SCESI QUARANTA METRI IN UN VECCHIO POZZO PER SALVARE UN CANE. OTTO ANNI DOPO CAPIÌ CHE NON ERO STATO IO A TROVARE LUI.
«C’è un cane che piange dentro un pozzo.»
La chiamata arrivò alla centrale poco dopo pranzo, in uno di quei pomeriggi in cui pensi che il turno passerà senza niente di memorabile.
Io avevo ventiquattro anni.
Ero il più giovane della squadra, quello che si offriva sempre per primo quando c’era da infilarsi in un posto stretto, salire più in alto degli altri o sporcarsi fino alle ginocchia.
Non era coraggio.
Almeno, non soltanto.
Era che fuori dal lavoro non avevo molto.
Un piccolo appartamento in affitto, una cucina che usavo poco, due sedie anche se vivevo da solo e una madre a quattrocento chilometri di distanza che ogni domenica mi telefonava per chiedermi se avevo mangiato.
Mi chiamavo Giacomo.
E a quell’età ero convinto che bastasse lavorare tanto per non accorgersi della solitudine.
Quella telefonata cambiò tutto.
La segnalazione veniva da una zona di campagna, sulle colline dell’Italia centrale, tra case sparse, ulivi, vecchi poderi mezzi abbandonati e stradine dove due automobili facevano fatica a passare insieme.
Una signora anziana aveva sentito dei lamenti.
All’inizio pensava fosse un gatto.
Poi aveva capito che arrivavano da un vecchio terreno accanto alla sua casa.
In fondo al terreno c’era un pozzo.
Uno di quelli fatti a mano decenni prima, con le pietre una sopra l’altra.
Non veniva usato da anni.
Quando arrivammo, la signora ci aspettava vicino al cancello con il grembiule ancora addosso.
«È da stamattina che lo sento», disse.
Poi abbassò la voce.
«Forse anche da ieri. Io pensavo fossero i gatti del vicino.»
Ci portò fino al pozzo.
Appena mi affacciai capii che non sarebbe stato semplice.
Il bordo era basso, ricoperto di muschio.
Sotto di noi si apriva un cilindro nero.
Accendemmo le torce.
Il fascio di luce scese lungo le pareti umide.
Dieci metri.
Poi ancora.
Le pietre sembravano non finire mai.
Infine vidi due occhi.
Erano molto più in basso di quanto mi aspettassi.
Il cane si trovava su una minuscola sporgenza della parete, forse una pietra rimasta più larga delle altre.
Sotto di lui c’era acqua scura.
Gli arrivava quasi al collo.
Era un cane robusto, almeno doveva esserlo stato prima di finire lì.
Pelo corto, corpo muscoloso, testa larga.
Ma in quel momento sembrava piccolo.
Piccolissimo.
Tremava così forte che vedevo incresparsi l’acqua intorno al suo petto.
Provò a emettere un lamento.
Era quello che aveva sentito la donna.
Un suono debole.
Quasi niente.
Come se avesse già consumato tutta la voce.
Uno dei miei colleghi si sdraiò vicino al bordo e illuminò meglio.
«Non può essere lì da poco.»
Nessuno rispose.
Lo capivamo tutti.
Un cane appena caduto avrebbe abbaiato, tentato di arrampicarsi, agitato l’acqua.
Quello invece stava fermo.
Non perché fosse tranquillo.
Perché non aveva più forza.
La sporgenza su cui poggiava le zampe era grande quanto un piatto da portata.
Bastava uno scivolone.
Un cedimento.
Un momento di sonno.
E sarebbe finito nell’acqua.
Cominciammo a preparare corde e imbracature.
Il pozzo era stretto.
Serviva qualcuno abbastanza agile da scendere senza sbattere continuamente contro le pareti.
«Vado io.»
Lo dissi troppo in fretta.
Il caposquadra mi guardò.
«Giacomo.»
«Ci entro meglio io.»
«Aspetta almeno che controlliamo tutto.»
«Ogni minuto che passa quello scivola.»
Non aggiunsi altro.
Non serviva.
Pochi minuti dopo avevo l’imbracatura addosso.
Mi agganciarono alla corda.
Uno dei colleghi mi mise una mano sulla spalla.
«Se senti che è troppo stretto, risali.»
Annuii.
Poi guardai di nuovo nel buco.
Il cane aveva smesso persino di lamentarsi.
«Fatemi scendere.»
I primi metri furono facili.
Poi il cerchio di cielo sopra la mia testa diventò sempre più piccolo.
Le voci dei colleghi arrivavano deformate.
Le pietre erano bagnate.
L’odore era quello dell’acqua vecchia, della terra chiusa e del muschio.
C’era qualcosa di profondamente sbagliato nello scendere dentro la terra in quel modo.
Sapevo di avere una corda.
