Dopo undici ore cercando un bambino scomparso, trovarono un cane incatenato: poco dopo arrivò una domanda inattesa

Erano undici ore che cercavamo un bambino di sette anni sull’Appennino quando trovammo un cane incatenato a un faggio. Un’ora dopo, il bambino ci fece una domanda che nessuno di noi ha più dimenticato.

«Paolo, vieni qui.»

La voce di Stefano arrivò gracchiando dalla radio.

Poi silenzio.

Un silenzio troppo lungo.

«Hai trovato Matteo?»

Dall’altra parte sentii un respiro spezzato.

«No.»

Un’altra pausa.

«È un cane. È legato a un albero. E credo che stia morendo.»

Chiusi gli occhi per un secondo.

Da diciannove anni coordinavo una piccola squadra di volontari per le ricerche in montagna. Avevo visto persone cadere nei canaloni, anziani dispersi, escursionisti convinti di conoscere sentieri che non avevano mai percorso.

Ma quella mattina stavamo cercando un bambino.

Sette anni.

Maglietta a maniche corte.

Una notte intera passata all’aperto.

Non avevamo il lusso di fermarci.

Eppure corsi da Stefano.

Ci misi forse quattro minuti.

Il cane era un pastore tedesco.

O almeno, immaginavo che un tempo lo fosse stato.

Era così magro che le costole sembravano stecche sotto il pelo sporco. Una catena pesante gli girava intorno al collo e terminava con un lucchetto fissato alla base di un vecchio faggio.

Accanto c’era un secchio rovesciato.

Asciutto.

Dentro solo foglie morte.

Il cane aveva gli occhi aperti, ma non alzava la testa.

Stefano si inginocchiò, versò un po’ d’acqua nel palmo e gliela avvicinò alla bocca.

La lingua dell’animale si mosse appena.

«Qualcuno l’ha lasciato qui apposta» disse.

Non risposi.

Non ce n’era bisogno.

La vecchia strada forestale passava qualche centinaio di metri più sotto. Nessun cane arrivava lì con una catena da lavoro al collo e un lucchetto.

Qualcuno era salito fin lassù.

Aveva scelto un albero.

Aveva chiuso il lucchetto.

Poi era tornato a casa.

Come si può tornare a casa dopo aver fatto una cosa del genere, non l’ho mai capito.

Ma in quel momento avevamo un altro problema.

Matteo era scomparso dal campeggio il pomeriggio precedente, poco dopo le quattro.

Sua madre aveva pensato che fosse andato al bagno.

La sorella maggiore credeva che stesse giocando vicino alle piazzole.

Quando si erano accorti che non c’era più, il sole era già basso.

Avevamo cercato tutta la notte.

Torcie frontali.

Sentieri.

Bosco.

Roveti.

Ruscelli.

Nulla.

Durante la notte la temperatura era scesa parecchio.

E chiunque abbia cresciuto un figlio o un nipote sa che, quando un bambino di sette anni sparisce in montagna, non si ragiona più in ore.

Si ragiona in minuti.

Guardai il cane.

Poi Stefano.

Poi gli altri.

La procedura avrebbe voluto che continuassimo tutti la ricerca.

Era la scelta razionale.

La scelta professionale.

La scelta che, se qualcuno mi avesse interrogato a posteriori, sarebbe stata più facile da spiegare.

E invece dissi:

«Ci dividiamo.»

Stefano alzò gli occhi.

«Tu e Giulia restate qui. Acqua poco alla volta. Cercate di coprirlo. Chiamate chi può venire a recuperarlo.»

Indicai gli altri.

«Noi continuiamo.»

Nessuno protestò.

Due persone restarono accanto a un cane che non avevano mai visto prima.

Noi riprendemmo a salire.

Cinquantotto minuti dopo trovammo Matteo.

Era rannicchiato sotto una sporgenza di roccia.

Aveva le ginocchia strette al petto, graffi sulle braccia e terra ovunque. Tremava tanto che per un attimo pensai non riuscisse nemmeno a parlare.

Quando ci vide cominciò a piangere.

E vi assicuro che otto adulti abituati alle emergenze si ritrovarono improvvisamente a fare finta di avere qualcosa negli occhi.

Mi inginocchiai davanti a lui.

«Matteo, sono Paolo. Adesso sei al sicuro. Ti fa male qualcosa?»

Scosse la testa.

Gli misi addosso una coperta termica.

Gli dissi che sua madre lo stava aspettando.

