conti.
Ore di straordinario.
Rate.
Risparmi.
Pensione.
Spese.
Lui, quel giorno nel lago, non fece nessun conto.
Non pensò che pesavo tre volte lui.
Non pensò alla distanza.
Non pensò alla sua spalla.
Non pensò che nuotava male.
Vide che avevo bisogno.
E venne.
Non so se esista una definizione più semplice dell’amore.
Quando torniamo al molo, Nostromo aspetta che io metta la passerella.
Non può più saltare.
Scende piano.
Poi si gira sempre verso la barca.
Ogni volta.
Come se volesse controllare che sia ancora lì per la prossima domenica.
Io gli gratto il petto.
«Tranquillo, comandante.»
Finché ci sarai tu, ci sarà anche la barca.
Perché lui mi ha salvato la vita usando il proprio corpo.
Io non posso restituirgli quello che ha perso.
Ma posso fare in modo che non perda anche ciò che amava.
Nostromo non nuoterà mai più.
Non ne ha bisogno.
Adesso il lago lo attraversa da re.
Seduto davanti.
Sul suo trono.
E io dietro, al timone.
Come avrebbe dovuto essere fin dall’inizio.