Sapevo che sopra di me c’erano cinque persone pronte a tirarmi fuori.
Eppure sentivo il cuore battere troppo forte.
Allora pensai al cane.
Lui non aveva avuto una corda.
Non aveva saputo che qualcuno sarebbe arrivato.
Non conosceva la profondità del pozzo.
Non sapeva se sopra ci fosse ancora il mondo.
Aveva soltanto trovato quella pietra.
E aveva deciso di rimanerci.
Metro dopo metro.
Il freddo aumentava.
«Lo vedo», gridai.
La mia voce rimbalzò contro le pareti.
Il cane sollevò appena gli occhi.
Quando arrivai alla sua altezza capii quanto fosse messo male.
Il pelo era completamente fradicio.
Le zampe posteriori tremavano.
Gli occhi erano spalancati, ma quasi vuoti.
Gli parlai piano.
«Eccomi.»
Nessuna reazione.
«Va tutto bene.»
Neppure io sapevo se fosse vero.
«Adesso usciamo.»
Allungai lentamente una mano.
Mi aspettavo un ringhio.
Un cane terrorizzato e intrappolato può mordere anche chi cerca di aiutarlo.
Lui non fece niente.
Gli toccai il collo.
Era gelido.
Mi avvicinai finché non mi ritrovai quasi schiacciato contro la parete insieme a lui.
«Bravo.»
Gli passai un braccio sotto il petto.
Pesava moltissimo.
Non perché fosse particolarmente grande.
Perché non collaborava.
Era peso morto.
Un corpo arrivato al limite.
Gli sistemai la fascia di sicurezza intorno al torace.
Il muso gli cadde contro il mio braccio.
Per un secondo pensai che avesse perso conoscenza.
«Ehi.»
Gli accarezzai la testa.
«Non proprio adesso.»
Un orecchio si mosse.
Quasi impercettibilmente.
Alzai lo sguardo verso il piccolo cerchio luminoso quaranta metri sopra di noi.
«Tirate!»
La corda si tese.
Cominciammo a salire.
Io tenevo il cane stretto contro il petto.
Durante la risalita non fece un suono.
Sentivo soltanto il suo respiro.
Debole.
Irregolare.
A metà strada aprii gli occhi verso l’alto.
Il cielo sembrava una moneta azzurra.
«Ci siamo quasi», gli dissi.
Non so perché continuassi a parlargli.
Forse stavo parlando anche a me stesso.
Quando arrivammo agli ultimi metri vidi le mani dei miei colleghi.
Due mi afferrarono per l’imbracatura.
Un altro prese il cane.
«Piano!»
«Ce l’abbiamo.»
«Portalo fuori.»
Mi trascinarono oltre il bordo.
Le ginocchia toccarono la terra.
Rimasi lì.
Il cane era ancora tra le mie braccia.
Qualcuno portò una coperta.
Qualcun altro chiamò il veterinario di turno.
Io cercavo soltanto di capire se respirasse.
Poi successe.
Quella è la parte che, ancora oggi, non riesco a raccontare senza fermarmi un momento.
Il cane mosse la testa.
Lentamente.
Fino ad allora non aveva reagito quasi a nulla.
Ma sulla terra asciutta, con la luce del pomeriggio sopra di lui e cinque persone intorno, sollevò il muso.
Mi guardò.
Poi appoggiò la testa sul mio petto.
Proprio lì.
Sopra il cuore.
E lasciò uscire un suono.
Non era un abbaio.
Non era nemmeno il lamento che avevamo sentito dal pozzo.
Era qualcosa di più profondo.
Un lungo tremore che gli attraversò tutto il corpo.
Poi un altro.
Sembrava un pianto.
Chi ha vissuto a lungo con gli animali sa che esistono suoni difficili da spiegare.
Non sono umani.
Ma non hai bisogno di tradurli.
Sai esattamente cosa significano.
Quel cane aveva resistito finché era stato necessario.
Nel momento in cui capì che non doveva più farlo, cedette.
Cominciò a tremare contro di me.
La testa premuta sul mio petto.
Io avevo ventiquattro anni.
Volevo sembrare professionale.
Volevo essere uno di quelli che reggono tutto.
Durai forse cinque secondi.
Poi piansi.
Non una lacrima veloce da asciugare con il guanto.
Piansi davvero.
Chinato sulla terra accanto a un vecchio pozzo, con uno sconosciuto cane bagnato tra le braccia.
Uno dei miei colleghi si girò.
Un altro si tolse gli occhiali.
Il più anziano della squadra borbottò qualcosa e si passò una mano sugli occhi.
Alla fine eravamo tutti lì.
Cinque uomini e una donna che avevano visto incidenti, incendi, case distrutte e famiglie aspettare notizie davanti a porte chiuse.
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