Pensavo che avrebbe chiesto di lei.

Pensavo avrebbe chiesto dell’acqua.

Pensavo avrebbe chiesto quando sarebbe tornato al campeggio.

Invece mi afferrò il polso.

«Il cane sta bene?»

Mi bloccai.

Nessuno gli aveva detto niente.

Il cane si trovava mezzo chilometro più in basso, in una zona nascosta dal bosco.

Matteo non poteva sapere che l’avevamo trovato.

«Quale cane?»

Il bambino mi fissò.

Aveva le labbra quasi blu.

«Quello legato all’albero.»

Poi disse:

«Io non torno a casa senza di lui.»

Fu allora che capii che quella ricerca non era ancora finita.

Non nel modo in cui pensavamo.

Il cane fu portato in una clinica veterinaria della zona.

Per due giorni nessuno seppe se sarebbe sopravvissuto.

Aveva circa quattro anni, ma sembrava vecchio.

Disidratazione grave.

Infezione al collo.

Peso quasi dimezzato.

Una vecchia ferita aveva lasciato un orecchio leggermente piegato e la catena gli aveva inciso attorno al collo una specie di anello di carne ferita.

Matteo, intanto, era stato portato in ospedale.

I medici parlarono di ipotermia, disidratazione, numerosi graffi e una fortuna sfacciata.

Io parlai con sua madre quella sera.

Si chiamava Laura.

Aveva quarantadue anni e il viso di chi aveva passato la notte precedente invecchiando di dieci.

Accanto a lei c’era sua figlia maggiore, Sara, tredici anni.

Di suo marito non c’era traccia.

O, meglio, dell’ex marito.

Matteo aveva quattro anni quando il padre se n’era andato.

Non morto.

Non sparito.

Semplicemente partito.

All’inizio telefonava.

Poi meno.

Poi quasi mai.

Prometteva visite che venivano rimandate.

Natali in cui sarebbe dovuto arrivare.

Compleanni con pacchi spediti in ritardo.

Domeniche in cui Matteo si metteva alla finestra perché «papà ha detto che forse passa».

Laura non ne parlava male.

Questa cosa mi colpì.

Avrebbe potuto.

E forse ne avrebbe avuto anche il diritto.

Invece diceva soltanto:

«Non è riuscito a essere il padre di cui Matteo aveva bisogno.»

Come fanno tante madri, si prendeva sulle spalle anche la parte del dolore che non aveva provocato.

La mattina dopo andai a trovare Matteo.

La prima cosa che mi chiese fu:

«Quando arriva papà?»

Laura si irrigidì appena.

«Tesoro, papà non viene.»

Matteo guardò il lenzuolo.

«Ah.»

Non pianse.

Non si arrabbiò.

Quel suo piccolo «ah» mi fece più impressione di qualsiasi pianto.

Era il suono di un bambino che aveva già imparato a non aspettarsi troppo.

Poi alzò la testa.

«E il cane?»

Pensai che fosse ancora confuso.

Pensai alla paura.

Alla febbre.

Alla notte nel bosco.

Non capii.

Ci vollero due anni per capire veramente.

La storia di quella notte ci arrivò a pezzi.

Matteo si era allontanato dal campeggio perché aveva visto un cane passare tra gli alberi.

Un pastore tedesco.

Zoppicava.

Il bambino aveva pensato che si fosse perso.

Così l’aveva seguito.

Sette anni.

Nessuna idea delle distanze.

Nessuna idea di quanto in fretta un bosco possa cancellare il punto da cui sei arrivato.

Aveva camminato a lungo.

Poi il cane era scomparso tra i cespugli.

Matteo aveva provato a tornare indietro.

Ma ogni albero sembrava uguale.

Ogni curva gli sembrava già vista.

Quando cominciò a fare buio, aveva paura.

Fu allora che sentì un rumore.

Non un abbaio.

Una specie di lamento.

Seguì il suono.

E trovò il cane incatenato al faggio.

Non era quasi certamente lo stesso animale che aveva seguito dal campeggio.

Era un altro pastore tedesco.

Quello abbandonato.

Quello che qualcuno aveva deciso non meritasse più nemmeno una ciotola d’acqua.

Matteo provò ad aprire il lucchetto.

Non riuscì.

Provò a tirare la catena.

Niente.

Aveva una barretta ai cereali in tasca.

La spezzò e la diede al cane.

«Aveva fame» ci raccontò.

«Come lo sapevi?»

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