Il mio cane non sapeva quasi nuotare, ma ciò che fece nel lago cambiò per sempre entrambe le nostre vite

Il mio cane non sapeva quasi nuotare, ma mi trascinò fuori dal lago privo di sensi: il veterinario scoprì quanto gli era costato salvarmi

Quando riaprii gli occhi, avevo un tubo sotto il naso, il petto che bruciava e mio figlio Andrea seduto accanto al letto con la faccia di uno che aveva appena perso dieci anni di vita.

La prima cosa che dissi non fu: «Che cosa è successo?»

Dissi: «Nostromo dov’è?»

Andrea abbassò lo sguardo.

In quel momento capii che qualunque cosa fosse successa in mezzo al lago, il mio cane c’entrava.

Mi chiamo Carlo, ho sessantaquattro anni e vivo in un paese umbro dove ancora ci si saluta dal finestrino, il pane si compra quasi sempre dallo stesso forno e una notizia seria arriva al bar prima ancora che a casa tua.

Sono vedovo da sette anni.

Mia moglie Lucia se n’è andata troppo presto, dopo trentanove anni insieme, lasciandomi una casa piena di cose che parlavano ancora di lei.

La sua vestaglia dietro la porta.

La tazza con una piccola sbeccatura sul bordo.

Le tovaglie buone che continuavo a non usare perché «quelle sono per quando viene qualcuno».

Dopo il funerale, venivano tutti.

Mia sorella portava la lasagna.

Andrea passava quasi ogni sera.

I vicini bussavano con qualsiasi scusa.

Poi, piano piano, come succede sempre, la vita degli altri ricominciò.

E io rimasi con la mia.

Non ero disperato.

Non ero neanche felice.

Ero uno di quegli uomini della mia generazione cresciuti con l’idea che, quando la vita ti prende a schiaffi, tu non devi fare troppi discorsi.

Ti alzi.

Ti lavi.

Metti su il caffè.

E vai avanti.

Per quarantadue anni avevo lavorato con le mani.

Prima in officina, poi in un piccolo magazzino della zona.

Avevo fatto turni, domeniche, straordinari, estati con quaranta gradi e inverni in cui entravi al lavoro che era ancora buio e uscivi che era già buio.

Quando andai in pensione, pensavo che mi sarei goduto il riposo.

Dopo tre settimane non sapevo più dove mettere le mani.

Fu allora che tornai seriamente alla pesca.

Da ragazzo andavo al lago con mio padre.

Non avevamo niente di speciale.

Una canna vecchia.

Una scatola di latta.

Pane, formaggio e una bottiglia d’acqua.

Papà parlava pochissimo.

Ma sul lago, paradossalmente, mi sembrava di conoscerlo meglio.

Ci sono uomini nati prima degli anni Sessanta che non hanno mai detto «ti voglio bene» ai figli.

Mio padre era uno di quelli.

Però si alzava alle quattro per portarmi a pescare.

A una certa età capisci che anche quella era una dichiarazione d’amore.

Così, dopo la pensione e dopo la morte di Lucia, comprai una piccola barca d’alluminio usata.

Niente di elegante.

Aveva qualche ammaccatura e un sedile che cigolava.

Per me era perfetta.

La mattina presto preparavo il termos del caffè, mettevo due panini in una borsa e partivo.

Il lago diventò il mio posto.

Il silenzio.

La nebbia sull’acqua.

Il rumore leggero dei remi.

Per qualche ora non ero il vedovo Carlo.

Non ero il padre che suo figlio chiamava tre volte al giorno per chiedergli se avesse preso le medicine.

Non ero quello che la gente guardava con un po’ di pena quando mangiava da solo alla festa del paese.

Ero soltanto un uomo su una barca.

Poi arrivò Nostromo.

Lo trovai quasi per caso.

Era una domenica pomeriggio di novembre.

Stavo tornando dal cimitero dopo aver portato dei crisantemi a Lucia.

Vicino alla strada vidi un cane accucciato dietro una rete.

Grosso.

Testa larga.

Pelo scuro.

Una zampa bianca.

Mi fissava senza abbaiare.

Non so perché mi fermai.

Forse perché avevo tempo.

Forse perché quel giorno avevo parlato per mezz’ora con una lapide e avevo bisogno che qualcuno, almeno, mi guardasse indietro.

Mi dissero che il cane era stato recuperato da poco.

Un incrocio di tipo pit bull, circa quattro anni.

Buono con le persone.

Diffidente all’inizio.

Nessuno sembrava particolarmente interessato a prenderlo.

Io meno di tutti.

Entrai per chiedere informazioni.

Uscii con lui.

Andrea, quando lo seppe, quasi soffocò al telefono.

