Scese quaranta metri in un vecchio pozzo per salvarlo, ma ciò che il cane fece dopo commosse tutti

E stavamo piangendo per un cane.

La signora col grembiule arrivò con una vecchia coperta di lana.

«Madonna mia», disse.

Fu tutto.

Portammo il cane nella clinica veterinaria più vicina.

La veterinaria che lo visitò scosse la testa quando vide la temperatura corporea.

Ipotermia.

Disidratazione.

Ferite alle zampe.

Estrema stanchezza.

«È un miracolo che sia rimasto in piedi.»

«Quanto tempo?»

Lei guardò gli esami.

«Difficile dirlo.»

Poi aggiunse:

«Ma non qualche ora.»

Rimasi lì fino a tardi.

Non ero obbligato.

Il mio turno era finito.

Avrei potuto tornare a casa.

Ma ogni volta che pensavo di andarmene, ricordavo il peso della sua testa sul mio petto.

Così rimasi.

Il cane superò la notte.

Anche quella successiva.

Al terzo giorno riuscì ad alzarsi.

Fu allora che scoprimmo la prima cosa strana.

Aveva un microchip.

Gli agenti locali risalirono alla proprietaria.

Si chiamava Elena Marini.

Trentanove anni.

Abitava a poche strade dal terreno dove c’era il pozzo.

Una casa modesta con le persiane verdi e due vasi di gerani sul davanzale.

Sembrava una buona notizia.

Pensammo che avremmo riportato il cane a casa.

Non accadde.

Quando andarono all’indirizzo, nessuno aprì.

Un vicino disse che non vedeva Elena da alcuni giorni.

Un’altra vicina raccontò che viveva sola.

I genitori erano morti.

Non aveva fratelli.

Lavorava in un piccolo studio amministrativo della zona e conduceva una vita tranquilla.

Quella sera arrivò la notizia.

Elena era morta.

Da tre giorni.

Un malore improvviso.

Nessuno aveva fatto in tempo ad aiutarla.

Quando lo seppi rimasi seduto sul gradino dietro la clinica per diversi minuti.

Tre giorni.

Il cane, secondo la veterinaria, poteva essere rimasto nel pozzo circa tre giorni.

La stessa quantità di tempo.

All’inizio qualcuno pensò che fosse stato abbandonato.

Poi ricostruirono meglio tutto.

La porta sul retro della casa aveva una vecchia rete deteriorata.

Probabilmente il cane era riuscito a uscire.

Nessuno lo aveva gettato nel pozzo.

Nessuno lo aveva portato su quel terreno.

Ci era arrivato da solo.

E improvvisamente la storia diventò ancora più dolorosa.

Elena era morta in casa.

Il cane non poteva capire cosa fosse successo.

Aveva visto la sua persona immobile.

Aveva aspettato.

Forse aveva abbaiato.

Forse aveva cercato di svegliarla.

Poi era uscito.

E aveva cominciato a cercarla.

Questa è la cosa che mi perseguitò per settimane.

Lui non sapeva che Elena non poteva tornare.

Per lui era semplicemente scomparsa.

Così aveva fatto l’unica cosa possibile.

Era andato a cercarla.

Strada dopo strada.

Campo dopo campo.

Seguendo forse odori, rumori, tracce che soltanto lui poteva capire.

Finché era arrivato vicino a quel vecchio pozzo.

Forse era notte.

Forse correva.

Forse aveva sentito qualcosa.

Non lo sapremo mai.

Sappiamo soltanto che cadde.

Quaranta metri nel buio.

In fondo c’era acqua.

E una piccola pietra sporgeva dalla parete.

Una sola.

Il cane riuscì a salirci sopra.

E lì rimase.

Tre giorni.

Ogni volta che la stanchezza gli faceva piegare le zampe, doveva reagire.

Ogni volta che il freddo lo addormentava, doveva svegliarsi.

Ogni volta che scivolava, doveva trovare nuovamente quella pietra.

Sopra di lui il mondo continuava.

La gente preparava il pranzo.

Chiudeva le finestre.

Telefonava ai figli.

Portava il pane a casa.

Lui invece stava nel buio.

Aspettando forse Elena.

Quando finalmente compresi tutto, tornai nella stanza della clinica.

Il cane era sdraiato sopra una coperta.

Aprì gli occhi appena entrai.

Mi avvicinai.

«Tu la stavi cercando, vero?»

La coda si mosse una volta.

Fu lì che decisi.

Non aveva nessuno.

E, in un modo che allora non sapevo ancora spiegare, nemmeno io avevo davvero qualcuno.

Mia madre mi voleva bene, certo.

Ma abitava lontano.

Mio padre se n’era andato quando ero ragazzo.

Gli amici avevano iniziato a sposarsi, comprare casa, avere figli.

Io tornavo ogni sera in un appartamento silenzioso.

Mangiavo spesso in piedi.

Lasciavo la televisione accesa senza guardarla.

La domenica era il giorno peggiore.

In Italia la domenica ti ricorda subito quello che hai.

O quello che non hai.

Dalle finestre arrivavano odori di sugo.

Sentivo famiglie discutere sui balconi.

Nonni chiamare i nipoti.

Piatti sbattere.

Sedie spostarsi.

Risate.

Io compravo una vaschetta pronta e aspettavo il lunedì.

Quando mi dissero che, non essendoci parenti disponibili, il cane sarebbe stato affidato temporaneamente a una struttura in attesa di adozione, risposi:

«No.»

La veterinaria mi guardò.

«No cosa?»

«Viene a casa con me.»

Lei sorrise.

«Sei sicuro?»

Guardai il cane.

«Sono sceso quaranta metri per prenderlo. Non lo lascio adesso.»

Gli serviva un nome.

Quello che aveva prima non lo conoscevamo.

Elena viveva sola e nessuno dei vicini lo ricordava con certezza.

Ci pensai per tutta la strada verso casa.

Alla fine lo chiamai Pozzo.

Lo so.

Non era elegante.

Tutti risero.

Ma per me aveva un senso.

Il pozzo era il posto dove aveva rischiato di morire.

Ma anche quello dove lo avevo trovato.

Non volevo cancellare il suo passato.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto