Il mio cane non sapeva quasi nuotare, ma ciò che fece nel lago cambiò per sempre entrambe le nostre vite

Il cane che non sapeva quasi nuotare.

Saltò, o cadde, nell’acqua dopo di me.

Poi fece qualcosa che ancora oggi, quando provo a immaginarlo, mi costringe a fermarmi.

Nuotò verso il mio corpo.

Mi afferrò dietro la giacca.

E iniziò a tirare.

Io pesavo più di ottanta chili.

Lui poco meno di trenta.

Ero peso morto.

Completamente rilassato.

Bagnato.

Con i vestiti che assorbivano acqua.

Lui doveva contemporaneamente tenere se stesso a galla, mantenere la presa e spostare me.

Per decine e decine di metri.

Verso terra.

La coppia sulla riva fu la prima a notare qualcosa.

All’inizio videro soltanto la barca rovesciata.

Poi una testa scura nell’acqua.

Pensarono che fossi io.

Quando si avvicinarono capirono che era il cane.

Dietro di lui galleggiava qualcosa.

Quel qualcosa ero io.

Nostromo tirava.

Si fermava per un attimo.

Riprendeva.

La testa quasi spariva sott’acqua.

Le zampe anteriori colpivano la superficie in modo irregolare.

Non nuotava bene.

Non aveva improvvisamente imparato.

Stava semplicemente continuando.

Un metro.

Poi un altro.

Poi un altro ancora.

Uno dei due uomini vicino allo scivolo entrò in acqua quando ci vide abbastanza vicini.

Un altro corse a chiamare aiuto.

Mi raggiunsero nei bassi fondali.

Dissero che Nostromo non lasciava la mia giacca.

Neanche quando un uomo cercò di tirarmi per le braccia.

Dovettero quasi convincerlo che poteva mollare.

Aveva la bocca serrata sulla stoffa.

Mi trascinarono sulla riva.

Non respiravo bene.

Qualcuno iniziò le manovre di rianimazione.

Io non ricordo niente.

Né le voci.

Né l’ambulanza.

Né Nostromo che camminava zoppicando intorno agli uomini che cercavano di salvarmi.

Mi svegliai molte ore dopo.

«Nostromo dov’è?»

Andrea mi prese una mano.

Mio figlio non è mai stato uno che piange facilmente.

Quella mattina aveva gli occhi rossi.

«È vivo, papà.»

Chiusi gli occhi.

Credo di aver ringraziato qualcuno.

Dio.

Lucia.

La vita.

Non lo so.

«Dov’è?»

«Dal veterinario.»

Aprii immediatamente gli occhi.

«Perché?»

Andrea esitò.

«Si è fatto male.»

Fu allora che cominciai a sapere la verità.

Nei giorni successivi, mentre i medici mi controllavano per il trauma alla testa, l’acqua nei polmoni e l’ipotermia, la storia arrivò pezzo dopo pezzo.

Il medico che mi seguiva continuava a scuotere la testa.

«Lei è stato molto fortunato.»

Io rispondevo sempre nello stesso modo.

«Non è stata fortuna.»

Non ero diventato improvvisamente superstizioso.

Non mi ero trasformato in uno che vede miracoli dappertutto.

Ma conoscevo quel cane.

Sapevo quanto male nuotava.

Sapevo quanta strada c’era dalla barca alla riva.

Sapevo quanto pesavo.

Qualcosa non tornava.

Poi parlai con il veterinario.

Ed è lì che smisi completamente di pensare alla fortuna.

Nostromo si era lesionato gravemente una spalla.

Non un semplice stiramento.

Non una botta.

Aveva sottoposto muscoli e tendini a uno sforzo enorme e prolungato.

Aveva tirato con una forza che il suo corpo non avrebbe dovuto sostenere.

Il veterinario non usò parole romantiche.

Non disse «eroe».

Non disse «miracolo».