«Papà, ma sei impazzito? Un cane così grosso?»

«È educato.»

«Lo hai da tre ore.»

«Mi basta.»

«E se ti tira?»

«Non tira.»

«E se—»

«Andrea.»

Silenzio.

«Ho sessant’anni passati, non dodici.»

Il cane era seduto davanti a me mentre parlavo, con quell’aria seria che avrebbe mantenuto per tutta la vita.

Lo guardai.

«Come lo chiami?», mi domandò mio figlio.

Guardai la vecchia fotografia della mia barca appesa vicino alla cucina.

E dissi: «Nostromo».

La settimana dopo venne al lago con me.

Dal primo momento fu chiaro che quello era il suo posto.

Saliva sulla barca e si sedeva davanti, dritto, con il petto fuori.

Guardava le anatre.

Seguiva con gli occhi il galleggiante.

Ogni tanto annusava l’aria come se fosse lui a decidere dove dovessimo andare.

Un pescatore del paese cominciò a chiamarlo «il comandante».

Il nome gli rimase addosso.

C’era solo un problema.

Nostromo non era un grande nuotatore.

Anzi.

Faceva quasi ridere.

In acqua bassa se la cavava.

Ma appena non sentiva più il fondo sotto le zampe, iniziava a muoversi in modo sgraziato, pesante, come un mobile buttato in acqua.

Era forte.

Troppo forte, forse.

Spalle larghe, petto muscoloso.

Ma galleggiare non era il suo mestiere.

La prima estate provai a farlo entrare nel lago vicino alla riva.

Dopo pochi metri tornò indietro guardandomi come se fossi stato io lo stupido della situazione.

Da quel giorno non insistetti più.

La barca gli piaceva.

Nuotare no.

E questa cosa la sapevano tutti quelli che ci vedevano ogni settimana.

Per questo, quando anni dopo raccontarono ciò che aveva fatto, molti pensarono di aver capito male.

Quella mattina di maggio era cominciata come cento altre.

Mi alzai poco dopo le cinque.

Preparai il caffè.

Misi due fette di crostata in un contenitore.

Aprii la porta sul retro e Nostromo arrivò già scodinzolando.

Quando vedeva la borsa da pesca, diventava un cucciolo.

Aveva ormai quasi nove anni.

Il muso cominciava a imbiancare.

Le zampe erano un po’ più rigide la mattina.

Ma quando si trattava di andare al lago, sembrava ringiovanire.

Andrea mi aveva chiamato la sera prima.

«Domani non andare da solo.»

«Perché?»

«Perché hai sessantaquattro anni.»

«Grazie per l’informazione.»

«Papà, parlo sul serio.»

Anch’io parlavo sul serio quando gli risposi.

«Ho passato quarant’anni a farmi dire cosa dovevo fare. Almeno da pensionato lasciami scegliere dove bere il caffè.»

Era il nostro solito modo di volerci bene.

Lui preoccupandosi.

Io facendo finta che non ce ne fosse bisogno.

Arrivai al lago poco prima dell’alba.

C’era pochissima gente.

Un pensionato dall’altra parte.

Due uomini vicino allo scivolo delle barche.

Una coppia che passeggiava sulla riva.

Mettemmo la barca in acqua.

Nostromo saltò dentro.

Si sistemò davanti.

Io remavo lentamente.

Andammo abbastanza al largo.

Forse centocinquanta metri.

Forse duecento.

Dopo, nessuno è mai riuscito a stabilirlo con precisione.

Ricordo il caffè.

Ricordo di aver pensato che sarebbe stata una bella giornata.

Ricordo Nostromo che guardava verso la riva.

Poi niente.

Un buco nero.

La barca si rovesciò.

Forse mi spostai male.

Forse arrivò un’onda laterale.

Forse il peso si sbilanciò nel momento sbagliato.

So solo quello che mi raccontarono dopo.

Cadendo colpii la testa sul bordo.

Persi conoscenza prima ancora di capire di essere in acqua.

Quando i medici mi spiegarono la situazione, furono molto chiari.

Un uomo adulto privo di sensi in acqua, lontano dalla riva, non ha molte possibilità.

Non puoi coordinarti.

Non puoi girarti.

Non puoi nuotare.

Non puoi neppure capire da che parte sia l’alto.

Il mio corpo era completamente abbandonato.

Avevo addosso vestiti pesanti, scarpe, giubbotto.

Non ero un ragazzo.

Non ero allenato.

Non ero cosciente.

Secondo un medico, se nessuno mi avesse raggiunto quasi subito, non sarei mai arrivato all’ospedale.

Ma nessuna persona mi raggiunse.

Mi raggiunse Nostromo.

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