Disse soltanto:

«Ha continuato oltre il punto in cui normalmente un animale avrebbe smesso.»

Quella frase mi rimase dentro.

Oltre il punto in cui avrebbe dovuto smettere.

La spalla si sarebbe ripresa abbastanza da permettergli di camminare.

Avrebbe potuto fare una vita buona.

Ma non sarebbe tornata come prima.

Avrebbe avuto rigidità.

Dolore con il freddo.

Avremmo dovuto controllarlo per evitare certi sforzi.

E soprattutto, mi disse il veterinario, sarebbe stato pericoloso permettergli di nuotare di nuovo.

Rimasi in silenzio.

«Mai più?»

«Meglio di no.»

«Neanche vicino alla riva?»

Lui scosse la testa.

«Carlo, quel cane ha già chiesto troppo a quella spalla.»

Mi voltai verso la finestra della stanza.

E piansi.

Non mi vergogno a dirlo.

Avevo pianto al funerale di mio padre.

Avevo pianto quando era morta Lucia.

Avevo pianto di nascosto il giorno in cui Andrea si era sposato.

Ma quella volta fu diverso.

Mi sentivo colpevole.

Nostromo non aveva semplicemente salvato la mia vita.

Aveva lasciato un pezzo del proprio corpo in quel lago.

Per me.

Il cane che non amava nuotare aveva attraversato l’acqua fino quasi a rompersi, perché io non affondassi.

Mi rimase addosso una domanda per giorni.

Perché?

Le persone cercano sempre spiegazioni complicate.

Istinto.

Attaccamento.

Abitudine.

Paura.

Territorio.

Io non sono uno scienziato.

Sono un vecchio magazziniere in pensione.

So aggiustare una serratura, cambiare una ruota e capire dal rumore quando un motore non gira bene.

Non so spiegare cosa succede nella testa di un cane.

So soltanto ciò che fece.

Vide il suo uomo nell’acqua.

Andò a prenderlo.

E non mollò finché il suo corpo non cominciò a cedere.

Quando tornai a casa dall’ospedale, Nostromo arrivò due giorni dopo.

Andrea lo accompagnò.

Scese dall’auto lentamente.

Aveva una fasciatura e camminava con una zampa rigida.

Appena mi vide si fermò.

Ci guardammo.

Io sulla porta di casa.

Lui nel cortile.

Poi iniziò a scodinzolare.

Non corsi ad abbracciarlo.

Avevo ancora le costole doloranti.

Lui non poteva saltare.

Ci incontrammo a metà strada come due vecchi reduci.

Mi inginocchiai piano.

Gli misi le mani ai lati del muso.

«Che cosa hai combinato, bestione?»

Nostromo mi leccò il naso.

Scoppiai di nuovo a piangere.

Andrea si girò dall’altra parte per lasciarmi un po’ di dignità.

Quella sera cenammo insieme.

Una minestra semplice.

Pane.

Un pezzo di pecorino.

Come tanti pasti della mia vita.

Solo che nulla era più uguale.

Durante la cena Andrea tirò fuori la questione che sapevo sarebbe arrivata.

«Papà, basta lago.»

Lo guardai.

«Almeno per un po’.»

«Per sempre.»

«Andrea.»

«Hai rischiato di morire.»

«Lo so meglio di te.»

«Appunto.»

Aveva ragione.

E questo mi dava fastidio.

Per giorni pensai a quella barca.

Era ancora tirata sulla riva del deposito.

Ammaccata.

Bagnata.

Innocente e colpevole insieme.

La vendei.

Un signore del paese venne a prenderla.

Quando la caricò sul rimorchio sentii qualcosa chiudersi dentro di me.

Avevo pescato per cinquant’anni.

Con mio padre.

Con Lucia qualche volta.

Con Andrea da piccolo.

Da solo.

Poi con Nostromo.

E adesso basta.

Mi sembrava giusto.

Nostromo aveva perso il nuoto per me.

Io potevo perdere la pesca per lui.

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